mercoledì 15 ottobre 2008

Confessioni di un sicario dell'economia


Il banchiere John Perkins rivela: sono stato arruolato dal governo degli Stati Uniti allo scopo di
risucchiare le ricchezze di paesi poveri. Che un banchiere intitoli le sue memorie "Confessioni di un
sicario dell'economia" è già clamoroso. Ma ciò che il banchiere John Perkins rivela nel suo libro,
"Confessions of an economic hit man" (1) è spaventoso: racconta di essere stato arruolato dal
governo Usa allo scopo di risucchiare a favore degli Stati Uniti le ricchezze di paesi poveri, e
ciò "attraverso manipolazioni economiche, tradimenti, frodi, attentati e guerre".
Le rivelazioni di Perkins gettano una luce del tutto nuova anche sulle motivazioni dell'invasione
dell'Irak. John Perkins dice di essere stato reclutato quando era ancora studente, negli anni '60, dalla
National Security Agency (NSA), l'entità più segreta degli Stati Uniti, e poi inserito dalla stessa
NSA in una ditta finanziaria privata. Lo scopo: "Per non coinvolgere il governo nel caso venissimo
colti sul fatto". Quale fatto? Abbastanza semplice.
Come capo economista della ditta privata Chas.T.Main di Boston con 2 mila impiegati, Perkins
decideva la concessione di prestiti ad altri paesi. Prestiti che dovevano essere "molto più grossi di
quel che quei paesi potessero mai ripianare: per esempio un miliardo di dollari a stati come
l'Indonesia e l'Ecuador". La condizione connessa con il prestito era che in massima parte venisse
usato per contratti con grandi imprese americane di costruzioni e infrastrutture, come la Halliburton
e la Bechtel (strutture petrolifere).
Queste ditte costruivano dunque reti elettriche, porti e strade nel paese indebitato; il denaro prestato
tornava dunque in Usa, e finiva nelle tasche delle classi privilegiate locali, che partecipavano
all'impresa. Al paese, e ai suoi poveri, restava lo schiacciante servizio del debito, il ripagamento
delle quote di capitale più gli interessi. L'Ecuador, dice Perkins, è oggi costretto a destinare oltre
metà del suo prodotto lordo - cioè di tutta la ricchezza che produce - per il servizio dei debiti
contratti con gli Usa. Ma questo è solo il primo passo. Gli Usa, indebitando quei paesi, vogliono
in realtà "renderli loro schiavi", dice Perkins. All'Ecuador, non più in grado di ripagare,
Washington chiede di cedere parti della foresta amazzonica ecuadoriana per farla sfruttare da
imprese americane. E' questa la logica imperiale.
Tra i massimi successi dei "sicari economici", Perkins rievoca l'accordo riservato fra gli Usa e la
monarchia saudita ai tempi della prima crisi petrolifera negli anni '70. Per gli Stati Uniti, era
necessario tramutare il rincaro del greggio da sciagura a opportunità. La famiglia dei Saud, del
resto, affogava nei petrodollari: le fu proposto di investirli in titoli Usa e in grandi opere. La Bechtel
(chi scrive fu in Arabia all'epoca e può testimoniarlo) ricoprì il reame desertico di nuove città e di
impianti di raffinazione per lo più inutili; la famiglia Saud accettò di mantenere il greggio entro
limiti di prezzo desiderabili per gli Usa, in cambio dell'assicurazione americana che Washington
avrebbe sostenuto il loro potere per sempre.
"E' questo il motivo primo della prima guerra all'Irak", dice Perkins, e dell'intreccio privilegiato di
affari e finanza tra i sauditi e i Bush. Secondo Perkins, gli Usa cercarono di ripetere l'accordo con
Saddam Hussein, "ma lui non c'è stato". Da qui la sua rovina. Perché, dice Perkins, "quando noi
sicari economici falliamo il bersaglio, entrano in gioco gli sciacalli. Sono gli uomini della Cia, che
cercano di fomentare un golpe; se nemmeno questo funziona, ricorrono all'assassinio. Ma nel caso
dell'Irak, gli sciacalli non sono riusciti ad arrivare a Saddam: lui aveva delle controfigure, la sua
guardia era troppo attenta. Perciò si è decisa la terza soluzione: la guerra".
Perkins ha conosciuto personalmente Omar Torrijos, il generale e dittatore di Panama degli anni
'70, morto in un incidente aereo nel '78. Torrijos fu ucciso, spiega Perkins, perché aveva stilato un
accordo coi giapponesi per la costruzione di un secondo canale di Panama, ed aveva ottenuto
dall'Onu nel 1973 una risoluzione che obbligava gli Usa a restituire alla sovranità panamense il
vecchio Canale. Le multinazionali americane "erano estremamente arrabbiate con Torrijos".
Per questo scopo, quando Reagan divenne presidente, gli furono fatti scegliere come ministri due
alti funzionari della Bechtel, Caspar Weinberger alla Difesa e George Schultz - il che rivela molto
sul ripugnante potere degli affari nella politica Usa - per costringere Torrijos con le minacce a
rompere i negoziati coi giapponesi (che stavano soffiando alla Bechtel l'affare del secolo) e di
rinnovare il trattato del Canale di Panama, riconsegnandolo agli americani. Torrijos rimase sulle sue
posizioni: furono mandati in azione gli "sciacalli".
L'aereo di Torrijos, dice Perkins, cadde per un magnetofono che era stato riempito di esplosivo. La
stessa fine di Enrico Mattei. Conclude Perkins: "il denaro che gli Usa adoperano per indebitare i
paesi poveri non è neppure denaro americano. Sono la Banca Mondiale e il Fondo Monetario
a fornirlo". A fornire ai poveri la corda per impiccarsi.

Fonte: John Perkins
La costruzione dell'impero americano nel racconto di un insider
ISBN: 8875210691

Prezzo € 15,00


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