giovedì 9 ottobre 2008

Gli Stati Uniti forniscono armi a Taiwan, soffiano venti di guerra


La vendita di 6,5 miliardi di armamenti americani a Taiwan ha fatto scendere di colpo la temperatura dei rapporti tra Stati uniti e Cina, che per protesta ha deciso di congelare una serie di scambi militari e diplomatici con Washington. Una decisione, quella dell'amministrazione Bush, che ha «guastato l'atmosfera positiva delle relazioni» rovinando anni di «sforzi per incoraggiare e rafforzare i legami militari» tra i due paesi, ha lamentato ieri il portavoce del ministero degli esteri cinese, Qin Gang. La protesta cinese avrà come conseguenza immediata la cancellazione di uno scambio di visite tra alti quadri militari, che avrebbe dovuto avere luogo prima della fine di novembre, oltre che il rinvio a data da destinarsi di incontri per discutere come fermare la diffusione delle armi di distruzione di massa. Lo scontro non farà invece venire meno la cooperazione di Pechino negli sforzi internazionali per Iran e Corea del nord.
Il pacchetto arrivato venerdì all'esame del Congresso Usa è di tutto rispetto e comprende la vendita di 330 missili Patriot, 30 elicotteri Apache da attacco, 182 missili Javelin anti tank accompagnati da 20 unità di lancio, parti di ricambio per i cacciabombardieri F16. Nonostante la dura reazione cinese, la vendita, asseriscono gli analisti militari, è in realtà frutto di un compromesso rispetto a una proposta inziale da 12 miliardi di dollari che comprendeva anche dei sottomarini a propulsione elettrica e diesel ed elicotteri Black Hawk. 
Il dimezzamento del pacchetto sarebbe dunque un favore reso a Pechino. Paradossale, ma fino a un certo punto, considerata la mentalità di una diplomazia basata su un contorto mix di deterrenza e conservazione dello status quo sullo Stretto. Diplomazia che ha indotto a procedere nella vendita delle armi proprio quando a Taipei si è installato un governo del Kuomintang che ha avviato una politica di dialogo con la Cina. D'altra parte da più di un anno il parlamento taiwanese aveva approvato lo stanziamento per l'acquisto delle armi americane ma Washington ha nicchiato per tutto il tempo in cui al timone dell'isola c'è stato un presidente indipendentista, Chen Shui bian, le cui iniziative minacciavano di alterare pericolosamente l'equilibrio nella zona. Evento poco gradito agli americani che sono impegnati, dal Taiwan Relations Act, a stare al fianco di Taipei ma si sono altrettanto impegnati a rispettare la politica di «una sola Cina». Una posizione difficile ma certo non sgradita agli Stati uniti visto il ruolo decisivo che assegna loro nell'equilibrio dell'area.
Da maggio il nuovo presidente taiwanese è Ma Ying-jeou, nazionalista, che ha avviato una politica di rilancio delle relazioni, politiche ma soprattutto economiche, con la contestata «madrepatria». Ciò non gli ha impedito, o forse lo ha convinto, a mettere tra i punti forti della sua campagna elettorale un aumento del budget militare per l'ammodernamento della difesa. Così lo stesso Kuomintang che aveva sempre osteggiato in parlamento gli stanziamenti per l'acquisto di armamenti dagli Stati uniti ha preso una posizione diversa. Se, al vaglio del Congresso Usa, nessuno solleverà obiezioni, fra 30 giorni l'affare da 6,5 miliardi sarà fatto.
C'è anche chi fa notare il tempismo dell'evento, che avviene nel momento del cambio della guardia alla Casa bianca. «In definitiva non potevano lasciare che fosse la prossima amministrazione a sganciare questa bomba su Pechino» scriveva ieri il Los Angeles Times citando Shelley Rigger, professore al Davidson College in North Carolina. E Pechino, dopo qualche mese di raffreddamento, potrà ricucire con il prossimo presidente. O no?
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Fonte: il Manifesto

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