mercoledì 8 ottobre 2008

Anna Politkovskaja: quando la verità?


È possibile smascherare una bugia, ma quando ce ne sono milioni, quando vengono scelte e ricombinate anno dopo anno, decennio dopo decennio, quando milioni di persone abilmente addestrate partecipano a questa falsificazione con l'impiego di enormi risorse e tecnologie sofisticate e miliardi di persone subiscono un lavaggio del cervello ideologico generazione dopo generazione, non c'è alcuna possibilità di scavalcare quella serie ininterrotta di bugie e ristabilire la verità. Non è improbabile che secoli dopo si possa scoprire un barlume di quella verità, ma quale differenza potrà mai fare? Sarà solo un debole e distorto riflesso della storia.
Aleksandr Zinov'ev, "Global'noe Sverchobščestvo i Rossija", Mosca, Labirint, 2000. 


Il russo ha due parole per dire verità: pravda e istina. La prima fa parte di un gruppo di vocaboli che ha per radice “vero”, “giusto” ed è anche “franchezza”, verso se stessi e verso gli altri; la giustizia per esempio è pravosudie, il processo con cui si cerca e si trova la verità. La seconda è la Verità con la V maiuscola, l'unica, quella che rende liberi e con la quale è meglio non scherzare.

Io qui sarò semplicemente sincera. Nei giorni successivi alla morte di Anna Politkovskaja, che conoscevo grazie al libro La Russia di Putin pubblicato in Italia da Adelphi e ad alcuni articoli letti in rete, ho deciso di mettermi a tradurre dal russo un po' di materiale scritto da lei e su di lei: articoli, ricordi, commenti, reazioni, dinamica dell'omicidio, primi passi delle indagini. Il motivo è semplice: mi interessava. Per anni avevo continuato a seguire le vicende russe, senza mai scriverne e con un certo distacco. Però l'omicidio Politkovskaja per me ha rappresentato una svolta, e non nel senso più immaginabile o prevedibile: basti qui dire che mi sono resa conto quanto fosse drammatica la differenza di percezione tra Russia e Occidente e quanto bisognasse lavorare per spiegare, distinguere, mediare, contestualizzare, mettendoci di volta in volta e a seconda dei casi serietà, ironia, pedanteria, leggerezza.
Mai la differenza tra il punto di vista russo e le proiezioni occidentali mi era sembrata più grande e più difficile da gestire come in quell'ottobre 2006: di qui la scelta a un certo punto di smettere di scriverne e di occuparmi più seriamente della Russia e soprattutto di quello che la Russia non è.

Oggi, a due anni di distanza, è il momento di riparlarne. Credo che l'omicidio Politkovskaja sia stato capace di tirar fuori il peggio di ciascuno, di innescare isteriche reazioni a catena di malintesi, generalizzazioni e approssimazioni. È stata una gara di dilettantismo, opportunismo, insensibilità, mancanza di tatto, meschine vendette, cialtroneria, ipocrisia, sentimentalismo, pelosa compassione.

Da una parte, la Russia. Putin che fece quello che fa di solito quando viene messo sotto pressione e si infastidisce per le domande sbagliate: invece di strapparsi i pochi capelli superstiti e spargere lacrime di coccodrillo uscì dal protocollo e offrì a tutti noi occidentali quello che volevamo vedere, il demone meschino con un passato nei Servizi, KGB a Dresda. Ricordate? Cosa è successo al Kursk? È affondato. E Anna Politkovskaja? La sua influenza nella vita politica del paese era minima, no?

Forma sbagliata, contenuti tecnicamente corretti.
Come è stato spiegato da giornalisti e addetti ai lavori che non possono in alcun modo essere sospettati di connivenza con il Cremlino, non credo di fare un torto ad Anna Politkovskaja confermando che non era molto letta né molto conosciuta nel suo paese. Ma non perché particolarmente scomoda: semplicemente perché l'informazione russa, fuori e dentro la rete, è complessa, stratificata e dispersiva, con numeri, proporzioni, livello di interattività e capacità di influire sulla situazione del paese molto diversi da quelli a cui siamo abituati.

E forse anche perché scriveva per un bisettimanale, la Novaja Gazeta, che non è un faro della libera informazione e del giornalismo investigativo in un paese altrimenti barbaro: è un giornale politicamente orientato in senso “liberale” al quale, come ha ben ricordato John Laughland, [1] collaborano e hanno collaborato commentatori filo-americani vicini alla Jamestown Foundation, il centro studi neo-conservatore interessato alla democratizzazione (o “destabilizzazione”, dipende dai punti di vista) dei paesi dell'ex-blocco comunista. Dal 2006 il 49% della Novaja Gazeta è nelle mani di Michail Gorbačëv (10%) e di Aleksandr Lebedev (39%), politico e uomo d'affari milionario nonché ex funzionario del KGB e poi dell'SVD (i servizi segreti internazionali russi). Incidentalmente, i due hanno appena deciso di fondare un nuovo partito, il Partito Democratico Indipendente. [2] Sia chiaro: non è che Gorbačëv stia proprio simpatico a tutti, in Russia.
Infine, tanto per farci un'idea delle proporzioni, una circolazione di 250.000 copie in un paese di 145 milioni di persone non è molto.

Potremmo anche aggiungere a tutto questo il fatto che alla Politkovskaja non veniva perdonato di essersi associata a Boris Berezovskij nel comune interesse per il Caucaso Settentrionale e la causa dei profughi ceceni, che in quegli anni riceveva l'attenzione dei media occidentali e i soldi delle cosiddette fondazioni umanitarie e delle organizzazioni non governative. Intendiamoci: non c'è niente di male nell'abbinare al giornalismo la difesa dei diritti umani, a patto che non si considerino alcuni più umani di altri.

Come reagì l'opinione pubblica russa alla morte di Anna Politkovskaja? Con un misto di pena e indifferenza. In rete le cose stavano diversamente: opinioni tendenzialmente molto critiche e distaccate, con picchi di livore nei confronti della giornalista e del suo lavoro, e quei primi sintomi di rabbia e delusione nei confronti dell'opinione pubblica e dei media occidentali destinati a esasperarsi negli anni successivi.

Come reagì l'Occidente? Ma figuriamoci, il cadavere della povera Politkovskaja era il grande sogno trasversale: ci si buttarono tutti, giornalisti, politici, opinionisti, difensori della libertà di stampa, associazioni per la difesa dei diritti umani, sindaci, assessori, poeti, cantanti, registi, comitati di signore bene. E poi i premi, i premi: postumi, intitolati alla defunta, inutili. Che momenti.

Naturalmente parte di questi singoli e organizzazioni era in perfetta buona fede, e non lo dico solo perché l'ultima cosa che vorrei è un picchetto di signore sotto casa che protesta contro gli abusi in Russia. Ma di fatto i media occidentali (i nostri sulla scia di quelli britannici e statunitensi) avevano consacrato e diffuso una versione unica: in Russia era stata assassinata una giornalista coraggiosa che si opponeva a Putin; se ne deduceva che Putin doveva avere commissionato l'omicidio.

La vecchia sindrome del rosso sotto il letto è dura a morire, e l'avrebbe dimostrato di lì a poco l'opera buffa mediatica rappresentata dalla morte di Aleksandr Litvinenko (a proposito del quale, lo ammetto, mi sono fatta meno scrupoli: ma lui non era né giornalista, né donna, e del resto neanche tanto coraggioso).

Il Financial Times sottolineava che Putin era responsabile della creazione di un clima politico e sociale che rendeva possibili omicidi come questo. Anne Applebaum sul Washington Post attribuiva direttamente a Putin gli omicidi di giornalisti avvenuti in Russia dopo il 2000 (non che prima non ce ne fossero stati, solo che prima c'era El'cin). Olga Craig sul Sunday Telegraph titolava un suo articolo “Incrocia Putin e muori”, nel quale raccontava la fantasmatica storia di un povero giornalista russo perseguitato dai servizi segreti assassini. L'Economist ne approfittava per evocare le ombre del Reich e osservava che “a volte la Russia sembra orientarsi verso il fascismo”. [3]

La demonizzazione della Russia a questo punto era completa, potevamo rilassarci in questa certezza che non aveva bisogno di ulteriori conferme e dimenticarci della vera Politkovskaja. Tanto la vera Politkovskaja non esisteva già più: esisteva invece il fantasma di “una delle giornaliste più brillanti e coraggiose” (The Guardian), “una delle poche voci che osassero contraddire la linea di partito” (The Daily Telegraph), “scomoda in nome della libertà” (The Independent), “la più famosa giornalista investigativa russa” (The Times), “una delle giornaliste più coraggiose” (The New York Times), “vittima di raro coraggio” (The Washington Post). [4]

Anna Politkovskaja svolgeva il proprio lavoro in una posizione di estrema vulnerabilità, con i suoi reportage dal Caucaso ha documentato e testimoniato sofferenze, torture e abusi ed è stata vicina a tante vittime della guerra, anche se solo di una parte coinvolta in quella guerra. Per farlo e per combattere contro quello che considerava un sistema spietato ha scelto di schierarsi, e questo non l'ha resa più amata (basti leggere la testimonianza di uno degli ostaggi dell'assedio al Teatro Nord-Ost: non contiene parole di perdono o di riconciliazione ma accuse feroci e dolorose che non è difficile comprendere). [5] Ha corso rischi intollerabili e si è fatta molti nemici, ma forse non per le storie che scriveva (come ricordò il giornalista e commentatore politico Oleg Kašin in un bell'articolo su Vzgljad, più che una giornalista era una newsmaker: tendeva a stare davanti e non dietro alle telecamere, a fare notizia più che a scriverne). [6] Tra questi nemici c'erano persone capaci di farla uccidere praticamente alla luce del sole, o almeno nell'ingresso di un tranquillo condominio, vicino all'ascensore, un pomeriggio di ottobre: quattro colpi di Makarov, compreso quello finale “di controllo” (kontrol'nyj), che serve a verificare che la vittima sia morta ed è considerato indizio di un assassinio su commissione.

Per concludere: non so se Anna Politkovskaja sia stata in qualche modo strumentalizzata quando era in vita, e se ne fosse consapevole. So però che lo è stata, e molto, dopo la sua morte.

Ma veniamo al punto sulle indagini, che sono ora giunte a una svolta.

Inizialmente circolano varie ipotesi, tutte più o meno collegate all'attività professionale della Politkovskaja: vendetta di poliziotti corrotti che erano finiti nei guai per i suoi articoli; vendetta di militanti ceceni; azione dei nazionalisti russi (il suo nome era sulla lista di morte di vari gruppi neonazisti); provocazione politica per screditare le autorità russe e cecene o innescare conflitti nel Caucaso.

Poi la Procura Generale chiede il silenzio stampa, che viene rispettato. La Novaja Gazeta annuncia che avvierà una propria indagine e collaborerà con gli inquirenti; Aleksandr Lebedev offre una ricompensa pari a 1 milione di dollari a chi contribuirà alla soluzione del caso.
Segue dunque un silenzio stampa che dura dieci mesi.

Il 28 agosto 2007 il Procuratore Generale Jurij Čajka annuncia in una conferenza stampa l'arresto di dieci sospetti in relazione all'omicidio. Tra questi, un ufficiale di polizia, un colonnello dell'FSB (Servizio di sicurezza federale, i servizi segreti russi) e tre ex poliziotti; gli altri cinque sono ceceni, uno di loro avvocato a Mosca, e farebbero parte di una banda specializzata in omicidi su commissione. Gli inquirenti pensano che i ceceni possano avere a che fare anche con gli omicidi del vice presidente della Banca Centrale russa Kozlov e del giornalista di Forbes Russia Paul Klebnikov.

La Novaja Gazeta, impegnata nella sua indagine parallela, scrive che gli arresti sono stati fatti dal 15 al 23 agosto. Il direttore del giornale definisce le conclusioni degli inquirenti “convincenti”, il figlio della Politkovskaja, Il'ja, si dice “non sorpreso”.
“I nostri nomi coincidono con quelli dell'indagine ufficiale”, dice il vice direttore del giornale, Sergej Sokolov. “Ma l'identità del mandante non coincide”.

Nella sua conferenza stampa il Procuratore Generale fa anche una dichiarazione politica, puntando il dito contro le “forze esterne” di putiniana memoria che mirano a offuscare la reputazione internazionale della Russia e a destabilizzare la situazione interna del paese, e aggiunge che i responsabili vogliono “un ritorno al vecchio sistema di governo nel quale erano i soldi e gli oligarchi a decidere tutto”. Non si fanno nomi, ma tutti colgono il riferimento agli oligarchi in esilio (rispettivamente nel Regno Unito e in Israele) Berezovskij e Nevzlin; non a caso nel corso della conferenza stampa Čajka ribadisce che la Russia continuerà a chiedere l'estradizione di Berezovskij, ricercato per reati finanziari.

Nel frattempo anche l'FSB tiene una conferenza stampa in cui comunica che un suo ufficiale, Pavel Rjaguzov, è tra gli arrestati.

Gli altri nomi non si sanno, ma appaiono sulla stampa il giorno successivo, completi di foto e generalità dei sospettati: Aleksej Berkin, Dmitrij Lebedev, Tamerlan Machmudov, Džabrail Machmudov, Oleg Alimov, Achmed Isaev, Sergej Chadžikurbanov, Dmitrij Gračev, Pavel Rjaguzov. Il Moskovskij Komsomolec aggiunge un bel po' di dettagli. [7] Si sa così che Rjaguzov, il colonnello dell'FSB, ha 37 anni ed era già tenuto d'occhio da tempo per presunti collegamenti con il crimine organizzato. Rjaguzov è specializzato in compiti di sorveglianza, dunque potrebbe avere messo sotto controllo il telefono della Politkovskaja. Dmitrij Lebedev, Dmitrij Gračev, Oleg Alimov e Aleksej Berkin sono ex poliziotti: alcuni hanno lasciato il servizio tra i 5 e gli 8 anni fa. Avrebbero avuto l'incarico di sorvegliare la Politkovskaja quando usciva di casa. Sergej Chadžikurbanov, ufficiale di polizia, 40 anni, quattro anni prima ha organizzato una trappola che ha portato alla cattura di Frank Alcapone (alias Fizuli Mamedov), arrestato per il possesso di un chilo di eroina. Secondo le guardie del corpo del boss l'eroina gli era stata messa addosso dai poliziotti. Alcapone viene rimesso in libertà e i poliziotti accusati di abuso d'ufficio.

Poi ci sono i tre fratelli Machmudov, di origine cecena: Tamerlan, 36 anni, Džabrail, 49, e Ibrahim, 25. Tamerlan e Ibrahim risiedono a Mosca, Džabrail a Zarajsk, nel distretto di Mosca. Secondo le autorità questi tre non avevano rancori personali nei confronti della giornalista, e hanno partecipato all'omicidio in cambio di un'ingente somma di denaro.

Infine ci sarebbe l'autista, Achmed Isaev: avrebbe portato i fratelli Machmudov sul luogo del crimine e li avrebbe aiutati a ottenere la documentazione per acquistare la macchina.

Forse anche a causa di questa fuga di notizie, nei giorni successivi le prove contro alcuni degli accusati cadono una dopo l'altra. Viene rilasciato per insufficienza di prove Berkin (gli inquirenti pensavano facesse parte della banda di criminali ceceni chiamata “Lasagna”, dal nome di un ristorante in cui erano soliti incontrarsi, e ritenuta responsabile dell'omicidio); e viene rilasciato anche Chadžikurbanov, perché il giorno dell'assassinio era in carcere (quello che si dice un alibi di ferro). [8] Poi è la volta di Alimov, mentre emerge che Rjaguzov è accusato di abuso di potere per un caso che risale al 2002. [9]

A una settimana dagli arresti, un altro colpo di scena: la Procura Generale toglie il caso alla squadra di inquirenti che se ne era occupata fino a quel momento e al suo capo Pëtr Garibjan. [10] Il direttore della Novaja Gazeta Muratov dice in un'intervista a Echo Moskvy che la decisione è frutto di pressioni dei siloviki (uomini dei servizi) per sabotare le indagini. La Procura Generale nega l'accusa dicendo che la squadra è stata invece rafforzata con l'aggiunta di nuovi elementi. La Novaja Gazeta fa sapere che continuerà a lavorare con Garibjan, che sono in corso nuovi arresti e che l'indagine si è fatta estremamente complicata.

La Procura apre un'indagine sulla fuga di notizie.

A metà settembre viene arrestato Šamil Buraev, ex capo del distretto ceceno di Ačhoj-Martanov, accusato di aver ottenuto l'indirizzo della giornalista da Rjaguzov e di averlo passato agli assassini.
Una notizia RIA Novosti del 24 ottobre conferma che Buraev rimane in arresto e che i detenuti al momento sono nove, compresi i fratelli Machmudov. [11]

Nell'intervista a Time del dicembre 2007 Putin dice che le autorità faranno il possibile per risolvere il caso, ma che ci sono dei “problemi con le prove”. [12]

Alla fine di marzo 2008 la Procura Generale fa sapere che il killer è stato identificato ed è attualmente ricercato. Gli accusati in quel momento sono nove, compreso l'ufficiale dell'FSB. [13]

Agli inizi di aprile un investigatore capo incaricato delle indagini, Dmitrij Dovgij, rilascia un'intervista a Izvestija nella quale afferma che Boris Berezovskij è il mandante dell'omicidio. Dovgy è stato sospeso per corruzione (avrebbe preso tangenti per 4 milioni e mezzo di dollari), ma secondo Izvestija l'intervista è stata fatta quando era ancora in servizio. [14] Dovgij non ha in mano prove concrete, ma si dice convinto che l'omicidio sia stato ordinato da Boris Berezovskij attraverso Chož-Achmed Nuchaev, il criminale ceceno fuggiasco ufficialmente sospettato dell'omicidio di Paul Klebnikov. Appare abbastanza evidente che Dovgij, che pochi mesi prima in un'intervista alla Rossijskaja Gazeta era stato estremamente cauto, ha tentato una mossa disperata dimostrando la sua lealtà e accreditando una pista politica che poteva supporre molto gradita ai suoi superiori.

Il 16 aprile altra fuga di notizie: il sito russo Life.ru pubblica la foto di Rustam Machmudov, sospettato di essere l'esecutore materiale dell'omicidio. [15]

Il 12 maggio viene rilasciato un altro sospetto, Magomed Dimelchanov. Gli arrestati scendono a sette. Contro Rustam Machmudov è stato emesso un mandato di cattura internazionale.
Agli inizi di giugno viene rilasciato anche Buraev, in attesa di processo.

Il 18 giugno gli inquirenti russi dichiarano di avere concluso l'indagine e di avere formalizzato le accuse contro quattro sospetti: tre per coinvolgimento nell'omicidio e uno per abuso d'ufficio. [16] Un'indagine distinta è stata avviata nei confronti dell'esecutore materiale dell'omicidio, Rustam Machmudov, latitante. Le accuse contro Buraev sono invece cadute per insufficienza di prove.
Agli inizi di luglio fonti della Procura Generale dichiarano di sapere in quale paese dell'Europa Occidentale si nasconda Machmudov. [17]

Arriviamo infine al 2 ottobre 2008, quando la Procura Generale della Federazione Russa comunica di avere rinviato a giudizio per l'omicidio di Anna Politkovskaja tre persone: Sergej Chadžikurbanov e i fratelli Džabrail e Ibrahim Machmudov. L'ex ufficiale dei servizi Pavel Rjaguzov è accusato di abuso di ufficio. Un distinto procedimento penale è stato avviato a carico di Rustam Machmudov. [18]

Il figlio della giornalista, Il'ja Politkovskij, ha sostenuto in una conferenza stampa che il caso è stato trasferito non a un tribunale civile, ma a un tribunale militare, in quanto uno degli imputati è un agente dei servizi. “Vorrei sottolineare che non accuso dell'organizzazione diretta di questo omicidio le autorità, perché niente fa pensare a questo. All'omicidio hanno preso parte elementi isolati dei servizi segreti e loro agenti”, ha aggiunto il figlio della giornalista. [19]

Dunque si va al processo, probabilmente in tempi brevi. Mancano il killer, il mandante e il movente.

La ricompensa da un milione di dollari non è stata incassata da nessuno.

È una storia fatta di voci e fughe di notizie, di avvertimenti, di “io so”, di sassi lanciati e mani nascoste, di rivelazioni frettolose e premature, di gang Lasagna e soldi, di criminalità, connivenze e coperture, probabilmente non di massimi poteri, o folli regali di compleanno, o premier ceceni capricciosi, o maligni oligarchi con l'hobby del colpo di stato. Ma chi può dirlo con certezza.

Quando è stata diffusa la notizia del rinvio a giudizio la stampa occidentale e quella russa hanno reagito pigramente. La ricerca su Google e Yandex dà pochi e ripetitivi risultati, le discussioni sui blog si limitano a rilanciare la notizia (che è stata riportata già a settembre [20] e non fa che confermare fatti noti già a giugno), nessun commento sui giornali.
Forse si aspetta il 7 ottobre per far scattare i riti del ricordo, più appaganti della ricerca di un tenue e distorto riflesso di verità.


NOTE
[1] “Who killed Anna Politkovskaya?”, John Laughland, Sanders Research Associates, 19 ottobre 2006
[2] “Russia: Gorbaciov- Lebedev, partito”, ANSA, 30 settembre 2008
[3] “Where is America's Politkovskaya?”, Mark Ames, The eXile, 20 ottobre 2006
[4] John Laughland, op. cit.
[5] СВИНСТВО!!!, http://al-stal.livejournal.com/, 20 ottobre 2006
[6] “Kto ubil Annu Politkovskuju?”, Oleg Kašin, Vzgljad, 9 ottobre 2006
[7] “Sodejstvujuščie lica i ispolniteli – V spiske ubijc Politkovskoj – torgovcy ryboj, čekisty i milicionery”, Moskovskij Komsomolec, 29 agosto 2007
[8] “Mera Otsečenija”, Kommersant', 30 agosto 2007
[9] “Genprokuror sdaet po delu”, Kommersant', 31 agosto 2007
[10] “Investigator out in Politkovskaya case”, The Moscow Times, 5 ottobre 2007
[11] “Court remands Politkovskaya murder suspect Burayev in custody”, RIA Novosti, 24 ottobre 2007
[12] “Putin promises to complete probe into Politkovskaya's murder”, RIA Novosti, 19 dicembre 2007
[13] “Politkovskaya's killer identified, being sought - top prosecutors”, RIA Novosti, 28 marzo 2008
[14] “Načalnik Glavnogo sledstvennogo upravlenija Dmitrij Dovgij: 'Čeloveku dolžno byt' vygodno ne brat' vzjatok'”, Izvestija, 3 aprile 2008
[15] “Ubijstvo izvestnoj žurnalistki. Killer sbežal iz Rossii”, Life.ru, 15 aprile 2008
[16] “Russian prosecutors finish probe into Politkovskaya murder”, RIA Novosti, 18 giugno 2008
[17] “Russian reporter Politkovskaya's killer hiding in Western Europe”, RIA Novosti, 1° luglio 2008
[18] “Russian prosecutors refer Politkovskaya murder case to court”, RIA Novosti, 2 ottobre 2008
[19] “Delo ob ubijstve Politkovskoj peredano v voennyj sud”, RIA Novosti, 2 ottobre 2008
[20] “Delo Politkovskoj v Genprokurature”, Rossijskaja Gazeta, 20 settembre 2008


*Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica.
Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

La traduzione francese, a cura di Fausto Giudice, è a questo indirizzo.

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