martedì 25 novembre 2008

Cinque buoni motivi per cui "tre maestri è meglio di uno"


Ecco una provocazione raccolta dalla scrittrice Michela Murgia, dire cinque buoni motivi per cui "tre maestri è meglio di uno". Murgia, autrice di “Il mondo deve sapere”, il libro cui si è ispirato Paolo Virzì nel suo film “Tutta la vita davanti”, è una delle più acute osservatrici del mondo del lavoro in trasformazione. Sua è la battuta: «Mi daranno il Premio Nobel per il precariato. E me lo leveranno dopo due mesi.»
Sign.of.life, che segue e apprezza quel che scrivo da molto tempo, nell'ultimo post mi ha provocato a dire i cinque buoni motivi per cui "tre maestri è meglio di uno". All'inizio volevo rispondere sotto al suo commento, ma mentre scrivevo mi sono resa conto che veniva una cosa lunga, e forse meritevole di uno spazio proprio. 
Il primo motivo è che avere tre insegnanti genera la possibilità di programmare ore di compresenza, cioè attività di laboratorio, maggiore sostegno individuale (recupero, rispetto dei ritmi di ognuno, valorizzazione delle specialità), e tutta una serie di attività che sono molto complesse da svolgere per un singolo insegnante. Mi viene in mente la drammatizzazione, indispensabile per il superamento delle difficoltà di comunicazione verbale, ma anche l’applicazione di tecniche legate alla dinamica di gruppo; e ancora – importantissima - la manipolazione per il controllo della motricità fine e per la coordinazione oculo-manuale, che è indispensabile per l’apprendimento ottimale di lettura e scrittura. Se non viene fatta, è la base delle prime differenze di apprendimento, perché chi riesce subito va avanti, e chi resta indietro capitalizza un ritardo che un solo insegnante non è in grado di colmare. La questione è che la scuola primaria non è più solo leggere, scrivere e far di conto, ma molti genitori non se ne sono resi conto. 

Il secondo motivo è che tre insegnanti aiutano a gestire meglio le situazioni nuove che sorgono in classi multietniche. Non è solo questione di dire che sei occhi vedono meglio di due, ma di rendersi conto che la difficoltà incontrata dai bambini stranieri a scuola non è solo linguistica: è anche e soprattutto culturale. L’interculturalità, la conoscenze delle reciproche diversità e ricchezze, è un percorso ineludibile se davvero si mira all’integrazione, ma ovviamente richiede più tempo, più competenze, più attenzione e più cura. Chi ce le mette? Sicuramente non quel solo insegnante che ha già le sue difficoltà a far apprendere le materie curricolari.
Il terzo motivo è il cambio di logica di lavoro che richiede il passaggio dall’essere uno a l’essere un team docente di tre insegnanti + eventuali sostegni. Lavorare in gruppo educa anche l’insegnante – che non l’ha certo appreso in università – alla logica della pluralità, a considerare ricchezza un altro parere, a non essere indiscusso e indiscutibile papa e re del suo lavoro, ma a trovare compromessi, correttivi, sostegni e consigli nelle competenze dei colleghi con i quali è tenuto a collaborare. Solo un cretino penserebbe che una cosa difficile e complessa come l’insegnamento moderno sia meglio farla da soli che insieme.

Il quarto motivo è di ordine didattico; non sarebbe pensabile alle scuole medie immaginare un solo insegnante che facesse tutto, da italiano a matematica, educazione tecnica, artistica, scienze, storia e geografia. Tutti noi lo considereremo una follia. Perché mai la stessa multidisciplinarità alle scuole elementari dovrebbe essere espressa da un solo maestro meglio che da tre? Solo perché le materie hanno programmazioni più semplici? È falso, qualunque insegnante elementare potrebbe dire che al contrario la scuola elementare presenta maggiori difficoltà per un docente, perché oltre all’apprendimento è necessario fornire in maniera ottimale anche gli strumenti logici per l’apprendimento. Come faccio a gestire da solo con la stessa competenza tutte quelle materie, tenendo conto che ciascuna di esse presenta diversi ostacoli all’apprendimento, e che ciascun bambino ha misure proprie davanti alla materia? Chi obietta che prima ce la facevano, dice cazzate. Il mondo di vent’anni fa non era nemmeno paragonabile per complessità a quello di oggi. Vent’anni fa nessuno imparava inglese alle elementari, nessuno usava un computer abitualmente, nessuno caricava i bambini con ansie di performance estranee al loro mondo. Oggi verso il singolo si è infinitamente più esigenti, ed è assurdo che proprio a scuola l’offerta di opportunità anziché aumentare si riduca con la scusa di tornare ai bei tempi passati.

Il quinto motivo, e qui sarò magari impopolare per qualcuno, è che il modulo di insegnamento a tre dà lavoro a migliaia di persone in più, e non sono persone che rubano lo stipendio, ma che costituiscono con fatica e impegno – oltre a fare il loro mestiere nudo – anche tutto il valore aggiunto suddetto. Lasciare a casa questi insegnanti con la scusa che il risparmio sui loro stipendi libererebbe  risorse indirizzabili dove la scuola ha maggiore necessità, è palese malafede: non c’è niente di cui la scuola abbia più bisogno che di insegnanti qualificati e motivati. Oltretutto per quelle presunte risorse reindirizzabili non c’è alcuna destinazione palese: non torneranno alla scuola, sono solo tagli. Una scuola che lavora bene dà anche lavoro, dov’è lo scandalo?
di Michela Murgia

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