sabato 11 ottobre 2008

Corso accelerato in crolli economici

La prima volta in cui fui coinvolto in un incidente stradale fu a sei o sette anni.
Un sacco di tempo fa. Ma certi particolari li ricordo ancora come se fosse ieri.
Mio padre era alla guida. Asfalto ghiacciato. Iniziammo a slittare. Questo successe prima delle cinture di sicurezza, le macchine avevano, sì, delle cinture imbottite sui sedili, ma non a misura del fondoschiena di chiunque. Mio padre fece scattare il suo braccio sinistro e mi spinse verso lo schienale per evitare che finissi in avanti, in realtà stavamo per scaraventarci contro qualcosa.
 
La cosa straordinaria è che sembrò un’eternità. Come se il tempo frenasse la sua corsa mentre slittavamo in avanti e di lato, finendo sul ciglio. Sembrava potessimo disporre di tutto il tempo possibile immaginabile, eppure non c’era nulla che potessimo fare per allontanarci dal ghiaccio, modificare la traiettoria, frenare… nulla… sino allo schianto finale.
 
Mentre leggo le notizie economiche, ho la sensazione di essere vittima di un incidente alla moviola.
Ogni settimana, ultimamente quasi ogni giorno, passiamo da un nuovo allarme economico all’altro, da una rovina all’altra e già un’altra è in agguato.
Questa volta è la Lehman Brothers.
Prima Fannie Mae e Freddie Mac. E prima ancora Bear Stearns.
 
In agosto “una famiglia americana su 416 si è vista precludere il diritto di riscatto”. Il numero di bancarotte personali sta subendo un’impennata, nonostante una legge del 2005 che le rendeva più difficili e che garantiva ai creditori la possibilità di esigere denaro anche da chi era in bancarotta. Le azioni della General Motors sono ai livelli del 1950. Come GM, la Ford lascia a casa migliaia di lavoratori. Per sopravvivere, tutti reclamano a gran voce l’aiuto federale. I fondi pensione sistematicamente falliscono.
 
Queste le mie personali esperienze.
Come quando mi fermo alla pompa di benzina e vedo il contatore segnare 50 dollari, 60 e poi arrivare a 70 per il pieno. O come quando vado al supermercato e ci lascio 140 dollari per quello che più o meno un anno fa me ne costava 90.
Spesso mi imbatto in gente ricca con relativi accompagnatori. A febbraio viaggiavo con un avvocato di uno studio di grido di New York. Lavora con gli IPO. Mi disse che il volume d’affari dello studio a gennaio 2008 era sceso del 90 per cento rispetto all’anno precedente. Un paio di giorni fa uno dei fondi di copertura ci è venuto a trovare durante i nostri consueti doppi di tennis. Tra un set e l’altro ci ha confidato quanto difficile sia di questi tempi recuperare i crediti. “Su un prestito sicuro”, il che significa garantito da attività, per la maggior parte immobiliari – parlava di 120 milioni di dollari e più – le banche esigono il 20% d’interessi”.
Ogni analista che vedo o sento incrimina la “bolla edilizia” e lo “scandalo dei subprime”.
 
Questo non è corretto.
Infatti non spiega perché mai il dollaro abbia perso un terzo del suo valore rispetto alla moneta canadese e all’euro, tra gli altri, e perché l’oro abbia superato la soglia di 1.000 dollari – questo molto prima che la bolla cominciasse a far acqua.
Ciò non spiega perché il mercato azionario sia sotto di 15 punti percentuali (tenendo conto dell’inflazione) rispetto al 2001.
 
Ciò non spiega perché il reddito medio – dipende da chi parla – è di 700, 1.000, 1.200 dollari a persona al mese. Anche con più lavoratori all’interno dello stesso nucleo familiare, il reddito medio per famiglia scende.
Ciò non spiega perché, durante il cosiddetto boom dell’era Bush, i profitti delle società erano costantemente in ascesa ma le società non sapevano dove investire.
Mettiamo caso che la politica del governo abbia effetti economici.
Quali politiche hanno prodotto ora che questa economia slitta sul ghiaccio, al rallentatore, verso il precipizio o, se siamo fortunati, in un fosso?
 
Il punto, il nodo dell’economia bushiana è tagliare le tasse, specialmente quelle dei ricchi.
Ritengo impossibile prefigurare quali siano le motivazioni di Bush per una qualsiasi cosa. È probabile che abbia questa tendenza perché lui stesso, la sua famiglia, i suoi amici sono molto ricchi e negli anni nascondono sotto il materasso migliaia di dollari. O forse per ragioni politiche. Una volta disse che i super ricchi sono la sua “base”. O probabilmente è una questione di classe che nasce dalla convinzione che i ricchi sono ricchi perché sono migliori e col loro denaro fanno le cose migliori. Credo mistico che il “mercato” rende tutto migliore.
 
Qual che sia la verità, svendevano i tagli alle tasse come stimolo economico e i pacchetti lavoro con la promessa che non avrebbero creato deficit, idea peraltro basata sulla visione romantica di Ayn Rand dei miliardari che si sarebbero scapicollati verso posti dimenticati da dio per creare, creare ed ancora creare nuove imprese che avrebbero creato a loro volta nuovi posti di lavoro, “ottimi posti di lavoro”, e le nuove tasse sarebbero state pagate da imprese e lavoratori a reintegro del deficit iniziale.
Ahimè, nulla di tutto ciò è successo.
I deficit ci sono stati.
Bush è andato in guerra sperperando una follia e li ha fatti aumentare. Qualunque boom ci sia stato non ha prodotto un ritorno tale da colmare il debito.
 
Prossimo episodio della saga.
Il debito normalmente porta all’inflazione.
I banchieri odiano l’inflazione, come i politici.
Quindi Alan Greenspan, il nostro eroe economico, è intervenuto. Ha tagliato i tassi che la Federal Reserve applicava alle banche sui prestiti governativi.
Lo scopo era tenere sotto controllo l’inflazione.
Più o meno la cosa ha funzionato per cinque anni. I tassi d’inflazione ufficiali, ed effettivi, sono rimasti su livelli piuttosto bassi.
 
La ragione per cui dico più o meno è che in realtà l’inflazione è stata soppressa. Il dollaro è stato svalutato, da quanto ne sappiamo, almeno di un terzo. Il prezzo del petrolio è per l’appunto in dollari. I produttori di petrolio d’oltreoceano hanno visto i profitti calare di circa un terzo. Quindi hanno agito come avrebbe agito una persona di buon senso se avesse avuto il potere di farlo: aumentando il prezzo.
Questa non è l’unica ragione dell’aumento del costo del greggio, ma ne ha dato l’avvio e ne costituisce buona parte. Dato che il petrolio fa muovere tutto in America, i prezzi dei beni sono di conseguenza aumentati. Ciò non spiega l’impennata dei costi cui stiamo assistendo ma può esserne considerata significativa forza propulsiva.
 
Questo fenomeno si lega ad altre spinte.
Il libero commercio è la prima voce in lista.
Il libero commercio ha portato dall’oltreoceano in America beni di consumo a basso costo che hanno fatto la felicità dei negozianti e tenuto basso l’inflazione.
È stata dura per i lavoratori. Non solo molti si sono trovati a spasso, ma la pressione sulle paghe è stata tenuta sotto controllo in ogni settore. Ed anche questo ha contribuito a mantenere bassa l’inflazione.
Ed è stata dura anche per quelle imprese che comunque producono qui negli Stati Uniti. Produzione e servizi ausiliari sono stati appaltati all'esterno, sebbene le aziende fossero rimaste qui, come entità di distribuzione e societarie.
Possiamo individuare altri fattori come la deregolamentazione, la non applicazione delle regolamentazioni, la nomina degli amministratori delegati nelle agenzie governative e la desindacalizzazione.
 
Con produzioni decentrate all'estero e salari in ribasso, le aziende, in effetti, hanno fatto affari d’oro.
Tre fattori hanno prodotto una grande quantità di liquidità svincolata.
Primo, il governo tagliava le tasse mentre aumentava le spese.
Secondo, la Federal Reserve ha reso i prestiti, artificialmente, meno onerosi.
Terzo, le grandi imprese hanno fatto i soldi, in larga misura abbassando paghe e salari, ma non avevano modo di piazzarli.
Ma cosa ci si doveva fare con tutti quei soldi?
Nulla veniva prodotto con quella crescita potenzialmente adatta a rimborsare i prestiti. 
I lavoratori non producevano più denaro che potesse essere usato per creare maggior consumo.
 
Perciò un mare di dollari è stato impegnato in due settori diversi, dai quali si supponeva avrebbe potuto essere rimborsato; beni immobili e consumatori (che rendevano meno) per personali investimenti nelle linee di credito.
C'è stata la crescita di circa 37 punti percentuali del Prodotto Interno Lordo in moneta reale nell’arco di sette anni, quindi 17 punti percentuali tenendo conto dell'inflazione.
 
Facciamo un passo indietro e diamo un’occhiata ad altri due parametri: reddito medio e mercato azionario.
Entrambi registrano un crollo.
Dov’è la crescita?
Stava nei prestiti. Debito e credito.
Si profila una bolla, una bolla edilizia, che sta all’interno – o è sintomatica – di un’altra bolla, la bolla del credito, di proporzioni così rilevanti da rappresentare l’intera crescita dell’economia americana degli ultimi sette anni.
Il nocciolo della questione, i semi che hanno dato origine al frutto proibito sono i tagli alle tasse.
I tagli alle tasse sono effettivamente stimolo per l’economia?
Enormi quantità di denaro hanno finito per creare un mito. Al centro delle pretese la storia di San Ronald Reagan.
 
Reagan tagliò le tasse sui redditi, rivoluzione. Ma alzò le tasse su assistenza e sanità. Questo significa che i ricchi pagavano meno e i lavoratori di più. Conseguenza immediata fu che l’economia vacillava. Quindi Reagan aumentò le imposte, anche se non nella stessa misura in cui le aveva tagliate. Contemporaneamente, il greggio scese da 40 a 20 dollari al barile. L’economia riprese vigore. Questo fino al crollo del mercato azionario nell’87.
Nel caso opposto la cosa diventa più lampante. L’aumento delle tasse stimola la ripresa economica. Può anche essere un non senso, una contro-intuizione, ma i fatti sono questi.
Se le tasse fossero arrivate al 90 per cento?
 
Secondo Reaganiani e Bushiani il mondo sarebbe esploso, la produttività disintegrata fino al totale stop, gli investitori si sarebbero volatilizzati, gli operai avrebbero appeso al chiodo gli attrezzi.
Durante la seconda guerra mondiale, le tasse videro un’impennata.
L’americano che guadagnava quellatantum di 500 dollari all’anno pagava il 23 per cento di tasse sul reddito, mentre quelli che di dollari ne guadagnavano un milione all’anno pagavano il 94 per cento di imposte.
Risultato:
l’economia americana fra il 1941 ed il 1945 ebbe una crescita senza precedenti (ed irripetibile). Il Pil statunitense passò da 88,6 miliardi nel 1939 – mentre il paese ancora soffriva degli effetti della depressione – a 135 miliardi nel 1944.
Dal 1946 al 1963 la percentuale massima fluttuava dall’86 al 91 per cento.
La crescita economica media era di 3,5 punti percentuali all’anno.
Il tasso attuale di imposta sul reddito è del 35 per cento.
La crescita economica è stata, al massimo, di 2,5 punti percentuali, se non si considera il 2007. E senza tener conto del tipo di crescita, costituita principalmente dal debito accresciuto e dalle piramidi del debito.
 
Nel 1992 il tasso d’imposta si è attestato intorno al 31 per cento.
Bill Clinton l’ha aumentato sino al 39,1 per cento.
Il Dow Jones salì del 360 per cento. Il numero di posti di lavoro crebbe al ritmo di 237.000 al mese (con Bush, nel 2007, solo 72.000 al mese). Il reddito medio per famiglia cresceva piuttosto che diminuire. Il bilancio era in pareggio.
Entrambi i candidati parlano di tagli alle tasse per sistemare l’economia.
Ha senso?
Qui, nello stato di New York, stiamo fronteggiando una crisi di bilancio dovuta al collasso dei mercati finanziari da dove proviene gran parte del nostro gettito fiscale.
Il governatore può scegliere di aumentare le tasse o di tagliare le spese. È un buon democratico, piuttosto liberal. Ma ha ottenuto i voti della gente e la legislatura e tutti volevano ridurre le spese.
Il che significa tagliare la forza lavoro dello stato.
Il che significa che chi aveva il lavoro e spendeva denaro sarà disoccupato e senza molte possibilità di spendere. Il che significa meno introiti per lo stato e per chi ne era in affari, cioè la crisi economica si aggraverà.
 
Gli stati si trovano in una posizione difficile perché sono in competizione gli uni con gli altri per “aree affaristiche amichevoli”, vale a dire, in breve, meno tasse.
Questa amministrazione e la maggior parte degli economisti, almeno secondo come si presentano sui media, vogliono che “consumiamo” per tirarci fuori dai guai.
Ma la prospettiva dovrebbe essere altra. Dovremmo produrre, per tirarci fuori dai guai.
Ciò è possibile in un mondo di “libero commercio”?
La risposta è sì – con la spesa pubblica. Attraverso ciò che il mercato non può o non vuole fornire.
 
Il mercato non proteggerà le nostre coste. Quanti Katrina e Ike dobbiamo avere prima di realizzare che facciamo questo per il bene comune – e per il bene del commercio e dell’economia?
I costi non possono essere esternalizzati. Per loro natura, devono rimanere qui.
La stessa cosa vale per l’energia solare ed eolica, per ricostruire il nostro sistema elettrico sfruttando queste fonti di energia.
 
Il mercato non creerà un sistema sanitario assennato ed accessibile. In fondo, il mercato ha prodotto il peggior rapporto costo-benefici del mondo civilizzato. Il mercato ha prodotto più burocrazia di una qualsiasi agenzia governativa.
Un sistema sanitario nazionale accessibile renderebbe il sistema americano più competitivo.
Per quelli che pagano per il proprio sistema sanitario, di sicuro avrebbero in tasca più denaro di quanto non potrebbe fare una qualsiasi proposta di riduzione delle imposte.
Il mercato non può e non vuole produrre aria ed acqua pure. Non darà alla luce un popolo istruito. 
Perché abbiamo avuto una tale crescita, una tale crescita nel commercio con tasse esorbitanti, quando queste tasse sui profitti delle società venivano effettivamente riscosse?
 
Se le imposte sui redditi (privati o societari) sono alte, la tendenza sarebbe di non riscuoterle, specialmente se sfiorano il 90 per cento. Ma non è necessario spingersi molto in là per cominciare ad apportare qualche significativo aggiustamento.
Che fanno società e persone quando guadagnano in un contesto che prevede imposte elevate? Reinvestono nella produzione. La monetizzazione è difficile ma il valore di ciò che possiedono continua a crescere man mano che il reinvestire si rivela redditizio. Quindi dobbiamo “fare soldi alla vecchia maniera….guadagnando”.
C’è una differenza fra la mia attività ed “il commercio”, ricchezza della nazione.
Nella mia attività, odio regolamentazioni, sindacati e pressione fiscale elevata.
Nel mio paese, apprezzo regolamentazioni, sindacati e ciò che tasse elevate, se spese bene, possono fare per me. In quel caso, il commercio in generale va bene, i miei investimenti nel mercato azionario vanno bene, la mia pensione è al sicuro, il sistema sanitario è accessibile ai miei figli, ho molte speranze per il loro futuro.
 
Larry Beinhart*

*articolo pubblicato in originale su Alternet.org . Larry Beinhart è un autore statunitense. È famoso per aver scritto il raccoto politico e investigativo American Hero, che ha ispirato il film politico Wag the Dog (Sesso e Potere in italiano). No One Rides for Free (1986) ha ricevuto l'Edgar Award del 1987 come Best First Novel. Il suo libro più recente, Fog Facts, parla di come alcune importanti verità palesemente lamapanti vengano ignorate dai media e dalla cultura in generale.
Traduzione di Claudia Parma


Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori