giovedì 27 novembre 2008

La parte gialla della Thailandia


Sarebbe da scrivere "scalo okkupato", ma la folla che ha preso in ostaggio l'aeroporto Suvarnabhumi di Bangkok non è composta di studenti alternativi: i giovani ci sono, ma gli adulti sono di più e non mancano i sessantenni. In un'atmosfera da festa del primo maggio a Roma, con cibo distribuito gratis ai dimostranti e ai confusi passeggeri rimasti bloccati per la cancellazione del loro volo, questa festante tribù tutta vestita di giallo sta però portando la Thailandia verso il caos. Che non è ancora violento, ma che potrebbe diventarlo presto.

Lo scalo internazionale di Bangkok, dove passano ogni anno 41 milioni di persone, è chiuso da martedì sera. Posti di blocco messi su dai manifestanti chiudono le strade d'accesso ai terminal. All'ultimo piano dell'aeroporto inaugurato due anni fa, quello delle partenze, migliaia di persone sono raggruppate intorno all'artigianale palco da cui parlano i leader dell'Alleanza del popolo per la democrazia (Pad), la coalizione della classe media e dell'elite nazionalista-monarchica che lunedì ha lanciato lo "scontro finale" contro il governo di Somchai Wongsawat. I turisti reduci da una notte passata sul pavimento sono stati pian piano sistemati negli alberghi dalle varie compagnie aeree, che distribuiscono nel terminal i pasti per il volo. I dimostranti del Pad si scusano per i disagi, distribuiscono depliant con le loro richieste di dimissioni del premier. Ogni dieci secondi, quando i leader del Pad arringano la folla con una frase ad effetto, parte un roboante scroscio dal bivacco all'esterno: invece di applaudire, i dimostranti agitano un aggeggio con tre mani di plastica, provocando il caratteristico suono. Vestono quasi tutti qualcosa di giallo, il colore della casa reale.

Polizia ed esercito non si fanno vedere, e in sostanza martedì sera hanno lasciato entrare i sostenitori del Pad senza opporre troppa resistenza. Non li vorrebbero vedere neanche gli occupanti dell'aeroporto, che pure simpatizzano - reciprocamente - con le forze armate. Ma i disordini provocati dal Pad cominciano a essere troppi, e il generale Anupoch Prachainda ha intimato alla folla di lasciare lo scalo. Ha anche detto al premier Somchai di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni, come gesto per risolvere lo stallo in cui si è cacciato il Paese. Appena rientrato in patria dal vertice Apec in Perù, e atterrato in un aeroporto militare di Chiang Mai invece che in uno dei due scali di Bangkok, Somchai ha però respinto "l'invito" del generale. Nessuno in Thailandia sembra aver voglia di un colpo di stato, che sarebbe il diciottesimo in 74 anni: ma nessuno riesce neanche a capire come uscire da questa situazione. Neanche quelli del Pad.

"Andremo avanti fino alla vittoria", dice convinto un ragazzo arrivato da Phuket già lunedì, per partecipare all'assedio del Parlamento. La "vittoria" sarebbe l'uscita di scena di Somchai, il cognato dell'ex premier C, che i sostenitori del Pad vedono come un diavolo corruttore che controlla il potere dal suo autoesilio in seguito al colpo di stato del 2006. Il problema, e lo sa anche l'opposizione, è che in caso di nuove elezioni rivincerebbero gli stessi che governano ora, grazie al voto massiccio delle aree rurali e dei più poveri. "Molta gente non ha gli strumenti per conoscere la verità, sono manipolati dai media. Serve un nuovo sistema politico libero dalla corruzione", continua il giovane di Pukhet. Ma cosa voglia dire in realtà non si sa, e anche la folla che ha invaso l'aeroporto ha idee diverse in merito. Alcuni darebbero tutto in mano all'ottantenne re Bhumibol, venerato dalla marea gialla, fidandosi di qualsiasi soluzione possa trovare per traghettare il Paese verso qualcosa di diverso. Altri dicono più apertamente che la democrazia tout court non può funzionare in Thailandia perché i pro-Thaksin sono troppo manipolabili, e propongono un sistema elettorale che dia più peso alla classe media e all'elite. Un colpo di stato non risolverebbe niente, e lo sanno anche i generali.

Ma mentre all'esterno dello scalo la folla continua a far schioccare quelle rumorosissime mani di plastica e compaiono cartelli come "governo omicida" e "Somchai vattene", mentre gruppuscoli di cinquantenni intonano inni al re e portano in giro la sua foto come se fosse un'icona ortodossa, i dimostranti non sembrano ancora chiedersi fino a quando si potrà andare avanti così. Con un aeroporto bloccato, la sede ufficiale del governo occupata da tre mesi, il premier che lavora dalla sala vip di un'ala dismessa dell'aeroporto per voli interni Don Muang, e un Parlamento che viene assediato dal Pad appena si riunisce per discutere le modifiche alla Costituzione tanto sgradite all'opposizione, perché limiterebbero i poteri del re e concederebbero una sostanziale amnistia per i reati di cui è ancora accusato Thaksin. Il turismo promette di calare, il Paese è in pratica senza guida in un momento in cui l'economia sta già rallentando. Qualcosa dovrà cambiare: ma se dovesse cadere l'attuale governo, allora forse a quel punto sarebbero i sostenitori di Thaksin a scendere in piazza. E la possibilità di scontri tra le opposte fazioni sarebbe altissima. All'aeroporto okkupato, che si appresta a passare la sua seconda notte in ostaggio, i manifestanti continuano però a credere che la vera Thailandia sia dalla loro parte.

di Alessandro Ursic

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12931/Dall'aeroporto+di+Bangkok

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