mercoledì 8 ottobre 2008

Google può perdere una battaglia ma alla fine regnerà incontrastato


C’è un un mondo dove, chiudendosi alle spalle il rumore delle notizie, dei crolli e delle banche, tutto si muove come i bambini sulla neve. Veloci, eccitati, ma silenziosi perché la neve spegne anche i loro urli. In questo mondo fatato Google continua a fare annunci che fanno sobbalzare dalla seggiola: l’ultimo è che la sua pubblicità (link a testo in inglese) potrà andare sui videogiochi, quelli online ovviamente, ma anche quelli che girano sulle console che ai giochi sono dedicate e che alla rete si connettono. Un’avanzata senza fine? Un attimo.

Quella porta poi si riapre. E il rumore di Wall Street dice che anche Google sta picchiando in caduta libera e supera le sue soglie “psicologiche”, nel caso di specie quella di 350 dollari (pochi mesi fa era oltre 600), dove non stava da tre anni. Ora la gente sbadiglia quando sente parlare di titoli in borsa, ma la cosa ha una sua dura realtà.

“L’ora della verità per Google”

Se si regge la lettura puntigliosa di questo pezzo di Silicon Alley Insider (proprio così  senza la “v”- in inglese), blog-giornale tecnologico, si scoprono alcune cose interessanti che qui riassumiamo:

  1. “La parte divertente” della vita è finita anche per Google, adesso bisognerà cominciare a render conto di ogni dollaro speso, mentre finora, nei tempi dell’abbondanza, si spendeva e spandeva senza che analisti e investitori (quelli che i soldi sulle azioni ce li mettono) chiedessero di sapere nel dettaglio “per cosa” si spendesse.
  2. Questo significa che per Google comincerà la “prosa” di ogni azienda quotata, con il menù che prevede sia i licenziamenti che tutte quelle altre misure che vanno sotto il titolo fastidioso di “stringere la cinghia”.
  3.  Infine una conseguenza “di immagine” devastante: che anche la grande G può sbagliare, far male e far danno, laddove Google è percepita ancora come la grande novità positiva di questi anni.

A questo punto se uno volesse chiuderla qui e fare un titolo frettoloso potrebbe dire che per Google siamo alla fine della festa e cominciano i tempi duri. In realtà potrebbe  essere vero l’opposto: è la nostra tesi e seguiteci un attimo attraverso qualche altro dato.

Fine del consumismo tecnologico?

Le borse non stanno punendo solo Big G. Per dire, nell’intervista (post precedente a questo) al Telegraph,  Steve Wozniak, cofondatore di Apple ora ritirato, arriva a dire che sì, è giusto che le azioni della Apple abbiano perso un po’ del loro valore (lui ne possiede diversi milioni). Perché? Perché l’industria tecnologica ha condiviso l’ubriacatura dell’economia mondiale, lucrando in modo incommensurabile sulla frenesia della “killer application” e del consumismo tecnologico (parole nostre) e quindi una bella ridimensionata ci sta.

La quaresima del “venture capital”

Altri dati: già prima della tempesta finanziaria, il 30 settembre, il Silicon Alleyprevedeva un rallentamento del flusso di “venture capital” o capitale di rischio (link a testo in inglese) per investimenti su aziende che all’inizio sono solo “idee”  di business - ma anche per Google è stato così. La motivazione dell’autore è che quando i tempi sono magri, i gestori dei portafogli tendono a salvaguardare l’esistente, piuttosto che aprire nuove linee di “avventura”.

La conseguenza - se questa previsione si avverasse, ed è molto probabile che si avveri - potrebbe essere una moria di quella miriade di piccole aziende tecnologiche che hanno dato vita al boom del web 2.0 e che ne fanno quella fase allegra, vitale, piena di novità e di voglia di libertà imprenditoriale che abbiamo vissuto dal 2004 in poi.

Flette la pubblicità

Infine le previsioni sulla pubblicità, anche on line, negli Stati Uniti sono pessime (qui, link a testo in inglese) nonostante o forse proprio perché si viene da un primo semestre del 2008 smagliante. E allora? si dirà: se la pubblicità flette sono guai per i grossi come Google e Microsoft e per i media mainstream. Mica così semplice: i piccoli tremano per primi. La Gawker Media (post in questo blog il 4 ottobre: è una holding di blog-giornali con centinaia di redattori) sta attuando “licenziamenti preventivi” in vista della flessione che si concretizzerà in gennaio.

Quelli che restano in piedi

Morale di questa troppo lunga favola - scuse ai lettori pazienti - è che se c’è un disboscamento di “piccoli” funghi, rischiano di rimanere, indeboliti ma sempre più aggressivi, i funghi grossi. Lo scenario rischia di giocare a favore di Google, di Microsoft ed altri “ragazzoni”, tra i quali dovrebbe elencarsi anche Murdoch.

Se nel conto ci mettete pure la perdita di valore di borsa per giornali e media tradizionali, fra sei-dodici mesi lo scenario dei media sul web (e fuori) potrebbe essere molto semplificato e con pochi, severi e assoluti padroni. E’ così evidente la tendenza che perfino TechCrunch, un blog estremista, l’ha capito. Il titolo di oggi (inglese):  “Organizza tutta l’informazione e mettici la pubblicità di Google sopra” (E Google non è solo…)

Fonte: la Repubblica

Link: http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2008/10/08/?ref=hpsbsx

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