martedì 14 ottobre 2008

La Siria sfida apertamente l’Arabia Saudita

Le tensioni fra la Siria e l’Arabia Saudita hanno raggiunto un nuovo picco dopo il recente attentato verificatosi a Damasco, che, secondo alcuni ambienti siriani, sarebbe legato ad un possibile coinvolgimento diretto o indiretto dei sauditi. Al di là delle illazioni e delle accuse reciproche, questo ed altri episodi dimostrano come una delle questioni che al giorno d’oggi lacerano maggiormente il mondo arabo – e cioè il rapporto conflittuale tra Riyadh e Damasco, incentrato sulla competizione per il controllo della piazza libanese – sia ben lontana da una possibile soluzione

A conferma di quanto siano ormai tese le relazioni siro-saudite, le autorità siriane hanno recentemente vietato la distribuzione di ‘Dar al-Hayat’, il noto quotidiano panarabo di proprietà saudita.

Questo provvedimento giunge circa due anni dopo che ‘al-Sharq al-Awsat’, un altro quotidiano saudita, era stato vietato in Siria per aver pubblicato articoli considerati critici nei confronti del governo siriano durante la guerra israeliana in Libano nel 2006.

Successivamente, i siriani avevano salutato Hezbollah in Libano come un’organizzazione della resistenza mentre i sauditi l’avevano criticato a causa dei suoi legami con Teheran, affermando che il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, era un “avventuriero”.

Il presidente siriano Bashar al-Assad aveva immediatamente replicato, nel corso di un suo discorso, affermando che coloro che avevano cospirato contro Hezbollah all’interno del mondo arabo (con un chiaro riferimento all’Arabia Saudita) erano “mezzi uomini”.

La guerra fredda tra Damasco e Riyadh proseguì, tra il 2006 ed il 2008, su una varietà di questioni legate all’influenza in Libano, in Iraq, ed in misura minore in Palestina. I siriani sfidarono l’Arabia Saudita cementando le loro relazioni con l’Iran, sostenendo che, mentre gli iraniani appoggiavano le posizioni siriane nel confronto con gli Stati Uniti, i sauditi, come se non bastasse, esercitavano pressioni su Washington affinché continuasse a tenere Damasco con le spalle al muro, e facevano uno sporco gioco di intelligence volto a destabilizzare la Siria.

La Siria sfidò i sauditi a Beirut – vincendo un confronto militare fra Hezbollah ed il blocco filo-saudita di Saad Hariri, lo scorso maggio. Nel frattempo i sauditi cominciarono a portare avanti il pericoloso gioco consistente nel chiudere un occhio di fronte ai jihadisti che volevano far guerra alla Siria. Mentre la politica ufficiale dell’Arabia Saudita rimase critica nei confronti della Siria, un particolare ramo della famiglia reale saudita continuava a nutrire l’ambizione di rovesciare del tutto il governo siriano, rimpiazzandolo con figure dell’opposizione filo-saudita come l’ex vicepresidente Abdul Halim Khaddam (uno dei pochi musulmani sunniti in un regime siriano dominato dagli alawiti (una setta sciita, anche se quello siriano è sempre stato un regime laico); Khaddam ha avuto un ruolo chiave, ai tempi di Hafez al-Assad, nei rapporti di amicizia fra il regime siriano ed i sauditi; egli aveva anche forti legami e rapporti economici con Rafiq Hariri, l’ex primo ministro libanese assassinato il 14 febbraio 2005, il quale a sua volta aveva stretti legami con Riyadh, avendo acquisito la cittadinanza saudita ed essendo diventato di fatto l’emissario del Regno Saudita in Libano (N.d.T.) ).

Le tensioni sono cresciute ulteriormente dopo che un attacco terroristico ha colpito il cuore di Damasco, lo scorso 27 settembre. Un attentatore suicida, carico di 200 chili di esplosivo ha ucciso 17 siriani, ferendo inoltre fra 15 e 40 civili. L’Arabia Saudita è stato l’unico paese del mondo arabo che ha rifiutato di condannare l’attentato, sebbene esso sia stato aspramente condannato dalla Francia, dalla Russia, e dagli stessi Stati Uniti.

La stampa saudita ha continuato a parlare negativamente della Siria, e ciò spiega perché i siriani abbiano deciso di vietare la distribuzione del quotidiano ‘Dar al-Hayat’, l’unico giornale saudita che ancora sopravviveva nelle edicole siriane. In coincidenza con la decisione siriana sono giunte le dimissioni di Ibrahim Hamidi, il corrispondente del giornale, e direttore dei suoi uffici in Siria.

Hamidi, che era stato l’uomo di ‘al-Hayat’ a Damasco fin dall’inizio degli anni ’90, avrebbe dichiarato: “Non potevo continuare. Ho posto fine al mio lavoro con ‘al-Hayat’ perché non posso far parte di un giornale che è impegnato in una campagna sistematica contro la Siria”.

Sebbene fosse ormai chiaro a tutti – ed in primo luogo alla Francia – che i sauditi non stavano avendo la meglio nel panorama politico di Beirut, il Libano è rimasto uno alleato privilegiato di Riyadh, a causa dello stretto legame personale e finanziario tra Saad Hariri (figlio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri (N.d.T.) ), il leader della maggioranza parlamentare, e la famiglia dei Saud (a proposito degli interessi sauditi in Libano si può consultare l’articolo “Se la ’setta saudita’ si aggiunge alle sette libanesi”(N.d.T.) ).

Uno dei primi a realizzare che i siriani stavano avendo il sopravvento sui sauditi in Libano è stato il leader druso Walid Jumblatt, uno degli ‘uomini forti’ della coalizione del 14 Marzo. Egli ha compreso che l’isolamento della Siria imposto dagli Stati Uniti era ormai crollato, dopo la visita di Bashar al-Assad a Parigi nel luglio del 2008. La Turchia ed il Qatar appoggiano fermamente la Siria nei suoi colloqui di pace con Israele – un forte contrappeso ai sauditi, che potrebbe tradursi in un accordo di pace entro la metà del 2009. Se ciò dovesse accadere, il tribunale su Hariri (nel quale i sauditi avevano riposto grandi speranze) sarebbe consegnato definitivamente alla storia.

L’amministrazione USA, assorbita dai suoi problemi in Iraq, è chiaramente poco interessata ad un cambio di regime in Siria, a differenza di alcuni anni fa. Il loro alleato, Abdul Halim Khaddam, si è a detta di tutti rovinato con le sue mani puntando sul cavallo sbagliato nel 2005 (il 30 dicembre di quell’anno, Khaddam, che nel frattempo si era rifugiato a Parigi, rilasciò un’intervista all’emittente saudita al-Arabiya in cui accusava Bashar al-Assad di aver minacciato Rafiq Hariri prima che quest’ultimo venisse assassinato; Khaddam affermò che l’intelligence siriana non avrebbe potuto portare a termine l’operazione senza che Assad ne fosse a conoscenza; tuttavia, i mezzi di informazione sauditi, che in un primo momento diedero ampio risalto alle accuse di Khaddam, smisero all’improvviso di occuparsene; anche la Francia si distanziò progressivamente da Khaddam, il quale peraltro non riuscì a riunire intorno a sé nessun elemento dell’opposizione siriana (N.d.T.) ). Ma la cosa peggiore è che le milizie del Fronte del 14 Marzo, finanziate ed addestrate dai sauditi, furono sconfitte nelle strade di Beirut lo scorso maggio, quando tentarono di contrapporsi a Hezbollah. Il risultato era evidente: gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita avevano perso la guerra per Beirut, e la Siria e l’Iran avevano vinto.

Quando i combattimenti si spostarono nei villaggi drusi del Monte Libano, i miliziani di Hezbollah circondarono la casa di Jumblatt – malgrado tutto l’appoggio che egli aveva ricevuto dai sauditi – ma non la occuparono. Jumblatt ebbe una conversazione telefonica con il presidente del parlamento Nabih Berri (che è filo-siriano, ed è uno stretto alleato dell’Iran), al quale disse: “Dì a Hassan Nasrallah che ho perso la battaglia e che lui ha vinto. Dunque, sediamoci e parliamo per raggiungere un compromesso”.

Il mese scorso, Jumblatt si è spinto ancora oltre, accusando Hariri, dalle pagine del quotidiano di Beirut ‘al-Akhbar’, di continuare a portare avanti un tentativo volto a creare una milizia e ad allearsi con gruppi islamici estremisti. Parlando a proposito delle armi del gruppo di Hariri, Jumblatt ha affermato: “Formare una milizia oggi? Per affrontare chi? Hezbollah? E’ una follia”.

Ancora più di recente, ciò che ha preoccupato sia i sauditi che Jumblatt è stato il parziale riavvicinamento che ha cominciato a verificarsi tra la Siria e gli Stati Uniti. Il mese scorso, il ministro degli esteri siriano Walid al-Muallim si era incontrato con il segretario di stato americano Condoleezza Rice, su richiesta di quest’ultima, ed aveva discusso con lei una serie di questioni relative al Medio Oriente.

Si è trattato del secondo incontro fra i due dal maggio del 2007. Secondo quanto afferma il ministro siriano, la Rice si è mostrata disponibile ad appoggiare una pace siro-israeliana – un vero capovolgimento nella posizione degli americani, i quali finora non avevano mostrato alcun interesse ai colloqui indiretti che stavano avendo luogo in Turchia.

La scorsa settimana, al-Jazeera ha affermato che, secondo alcune fonti americane, Washington starebbe riconsiderando la sua politica nei confronti della Siria nel rimanente periodo concesso all’amministrazione Bush. Un ‘alto responsabile’ americano avrebbe ripetuto esattamente le stesse cose alla radio israeliana, aggiungendo che ciò avrebbe portato alla fine delle sanzioni imposte alla Siria dall’amministrazione Bush a partire dal 2003.

I siriani credono – anche se non lo dicono apertamente – che i sauditi siano furiosi per i ripetuti successi diplomatici della Siria. Desiderosi di vendicarsi, i sauditi starebbero ora finanziando il fondamentalismo islamico di matrice sunnita in Libano per colpire sia Hezbollah che la Siria, non avendo ancora mandato giù la situazione delineatasi in Libano lo scorso maggio.

Assad ha dichiarato che la violenza settaria che si sta manifestando nel nord del Libano è pericolosa per la Siria. Molti ritengono che l’attentatore suicida che si è recentemente fatto esplodere a Damasco sia il prodotto di un gruppo fanatico creato e addestrato in Libano. Ciò spiegherebbe perché i siriani hanno ammassato migliaia di soldati al confine con il paese dei cedri. L’obiettivo sarebbe infatti quello di impedire l’afflusso di combattenti jihadisti in Siria.

Se l’Arabia Saudita non è colpevole dell’attentato del 27 settembre scorso, certamente è apparsa come tale rifiutandosi di commentare o di condannare l’accaduto.

Nel frattempo i sauditi, nel loro convulso tentativo di salvare le proprie posizioni in Libano, avevano già iniziato ad inviare denaro per creare un movimento armato sunnita che sia in grado di opporsi a Hezbollah se le cose dovessero precipitare ancora una volta. Nel maggio del 2007, il noto giornalista americano Seymour Hersh aveva sostenuto che i sauditi avevano contribuito a creare ‘Fateh al-Islam’, un gruppo fondamentalista che avrebbe dovuto combattere gli sciiti in Libano.

Tale movimento sfuggì al controllo, proprio come era accaduto con al-Qaeda (inizialmente creata allo scopo di combattere i sovietici), e rivolse le proprie armi contro lo stato libanese. Ciò portò alla feroce battaglia che ebbe luogo all’interno del campo profughi di Nahr al-Bared, nel nord del Libano (a tale proposito si possono consultare gli articoli “Chi ha mandato a combattere la gioventù saudita?” e “Il Libano si piega di fronte alla sfida estremista”  (N.d.T.) ).

All’inizio dello scorso anno Serge Brammertz, il procuratore dell’ONU per il caso Hariri, osservò che l’attentatore suicida che aveva ucciso Rafiq Hariri nel febbraio del 2005 non era né libanese né siriano. Piuttosto, egli veniva da un “distretto caldo” – secondo molti, un chiaro riferimento ad uno dei paesi del Golfo, forse all’Arabia Saudita.

L’attentatore, secondo Brammertz, aveva trascorso appena quattro mesi della sua vita in Libano e circa 10 anni in un’ “area rurale” – forse le montagne dell’Afghanistan. Dopotutto, centinaia di sauditi avevano vissuto da quelle parti quando collaboravano con gli Stati Uniti per combattere l’invasione sovietica negli anni ’80 del secolo scorso. Ciò ha puntato i riflettori ancora una volta sui jihadisti sauditi in Libano.

I siriani comprendono quanto sia pericoloso che i sauditi flirtino con i fondamentalisti radicali, poiché ciò potrebbe far esplodere l’intera regione. In fin dei conti, è già stato rivelato (da fonti americane sul Los Angeles Times) che il 45% di tutti i combattenti stranieri in Iraq proveniva dall’Arabia Saudita, il 50% dei quali giungeva a Baghdad “pronta a farsi esplodere”.

Sami Askari, un consigliere del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, ha confermato le accuse dicendo: “Il dato di fatto è che l’Arabia Saudita ha sofisticate fonti di intelligence, e sarebbe difficile pensare che i sauditi non siano consapevoli di quanto sta accadendo [in Iraq]”.

Il giornalista saudita Faris bin Khuzam, scrivendo sul quotidiano saudita ‘al-Riyadh’, ha stimato che il numero di jihadisti sauditi in Libano che operavano dal campo di Nahr al-Bared sia stato pari a circa 300 militanti. Egli sostiene che costoro sarebbero stati attirati in un teatro di guerra “diverso da quello a cui ambivano”, aggiungendo che essi avevano pianificato di combattere gli americani in Iraq, ed erano finiti a Tripoli in Libano.

La ragione – ha spiegato Khuzam – sta nella stretta sorveglianza presente sul confine siriano (oltre che su quello saudita), che ha impedito loro di trovare un varco per introdursi nell’Iraq devastato dalla guerra. Invece, essi hanno trovato il modo di giungere in Libano, dove rimasero per quello che inizialmente doveva essere un periodo di transito temporaneo. “Gradualmente le cose sono cambiate”, ha scritto Khuzam, aggiungendo che “fu detto loro che la strada per Gerusalemme passa da qui [Nahr al-Bared]”. Khuzam conclude: “Essi hanno scelto il sogno saudita che Osama bin Laden non poté realizzare”.

Quando la battaglia di Nahr al-Bared si concluse, nel 2007, fu reso noto che 43 jihadisti sauditi erano stati radunati da Fateh al-Islam a Tripoli, mentre altri si potevano trovare nel campo di Ain al-Hilweh, vicino Sidone. Secondo Hersh, “Il fatto [è] che i sauditi promisero di essere in grado di controllare i jihadisti, così noi [gli USA] spendemmo un sacco di denaro e di tempo …utilizzando ed appoggiando i jihadisti affinché ci aiutassero a battere i sovietici in Afghanistan, ed essi si rivoltarono contro di noi. Ora ci troviamo di fronte allo stesso schema, come se non avessimo imparato nessuna lezione. Lo stesso schema, utilizzando di nuovo i sauditi per appoggiare i jihadisti”.

I sauditi, ha affermato Hersh, di fatto stavano dicendo agli americani: “Non è che non vogliamo che i salafiti lancino bombe, il punto è a chi le debbono lanciare – Hezbollah, [il religioso sciita iracheno] Muqtada al-Sadr, e i siriani se continuano a collaborare con Hezbollah e con l’Iran”. In una famosa intervista alla CNN, Hersh ha aggiunto: “Il nemico del nostro nemico è nostro amico, proprio come i gruppi jihadisti in Libano, che erano lì per andare contro [il leader di Hezbollah] Hassan Nasrallah. Siamo impegnati a fomentare in alcuni luoghi, ed in Libano in particolare, la violenza settaria”.

Sami Moubayed è un analista politico siriano; risiede a Damasco

Titolo originale:

Syria plays hardball with the Saudis

Link:http://www.arabnews.it/2008/10/14/la-siria-sfida-apertamente-l’arabia-saudita/




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