venerdì 21 novembre 2008

Il costo delle nostre opportunità perdute - di Joseph E. Stiglitz


Quando il presidente George W. Bush è entrato in carica, la maggior parte delle persone scontente per le elezioni rubate si sono limitate a pensare: dato il nostro sistema di controlli ed equilibri, data la paralisi politica a Washington, quanti danni si possono ancora fare? Adesso lo sappiamo: ben più di quanto fossero in grado di immaginare i più pessimisti. Dalla guerra in Irak al collasso del mercato del credito, le perdite finanziarie sono difficili da quantificare. E dietro quelle perdite ci sono opportunità perdute ancor più grandi.


Mettete tutto assieme – i soldi dilapidati nella guerra, i soldi sprecati in uno schema piramidale nel settore immobiliare che ha impoverito il paese ed arricchito poche persone, ed i soldi persi a causa della recessione – ed il divario tra ciò che avremmo potuto produrre e quello che abbiamo prodotto supererà probabilmente i 1.500 miliardi di dollari. Pensate cosa avrebbe potuto fare quel denaro per fornire assistenza sanitaria a chi non è assicurato, per migliorare il nostro sistema scolastico, per costruire tecnologie verdi... L'elenco è infinito.

E il vero costo delle nostre opportunità perdute è probabilmente perfino più grande. Prendete la guerra: innanzitutto ci sono i finanziamenti stanziati direttamente dal governo (stimati in 12 miliardi di dollari al mese anche secondo i dati fuorvianti forniti dall'amministrazione Bush). Più grandi, come Linda Bilmes della Kennedy School e io abbiamo documentato in The Three Trillion Dollar War, sono i costi indiretti: i salari non guadagnati da coloro che sono stati feriti o uccisi, lo spostamento dell'attività economica (dallo spendere in ospedali americani allo spendere in contractor militari nepalesi, per esempio). Questi fattori sociali e macroeconomici possono pesare con più di 2.000 miliardi sul costo complessivo della guerra.

Non tutto il male vien per nuocere. Se riusciamo a risollevarci da questo male, se riusciamo a pensare più attentamente e meno ideologicamente a come rendere la nostra economia più forte e la nostra società migliore, forse possiamo progredire nella soluzione di alcuni dei nostri annosi e gravi problemi. Tanto per cominciare, prendiamo i sette maggiori problemi che l'amministrazione Bush si lascia alle spalle.

Il deficit dei valori: Uno dei punti di forza dell'America è la sua varietà e diversità, e c'è sempre stata una varietà di vedute perfino sui nostri principi fondamentali – l'innocenza fino a prova contraria, l'habeas corpus, lo stato di diritto. Ma (così almeno pensavamo) coloro che non erano d'accordo erano una minoranza marginale ed ignorabile. Adesso sappiamo che quella minoranza non è poi così piccola e comprende anche il presidente ed i capi del suo partito. E questa divergenza sui valori non avrebbe potuto manifestarsi in un momento peggiore. Renderci conto che possiamo avere meno in comune di quanto pensassimo può complicare la soluzione dei problemi che dobbiamo affrontare insieme.

Il deficit del clima: Con l'aiuto di corporazioni complici come ExxonMobil, Bush ha tentato di convincere gli americani che il surriscaldamento globale era una fandonia. Non lo è, e perfino l'amministrazione l'ha finalmente ammesso. Ma per otto anni non abbiamo fatto niente e l'America inquina più che mai: un ritardo che ci costerà caro.

Il deficit dell'uguaglianza: In passato, anche se gli ultimi vedevano poco o nulla dei benefici dell'espansione economica, la vita veniva considerata una lotteria fondamentalmente giusta. Il farcela da soli faceva parte del senso di identità americano. Ma oggi la promessa contenuta nella leggenda di Horatio Alger suona falsa. L'ascesa sociale sta diventando sempre più difficile. Le crescenti disparità nel reddito e nella ricchezza vengono rafforzate da una normativa fiscale che premia chi nel mondo della globalizzazione ha scommesso e perso. Questa consapevolezza si sta facendo strada e ciò renderà ancora più difficile trovare una causa comune.

Il deficit della responsabilità: I pezzi grossi della finanza americana giustificavano i loro compensi astronomici con la loro ingegnosità de i grandi benefici che essa avrebbe dispensato al paese. Ora si è visto che gli imperatori sono nudi. Non hanno saputo gestire il rischio; anzi, con le loro azioni lo hanno esasperato. I capitali sono stati impiegati male; centinaia di miliardi sono state spese malamente, con un livello di inefficienza di molto maggiore a quello che la gente solitamente attribuisce al governo. Tuttavia i pezzi grossi se ne sono andati con centinaia di milioni di dollari lasciando il conto da pagare ai contribuenti, ai lavoratori ed all'economia nel suo complesso.

Il deficit del commercio: Negli ultimi dieci anni la nazione ha preso in prestito da Paesi stranieri una quantità enorme di denaro – qualcosa come 739 miliardi solo nel 2007. Ed è facile comprendere perché: con il governo che contraeva debiti enormi e con i risparmi degli americani prossimi allo zero non c'era nessun altro a cui rivolgersi. L'America ha vissuto con soldi in prestito e tempo in prestito, e il giorno della resa dei conti doveva prima o poi arrivare. Eravamo soliti dare lezioni agli altri sul significato di una buona politica economica. Adesso ci ridono alle spalle, e capita perfino che siano gli altri a darci lezioni. Abbiamo dovuto chiedere l'elemosina ai fondi sovrani, la ricchezza in eccesso che gli altri governi hanno accumulato e possono investire all'estero. Ci ripugna l'idea che il nostro governo gestisca una banca. Eppure sembriamo propensi ad accettare l'idea di Paesi stranieri che possiedono una quota importante delle nostre banche più rappresentative, istituzioni che sono fondamentali per la nostra economia. (Così fondamentali, in effetti, che abbiamo dato al Tesoro un assegno in bianco perché le tirasse fuori dai guai).

Il deficit del bilancio: Parzialmente grazie alle galoppanti spese militari, in soli otto anni il nostro debito nazionale è aumentato di due terzi, da 5.700 miliardi a più di 9.500 miliardi di dollari. Ma per quanto drammatici questi numeri non rendono l'entità del problema. Molti costi della Guerra in Irak, compreso il versamento dei sussidi per i reduci feriti, non sono ancora stati pagati e potrebbero ammontare a più di 600 miliardi di dollari. Il deficit federale quest'anno probabilmente aggiungerà altri 500 miliardi al debito nazionale. E tutto questo prima delle spese per la Previdenza Sociale ed il Medicare per i baby boomer.

Il deficit degli investimenti: La contabilità del Governo è diversa da quella del settore privato. Una compagnia che contragga un prestito per fare un buon investimento vedrà migliorare il suo bilancio patrimoniale, e i suoi dirigenti verranno elogiati. Ma nel settore pubblico non c'è un bilancio patrimoniale e dunque troppi si concentrano eccessivamente sul deficit. In realtà quando un governo investe saggiamente le entrate sono ben più alte del tasso di interesse che il governo paga sul debito che ha contratto; a lungo termine gli investimenti contribuiscono a ridurre i deficit. Tagliarli significa essere tirchio con i centesimi e prodigo con i dollari, come attestano gli argini di New Orleans e il ponte di Minneapolis.

Due sono le ipotesi (oltre alla banale incompetenza) sul perché i repubblicani abbiano prestato poca attenzione al crescente deficit di bilancio. La prima è che semplicemente credevano nell'economia dell'offerta, ed erano fiduciosi che in un modo o nell'altro l'economia sarebbe cresciuta così bene con i tassi più bassi che i deficit sarebbero stati passeggeri. È stato dimostrato che questa idea era pura fantasia.

La seconda teoria è che lasciando che il deficit di bilancio si gonfiasse a dismisura Bush e i suoi alleati sperassero di imporre una riduzione delle dimensioni del governo. In effetti la situazione fiscale è così tragica che molti democratici responsabili stanno ora facendo il gioco di questi repubblicani fedeli alla dottrina “Starve the beast” (“Affamare la bestia”), e chiedono un taglio drastico delle spese. Ma con i democratici che si preoccupano di sembrare troppo deboli sulla sicurezza – e che dunque trattano le spese militari come sacrosante – è dura tagliare i costi senza abbattere gli investimenti, così importanti per risolvere la crisi.

Il compito più urgente del nuovo presidente sarà quello di ridare forza all'economia. Visto il nostro debito nazionale, è particolarmente importante farlo in modo da massimizzarne i vantaggi e contribuire a risolvere almeno uno dei principali problemi. I tagli alle tasse funzionano – se funzionano – aumentando i consumi, ma il problema dell'America è che ci siamo ubriacati di consumi; prolungare quella sbornia consumistica non fa che rimandare la soluzione di problemi più profondi. Con il precipitare delle entrate fiscali gli Stati e le autorità locali dovranno fare i conti con concreti vincoli di bilancio, e a meno che non si faccia qualcosa saranno costretti a tagliare le spese aggravando la flessione. A livello federale abbiamo bisogno di spendere di più, non di meno. L'economia dev'essere riconfigurata per far sì che rifletta le nuove realtà, compreso il surriscaldamento globale. Avremo bisogno di treni veloci e di centrali elettriche più efficienti. Queste spese stimolano l'economia ed al contempo forniscono le basi per una crescita sostenibile a lungo termine.

Ci sono solo due modi per finanziare questi investimenti: aumentare le tasse o tagliare altre spese. Gli americani che percepiscono redditi più alti possono permettersi tranquillamente di pagare più tasse, e molti Paesi europei hanno avuto successo grazie a – e non per colpa di – aliquote contributive alte, che hanno permesso loro di investire e di competere in un mondo globalizzato.

Inutile dire che ci saranno resistenze all'aumento delle tasse, e così l'attenzione si sposterà sui tagli. Ma la nostra spesa sociale è così ridotta all'osso che c'è ben poco da risparmiare. Anzi, spicchiamo tra i Paesi industriali avanzati per l'inadeguatezza della protezione sociale. I problemi del sistema sanitario americano, per esempio, sono ben riconosciuti; risolverli significa non solo una maggiore giustizia sociale, ma una maggiore efficienza economica. (Lavoratori più sani sono anche lavoratori più produttivi). Dunque resta soltanto un'area in cui tagliare: la difesa. Siamo responsabili della metà di tutta la spesa militare mondiale, con il 42% delle entrate fiscali che finisce direttamente o indirettamente nella difesa. Sono aumentate perfino le spese militari non belliche. Con così tanto denaro speso in armi che non funzionano contro nemici che non esistono c'è ampio spazio per aumentare la sicurezza mentre tagliamo le spese per la difesa.

La buona notizia tra le brutte notizie economiche è che siamo costretti a moderare i nostri consumi materiali. Se lo facciamo nel modo giusto contribuiremo a contenere il surriscaldamento globale e giungeremo perfino a comprendere che un livello di vita veramente alto può comportare maggiore riposo e svago, non solo più beni materiali.

Le leggi della natura e le leggi dell'economia sono spiegate. Possiamo abusare del nostro ambiente, ma non a lungo. Possiamo spendere al di là dei nostri mezzi, ma non a lungo. Possiamo vivere degli investimenti fatti in passato, ma non a lungo. Perfino il Paese più ricco del mondo può ignorare le leggi della natura e le leggi dell'economia unicamente a suo rischio e pericolo.

di Joseph E. Stiglitz

*Premio Nobel per l'economia

Link:  eurasia-rivista.org
Articolo originale pubblicato su Mother Jones, novembre/dicembre 2008.

Traduzione di Manuela Vittorelli

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