venerdì 31 ottobre 2008

Un'onda che pensi in grande


E’ l’estate del 2000, sono a Boston per la mia prima intervista a Noam Chomsky. A chi non lo conoscesse rammento che Chomsky è il più noto intellettuale dissidente americano di sempre, definito dal New York Times “probabilmente il più importante pensatore vivente”, ed è il linguista di maggior calibro del XX e XXI secolo. Insegna al prestigioso Massachussets Institute of Technology (MIT), dove è professore ordinario.

Bene, sto per incontrare questo mostro sacro della cultura accademica nel suo ufficio all’MIT e vengo avvisato dal suo segretario che l’intervista non potrà durare più di 60 minuti, poiché “Chomsky ha un importante appuntamento alle 17 precise”. Non nascondo a costui il mio disappunto: rappresento un network televisivo nazionale (RAI), sono venuto da oltreoceano per intervistare il professore, ho preso questo appuntamento 3 mesi fa, e ora ho solo 60 minuti per montare la telecamera, i microfoni, fare le prove audio e video, poi sbrigare un tema come il Debito del Terzo Mondo, Fondo Monetario, Banca Mondiale, sperequazione della ricchezza… Niente da fare, il prof. ha un impegno. Fine della discussione.
L’intervista è piacevole, Chomsky è gentile, tutto fila liscio, ma dopo 59 minuti, accidenti a lui, il segretario bussa lievemente alla porta e si mostra a Chomsky attraverso il riquadro di vetro della stessa. Sessanta secondi dopo è l’intellettuale in persona che con un sorriso mi dice “time’s up, sorry..”, il tempo è finito, spiacente. Un rapido saluto, stretta di mano e fuori dallo studio con tutti i marchingegni del mio mestiere. Chomsky richiude l’uscio alle mie spalle.

Sono nell’anticamera indaffarato ad arrotolare cavi, riporre microfoni, controllare le cassette, ma non manco di guardarmi intorno in attesa dell’arrivo di questo ospite così imprescindibile. Non c’è, non arriva, nessuno ha suonato, non ci sono colleghi di altri network in coda per un’intervista. Il segretario armeggia col suo pc, un paio di tizi (presumibilmente docenti) camminano da un ufficio all’altro senza alcuna intenzione di dirigersi da Chomsky, un ragazzino meno che ventenne se ne sta seduto alla mia destra sfogliando testi e appunti. Per il resto calma piatta. Ma dov’è sto pezzo da novanta per cui mi hanno messo le braci al sedere?

Saranno passati sette minuti, quando Chomsky riapre l’uscio dello studio e con fare cortese invita il ragazzino ad entrare. I due si accomodano e iniziano la conversazione, li vedo attraverso il riquadro in vetro. Ancora la mia mente si rifiuta di arrendersi all’ovvia realizzazione, e in un residuo sforzo di capricciosa incredulità mi spinge a chiedere al segretario “ma è quel giovane l’appuntamento importante?”. “Sì, è uno del primo anno, un ordinario colloquio col prof.”, giunge serafica la risposta del mio interlocutore. Riparto per l’Italia.

Devo fare rewind e proprio spiegarvelo? No, sicuramente non serve. Cari studenti, questa scena affatto isolata nel panorama accademico statunitense appartiene a un ‘film’ che se mai verrà proiettato in Italia sarà forse fra un secolo, o probabilmente di più. Essa ci parla di un essere nell’università che dista da noi italiani come Marte dalla Terra, di una riforma vera, epocale, di un concentrato di democrazia, diritti, intelligenza, umiltà, pedagogia, libertà che nessuno qui da noi neppure si sogna di sognare. Noi, poveracci, siamo arditamente alle prese con la preistoria della riforma del sapere e dell’insegnare. Qualcuno, qui, se lo immagina un grande barone universitario italiano sbarazzarsi velocemente della CBS, di France 2 o della ZDF tedesca per onorare un colloquio con un ‘primino’ di neppure vent’anni?

E allora. Chiedo a tutti e con vero pathos: perché abbiamo rinunciato a immaginare un 'altro mondo'? Perché ci facciamo sempre ingannare da chi ci convince che il cambiamento significa conquistare due metri quadri in più di pollaio puzzolente, e non, come dovrebbe essere, miglia e miglia di prati e colline, valli e montagne dove respirare veramente? Perché ci scanniamo per ottenere due metri quadri in più di finanziamenti o di risicate riformucole da strappare alla Gelmini e non lottiamo invece per un’istruzione nuova a cominciare dalla dignità di ogni singolo studente che deve essere il protagonista importante, il numero uno delle priorità di ogni docente, imprescindibile appuntamento senza se né ma, oggetto-soggetto di un diritto attorno a cui ruota tutto il sistema istruzione, e vi ruota con UMILTA'?

Non capite, studenti, che il gioco più perverso dell’era politica contemporanea è proprio il riformismo? E’ quella cosa che ci ha tutti convinti che lottare per i diritti del nostro futuro significhi ottenere qualche decimetro in più nella catena che ci hanno messo ai piedi. Oggi ci hanno convinti, e lo ripeto, che libertà e rivoluzione, che riforma e miglioramento significhino potersi allungare di altri 20 centimetri dal muro cui siamo incatenati nel pollaio in cui siamo rinchiusi. E ce l’hanno fatta: noi siamo proprio ridotti così, completamente dimentichi della possibilità di avere Diritti Veri e una Vita Inedita, ma del tutto inedita, in questo caso un'istruzione da secolo nuovo. Insomma, un'altra esistenza dirompente nel cambiamento, così come l’umanità ha sempre saputo fare nella sua uscita dalla barbarie verso la civiltà. No, nel XXI secolo del riformismo siamo stati ridotto a sentirci trionfanti se un Walter Veltroni riuscirà col referendum a donarci 20 centimetri di riforma dell’istruzione in più. Ed è così in ogni campo del nostro vivere.

No, no e no! Cosa avrete risolto quando e se la Gelmini avrà fatto marcia indietro? Perché non mettiamo tutta questa energia oggi esplosa nelle piazze per arrivare a una scuola che non ci devasti l’anima, che non ci faccia odiare la cultura, che sia il nostro regno del rispetto nell’età più sensibile di tutta la vita, che non ci insegni le virtù del servilismo e dell'arroganza, dove non ci si senta con le ossa svuotate di fronte alle cattedre o ad aspettare nei corridoi i favori dei baroni? Dove a neppure vent’anni si possa entrare a colloquio dal tuo professore sul tappeto rosso, mentre fuori dallo studio, in corridoio, al resto del mondo tocca di aspettare voi e la piena soddisfazione del vostro diritto.

Immaginare in grande, immaginate in grande.

di Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info

Un disastro continuo di nome Palin



 La scelta di Sarah Palin come compagna di ticket per la corsa alla Casa Bianca sta costando cara a John McCain. Secondo l'ultimo sondaggio condotto per New York Times/CBS, la grande maggioranza degli americani pensa che la governatrice dell'Alaska candidata alla vicepresidenza al fianco del senatore repubblicano non sia qualificata per il compito a cui sarebbe chiamata. Lo pensa il 59 per cento degli intervistati, il 9 per cento in più rispetto a un mese fa. Circa un terzo degli elettori sondati afferma che la scelta del candidato vicepresidente sarà determinante per orientare il loro voto, e in grande maggioranza questi elettori dicono che voteranno per il democratico Barack Obama.  Interessante anche il fatto che il fattore razziale stia diventando sempre meno determinante: due terzi degli americani pensano che bianchi e neri debbano avere le stesse possibilità di avanzamento (erano il 50 per cento poche settimane fa).  Il senatore democratico è ormai saldamente in testa in tutti i sondaggi d'opinione, a quattro giorni dal voto. Secondo la rilevazione quotidiana di Zogby per Reuters-C/SPAN, per il secondo giorno consecutivo Obama guida la media nazionale con 7 punti di vantaggio (50 a 43) su McCain, il quale da tre settimane non riesce a superare la soglia del 45 per cento.  Si consolida il favore della vigilia per Obama anche negli Stati chiave, quelli che passando dai repubblicani ai democratici potrebbero determinare l'insediamento alla Casa Bianca del primo presidente nero della storia. Secondo Pollster - che analizza i dati di diversi istituti di sondaggio e fa una media quotidiana - Obama conduce in Florida per 47,8 per cento a 45,2. In Ohio, lo Stato che nel 2004 decretò la riconferma di George Bush, i democratici sono in vantaggio 49 a 43. In North Carolina, Stato del Sud tradizionalmente repubblicano, si profila un testa a testa (48,8 per cento di Obama contro 46,6 per cento di McCain). In Virginia invece Obama conduce i sondaggi in linea con la media nazionale (50,9 a 43,7). Inedito duello anche per l'Indiana, dove McCain resiste con il 47,3 per cento dei consensi della vigilia, insidiato da vicino da Obama che raggiunge quota 46,5 per cento. Infine, la Pennsylvania. McCain vede per ora frantumarsi il suo sogno di strapparla ai democratici: i numeri per ora lo danno lontanissimo da Obama, 41,7 per cento contro il 52,4 del democratico.  Si giocano negli Stati chiave le ultime ore di campagna elettorale. Oggi McCain termina il suo giro in pullman di due giorni in Ohio, dove sta lottando per la sopravvivenza politica. Gli uomini della sua campagna devono essere proprio sconfortati perché ieri sera non sono riusciti a evitargli l'ennesima brutta figura pubblica. Dal palco McCain ha chiamato a gran voce l'uomo simbolo della sua campagna, il famoso "Joe l'idraulico" che avendo sfidato Obama sul tema delle tasse per la strada è finito protagonista dell'ultimo dibattito televisivo ed è diventato immediatamente una celebrità nazionale. "Dov'è Joe? E' qui con noi questa sera?", ha chiesto più volte McCain dal palco, aspettandosi l'ingresso del beniamino del pubblico. Ma lui non c'era: "Mi avevano contattato tempo fa, poi non si sono fatti più vivi e non pensavo di dover andare", ha poi spiegato. Una macchina della campagna di McCain è andata a prelevarlo a casa per portarlo a un altro comizio ma ormai il danno in diretta tv era compiuto.  Obama è in queste ore in Iowa e finirà la giornata in Indiana, dove si profila un interessante testa a testa. Tra l'altro l'Indiana è uno dei primi Stati a chiudere le urne martedì sera e una vittoria di Obama qui potrebbe far premonire unlandslide, una vittoria a valanga.  Che ci sia grande interesse per Obama è confermato anche dagli ascolti record per il suo lungo "infomercial", 30 minuti di video andato in onda mercoledì in prima serata su sette tra i maggiori canali televisivi. Oltre 33,5 milioni di americani lo hanno guardato, un numero che eclissa persino le finali di baseball e che si avvicina solo all'audience del popolarissimo show tv "American Idol".  Ritorno a sorpresa sul "luogo del delitto" per Al Gore. Il premio nobel per la pace ed ex vicepresidente con Bill Clinton, sarà oggi in Florida, nei luoghi dove nel 2000 affondò tra le polemiche e le accuse di brogli il suo sogno di andare alla Casa Bianca e cominciarono gli 8 anni di presidenza di George W. Bush. 
Fonte: la Repubblica

Congo, la vittoria di Nkunda

Per il momento, il colpo del ko non è arrivato. Laurent Nkunda, il capo dei ribelli del Congrès national pour la défense du peuple, che negli ultimi giorni hanno messo in scacco le forze governative nell'est della Repubblica Democratica del Congo, ha fermato i proprio uomini nei dintorni di Goma, rinunciando ad attaccare la città, situata sulle sponde del lago Kivu, al confine con il Ruanda. Nel centro abitato, presidiato da circa 800 caschi blu della Monuc (la forza Onu nel Paese) e da un esercito congolese ormai in rotta, la popolazione attende nervosamente di conoscere il proprio destino.
Nkunda ha decretato un cessate - il - fuoco unilaterale, a detta sua per non peggiorare ulteriormente una situazione umanitaria già grave, e ha annunciato l'apertura di un corridoio umanitario per gli aiuti diretti in città. Ma se le sue richieste non venissero esaudite, è probabile che i 5.000 uomini ai suoi ordini decidano di conquistare Goma e scacciare gli ultimi soldati ancora presenti, che la scorsa notte, presi dal panico, si sono lasciati andare a saccheggi, stupri e violenze contro i civili. Il leader ribelle, che ha buon gioco nell'accusare l'esercito di non riuscire a difendere la popolazione, chiede l'apertura di un dialogo con il governo di Kinshasa, ma pone le sue condizioni: l'annullamento di accordi commerciali con la Cina del valore di 5 miliardi di dollari, che secondo il capo ribelle avrebbero svenduto le ricchezze naturali del Paesi, e il disarmo dei ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda, rifugiatisi in Congo al termine del genocidio ruandese del 1994. Nkunda accusa l'esercito congolese di essersi alleato con le milizie Hutu, tra cui figurano anche alcuni sospetti genocidaires in attesa di giudizio in Ruanda, e che avrebbero dovuto essere disarmati e rispediti in patria, stando a un accordo siglato anni fa a Roma con il governo congolese.
Ma anche gli accordi firmati tra Kinshaha e Nkunda lo scorso gennaio sono rimasti lettera morta. Il trattato che in teoria avrebbe dovuto liberare l'est del Congo dalla presenza di tutti i gruppi armati ancora attivi nella regione, si è rivelato un inutile pezzo di carta. Gli scontri continuano, decine di migliaia di civili vagano senza meta per il Kivu cercando di sfuggire alle violenze e l'esercito, espressione del governo centrale, sembra più debole che mai. Per tentare di salvare Goma dall'assalto dei ribelli, la Monuc prevede di rinforzare la propria presenza in città con l'invio di altri caschi blu presenti nella regione, mentre l'Unione Europea starebbe valutando l'opportunità di inviare un contingente militare di pronto intervento di almeno 1.500 uomini. Per il momento Goma attende, nervosa, con la paura che le armi riprendano il sopravvento sulla flebile pace che, da ieri sera, regna attorno alla città. E con la speranza che, dal tavolo delle trattative, esca fuori una pace ormai insperata.
Matteo Fagotto
Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12557/Congo%2C+la+vittoria+di+Nkunda

"Infiltrare agenti provocatori disposti a tutto"

"Infiltrare agenti provocatori disposti a tutto". "Lasciare per una decina di giorni i manifestanti liberi di devastare negozi, incendiare le auto e mettere a ferro e fuoco la città" per giustificare pestaggi "senza pietà" degli studenti che protestano e dei "docenti che li fomentano". Questa in soldoni la ricetta di Francesco Cossiga per fermare l'onda studentesca che in queste settimane ha invaso pacificamente le strade di tutta Italia contro la Riforma Gelmini. Giorno 29/10/2008, Piazza Navona, Roma, è stata la ricetta del Governo
Link: http://it.youtube.com/watch?v=Tk78GrEBfHY

giovedì 30 ottobre 2008

29/10/08 Piazza Navona:"Levati Francesco, vai via, vai via"

Ricordate le parole di Cossiga nell'intervista a 'La Nazione'? Dice che "le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti (gli studenti e i docenti, ndr) in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano". Bhe, evidentemente qualcuno ha dato retta a Cossiga, questo qualcuno è l'attuale Governo                                Link: http://www.youtube.com/watch?v=qmKZkCQTwW0

Thailandia: il paradosso del Sud-Est Asiatico




In Thailandia le tensioni politiche degli ultimi mesi sono giunte ormai a un punto morto. La situazione e' in completo stallo e non sembra esserci in vista una via d'uscita che risolva alla radice i problemi di un sistema politico giunto al capolinea. Ma fondamentalmente, agli occhi di un osservatore occidentale, cio' che sta accadendo a Bangkok negli ultimi mesi si sta rivelando un enorme paradosso che continua a crescere man mano che passano i giorni.

Da oltre due mesi infatti i militanti del PAD (People's Alliance for Democracy), in gran parte membri dell'elite economica e della classe medio-alta di Bangkok, si sono asserragliati nel palazzo del governo e non hanno assolutamente intenzione di uscire fino a quando anche questo esecutivo, in carica da poco piu' di un mese, non si dimettera' come il precedente. 

Ma anche in questo caso, la soluzione non e' affatto dietro l'angolo perche' il partito di maggioranza relativa - il PPP legato all'ex premier in esilio Thaksin Shinawatra estromesso dal potere con il golpe militare del settembre 2006 - ripeterebbe cio' che ha gia' fatto nel settembre scorso dopo le dimissioni del premier Samak Sundaravej: scegliere un'altra persona all'interno del partito e metterlo alla guida del governo di coalizione. 

Si ritornerebbe quindi di nuovo al punto di partenza perche' il PAD e', come due anni fa, a favore di un golpe militare che dia il potere nelle mani del Re affinche' scelga la persona giusta per guidare il Paese. Ma il PAD propone anche un nuovo sistema elettorale che preveda solo una certa percentuale, minoritaria, di parlamentari eletti direttamente dal popolo mentre la maggior parte deve essere scelta da un commissione di cosiddetti saggi, composta da membri del mondo accademico, imprenditoriale e militare. 

Il PAD sostiene infatti che l'attuale modello democratico a suffragio universale non funziona in quanto la maggioranza della popolazione in Thailandia vive nel nord del Paese ed e' prevalentemente povera e dedita all'agricoltura. Facile quindi da corrompere per comprarne il voto. E il bacino elettorale di Thaksin Shinawatra e' proprio nel nord rurale e povero del Paese. Quindi, secondo il PAD, il partito di Thaksin uscira' sempre vittorioso dalle urne, ed ecco il perche' di quella proposta di legge elettorale non proprio consona ai canoni democratici occidentali. 

Il paradosso dell'attuale situazione politica thailandese risiede poi anche nel fatto che ormai da due mesi il governo e' costretto a riunirsi nell'ex aeroporto internazionale di Don Muang per via dell'occupazione della Government House da parte del PAD. Viene da ridere al solo immaginare un'analoga scena in Italia con centinaia di persone che occupano Palazzo Chigi per mesi e Berlusconi che deve presiedere il Consiglio dei Ministri a Ciampino o in Malpensa. 

Comunque il 7 Ottobre scorso la polizia ha cercato di disperdere i militanti del PAD che avevano "sigillato" il Parlamento in occasione del primo discorso in aula dell'attuale premier Somchai, cognato di Thaksin Shinawatra. Somchai e' riuscito a lasciare il parlamento solo con l'ausilio di un elicottero, mentre per ore i deputati sono rimasti bloccati in aula. Nel frattempo all'esterno si scatenavano violenti scontri tra polizia e PAD con un bilancio finale di due morti tra i militanti del PAD e 400 feriti circa da ambo le parti. Altro fattore paradossale e' che i medici di alcuni ospedali della capitale si sono addirittura rifiutati di prestare le cure mediche ai poliziotti feriti, in aperto sostegno politico al PAD. 

Le vittime degli scontri sono state una ragazza e un ex poliziotto che si era unito al movimento antigovernativo. E ad assistere alla cerimonia funebre di cremazione delle due vittime c'erano anche la Regina e il Capo delle Forze Armate, il Generale Anupong Paojinda. Un altro segnale del paradosso thailandese e un evidente messaggio di sostegno alle proteste da parte della Casa Reale e delle Forze Armate che non hanno infatti risparmiato critiche alla polizia per l'uso sconsiderato di gas lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Il capo della polizia si e' dovuto scusare pubblicamente, insieme al premier. 

Se si pensa all'Italia e ai fatti di Genova nel 2001 viene solo da ridere. E l'Italia e' riconosciuta nel mondo come uno stabile Paese democratico, mentre la Thailandia ha una lunga tradizione di colpi di Stato e sanguinose repressioni delle proteste politiche. 

Un ulteriore segno della situazione paradossale in cui e' precipitata la Thailandia si e' avuto qualche giorno fa quando lo stesso Gen. Anupong Paojinda ha invitato il premier ad assumersi la piena responsabilita' per gli scontri del 7 Ottobre e a dimettersi, aggiungendo pero' che non ha alcuna intenzione di attuare un golpe. Ma il premier Somchai, che e' anche ministro della Difesa, ha ovviamente ignorato la "richiesta". 

Il quadro e' inoltre ingarbugliato dal fatto che, a differenza del 2006, ora le Forze Armate non sembrano cosi' compatte e unite nello schierarsi a fianco delle proteste, cosi' come la polizia non e' cosi' compatta a sostegno del governo. E col passare dei giorni anche i sostenitori del governo - l'UDD, United Front of Democracy against Dictatorship - si sono organizzati, presidiano una piazza di Bangkok e, come i militanti del PAD, godono del sostegno di membri della polizia e delle Forze Armate. Entrambi i movimenti hanno infatti i rispettivi servizi d'ordine che ogni giorno si allenano al combattimento corpo a corpo anche con l'uso di bastoni, guidati da ex membri della polizia ed esercito. 

Difficile dire che piega prenderanno gli eventi in quanto la situazione si sta sempre piu' complicando col passare dei giorni, diventando un vero e proprio enigma impossibile da sciogliere. Ma gli analisti politici, i professori universitari e gli opinionisti dei maggiori quotidiani sembrano concordare sul fatto che e' ormai solo una questione di tempo prima di vedere per l'ennesima volta i carri armati sfilare nelle strade di Bangkok. 

Questa eventualita' pero', a differenza del 2006, non sara' priva di pesanti conseguenze. L'UDD ha gia' promesso di bersagliare i cingolati con bottiglie molotov. Ma pistole e bombe a mano sono gia' da tempo nelle mani di entrambi i gruppi. 

Quindi un intervento dei militari sblocchera' di sicuro l'attuale impasse ma puo' aprire ben altri scenari, imprevedibili e di sicuro sanguinosi. 

http://enricosabatino.blogspot.com/

di Enrico Sabatino - Megachip 

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8204

Berlusconi esegue l'agghiacciante piano Cossiga


"Infiltrare agenti provocatori disposti a tutto". "Lasciare per una decina di giorni i manifestanti liberi di devastare negozi, incendiare le auto e mettere a ferro e fuoco la città" per giustificare pestaggi "senza pietà" degli studenti che protestano e dei "docenti che li fomentano". Questa in soldoni la ricetta di Francesco Cossiga per fermare l'onda studentesca che in queste settimane ha invaso pacificamente le strade di tutta Italia contro la Riforma Gelimini.

Puntualmente, a non meno di una settimana dall'agghiacciante intervista rilasciata a Il Giorno dall'ex presidente emerito della Repubblica, qualcuno sembra aver preso alla lettera le sconcertanti azioni repressive che Kossiga con tanta disinvoltura ha invocato. Tutte cose che ho fatto da ministro degli Interni - ha ammesso senza esitazioni. E a Piazza Navona non è restato che assistere a scene già viste e riviste: scontri predisposti a tavolino. Perchè altro non può essere. Un camioncino carico di mazze tricolori indisturbato che attraversa le centralissime a traffico limitato della capitale, due cortei di opposte fazioni che terminano il loro percorso nella stessa grande piazza, "gli agenti di polizia che sistematicamente manganellano gli studenti senza armi - come testimoniato da Curzio Maltese di Repubblica - e ignorano gli altri in una scena del peggiore G8 di Genova".

Ora che i telegiornali hanno a disposizione i loro scontri da sbattere in faccia a decine di milioni di persone, non resta che aspettare il commento soddisfatto di Berlusconi e della sua banda, mentre una manifestazione pacifica e quanto mai opportuna viene calpestata senza ritegno. Insieme a una democrazia che, tragicamente, deve ancora far capire di sè quando sia realmente cominciata.
di Alessio Marri - Megachip

Ondata di attacchi suicidi in Somalia: 60 morti decine i feriti


È di diverse decine di morti il bilancio complessivo di un'ondata di attacchi suicidi che ieri hanno investito in maniera pressocchè simultanea Hargeisa e Bosaso, capitali di due regioni secessionistiche della Somalia settentrionale, rispettivamente il Somaliland e il Puntland. Secondo il la Cnn, le persone uccise ammonterebbero ad almeno 60, più i kamikaze; ma si tratta di un computo provvisorio. Per prima è stata colpita Bosaso, dove due attentatori a bordo delle loro auto-bomba, o forse tre, si sono lanciati contro altrettanti uffici delle forze anti-terrorismo, uccidendone in tutto sei agenti. Assai più gravi le carneficine che si sono susseguite ad Hargeisa, nell'ex Somalia britannica: in rapida successione, sempre con la medesima tecnica, sono stati attaccati il Palazzo Presidenziale; quindi il quartier generale in città dell'Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, e soprattutto il consolato d'Etiopia, di fatto un'ambasciata. Soltanto in quel caso si sono contate non meno di cinquanta vittime, per lo più semplici civili in coda all'esterno della rappresentanza diplomatica, dove intendevano chiedere il visto d'ingresso nel Paese confinante: sono stati falciati dall'onda d'urto. Degli altri due attentati non è ancora stato accertato quali siano state le conseguenze in termini di vite umane, anche se diverse fonti hanno subito parlato di molte persone uccise o ferite. Si ignora inoltre se al momento dell'esplosione il presidente Dahir Rayale Kahin fosse presente; funzionari governativi hanno assicurato comunque che è illeso. Le stragi, ufficialmente non ancora rivendicate, sono coincise con i colloqui in corso a Nairobi tra il governo transitorio di Mogadiscio, le forze di opposizione meno intransigenti e i leader dell'Igad, l'Autorità Inter-Governativa per lo Sviluppo che raggruppa tutti i Paesi del Corno d'Africa e tre tati limitrofi: appunto il Kenya, l'Uganda e il Sudan. La riunione è stata invece boicottata dai miliziani fedeli alle deposte Corti islamiche, sconfitte alla fine del 2006 dalle truppe regolari somale grazie però al determinante intervento militare di Addis Abeba. Il fatto che sia stata presa di mira una legazione etiopica induce a pensare che dietro almeno alcuni degli attentati vi sia proprio la mano dei fondamentalisti. Questi ultimi due giorni fa avevano respinto senza mezzi termini l'accordo di cessate-il-fuoco firmato domenica scorsa a Gibuti dalle autorità ad interim e dall'Ard, l'Alleanza per la Ri-Liberazione della Somalia in cui si riconoscono alcune fazioni insurrezionali. L'Etiopia si è impegnata a rispettare l'intesa, che ne prevede il ritiro totale del territorio somalo, sebbene senza una vera e propria scadenza precisa. I colloqui in Kenya dovrebbero servire tra l'altro a convincere il fragile governo di Mogadiscio ad acconsentire a una qualche forma di spartizione dei poteri. Gli islamici si sono però detti decisi a combattere a oltranza, rifiutando qualsiasi compromesso. Somaliland e Puntland hanno proclamato l'uno, nel '91, l'indipendenza da Mogadiscio; l'altro, nel '98, la piena autonomia. Nessuno Stato terzo ne ha tuttavia finora formalmente riconosciuto la sovranità.
Fonte: liberazione

"Craxi avvertì Gheddafi del bombardamento Usa"





Per la prima volta viene detto modo chiaro, e in pubblico, che nell'aprile del 1986 un messaggio del presidente del consiglio italiano salvò la vita al leader di Tripoli


Giulio Andreotti e il ministro degli esteri libico Abdurrahman Shalgam raccontano una storia che più volte è stata scritta, ma mai confermata in modo così chiara e autorevole: il governo italiano avvertì il colonnello Gheddafi che il 14 aprile del 1986 la US Navy avrebbe attaccato Tripoli per punirlo degli attentati che la Libia aveva messo a segno anche contro militari americani in Germania. "Sì, quell'attacco americano era un'iniziativa impropria", ha detto stamattina Andreotti partecipando a un convegno organizzato alla Farnesina, "e credo proprio che dall'Italia partì un avvertimento per la Libia".  In effetti Bettino Craxi, all'epoca presidente del Consiglio, chiese al suo consigliere diplomatico Antonio Badini di avvertire l'ambasciatore libico in Italia, quell'Abdurrahman Shalgam che oggi è il ministro degli Esteri di Gheddafi. E infatti stamane Shalgam ha confermato la storia: "Craxi mi mandò un amico per dirmi di stare attenti, il 14 o il 15 aprile ci sarà un raid americano contro la Libia". Il ministro libico aggiunge che fu proprio grazie a questo avvertimento che probabilmente il leader libico Muammar Gheddafi si salvò. Craxi informò la Libia "due giorni prima dell'aggressione, forse l'11 o il 12 ci disse di stare attenti e che l'Italia non avrebbe permesso di usare il mare e il cielo" agli americani per condurre il raid.  Perché allora, nonostante il gesto italiano, la Libia rispose bombardando Lampedusa, chiedono i giornalisti a Shalgam: "Perché - risponde Shalgam - gli Stati Uniti usarono Lampedusa, la Libia reagì contro gli Stati Uniti non contro l'Italia".  Andreotti e Shalgam stamane partecipavano a un convegno organizzato al Ministero degli Esteri dalla fondazione guidata dall'ex ministro degli Interni Beppe Pisanu. Durante l'incontro il ministro degli Esteri Franco Frattini ha confermato che il governo italiano vuole approvare e poi far ratificare dal Parlamento al più presto l'Accordo di amicizia e partenariato che Berlusconi e Gheddafi hanno firmato a Bengasi il 30 agosto. "Spero che il Consiglio dei ministri adotterà il disegno di legge di ratifica presto", ha detto il ministro. Il processo di ratifica parlamentare dovrebbe poi seguire, secondo il capo della diplomazia, senza particolari ostacoli, perché quella dei rapporti tra Roma e Tripoli è "una questione su cui tra maggioranza e opposizione non ci sarà scontro". Per Frattini stringere i tempi è necessario, non soltanto per un'attuazione rapida dell'intesa, ma anche per dare un "segnale di amicizia" ai libici. 
di VINCENZO NIGRO

L'esercito invade gli Stati Uniti e le sue elezioni presidenziali



Le truppe da combattimento statunitensi in Iraq rimpatriano per "dare una mano nei disordini civili" 

La rivista ufficiale Army Times [settimanale delle Forze Armate e della Guardia Nazionale statunitensi, n.d.t.] riporta che il “First Brigade Combat Team” [prima brigata di combattimento attivo, n.d.t.] della terza divisione di fanteria sta tornando dall’Iraq per difendere la madrepatria, in qualità di “response force federale in servizio per emergenze e disastri naturali o causati dall’uomo, compresi attacchi terroristici”. L’unità BCT è stata posta sotto le direttive dell’Armata Settentrionale statunitense, componente del comando militare dell’America settentrionale (USNORTHCOM). (vd. Gina Cavallaro, Brigade homeland tours start Oct. 1, Army Times, Settembre 8, 2008). 

“A partire dal primo ottobre per 12 mesi, il First Brigade Combat Team sarà sotto il controllo giornaliero dell’Armata Nord statunitense, il servizio delle Forze Armate del NorthCom, in qualità di response force federale in servizio per emergenze o disastri naturali o causati dall’uomo, compresi attacchi terroristici. 

Non è la prima volta che un’unità in servizio permanente effettivo viene richiamata per essere utilizzata in patria. […] 

Ma questa nuova missione segna la prima volta che un’unità in servizio attivo viene destinata al NorthCom, un comando interforze istituito nel 2002 per provvedere e coordinare gli sforzi militari della difesa interna supportando le autorità civili.

Quando il First BCT avrà terminato la sua missione, secondo le previsioni subentrerà un’altra brigata in servizio attivo, ancora senza nome, e così la missione diventerà permanente.

Il Northern Command è di base alla Peterson Air Force Base a Colorado Springs, nel Colorado, ma i soldati del First BCT, che sono ritornati in aprile dopo 15 mesi in Iraq, opereranno presso la loro base in patria, a Fort Stewart in Georgia,

[…]

La prima brigata della terza divisione è ancora programmata per lo schieramento in Iraq o in Afghanistan previsto per l’inizio del 2010, il che significa che i soldati rimarranno a casa per un minimo di 20 mesi prima di imbarcarsi.

Nel frattempo, impareranno nuove abilità, ne useranno alcune tra quelle che hanno appreso in guerra ed è più che probabile che, in questi frangenti, non correranno alcun rischio di essere sparati. (ibidem)


La BCT è un’unità di combattimento dell’armata progettata per affrontare un nemico in un teatro di guerra.

Con le forze statunitensi sovrautilizzate in Iraq, perché il Pentagono dovrebbe decidere di intraprendere questa dislocazione all’interno degli Stati Uniti, appena un mese prima delle elezioni presidenziali?

La nuova missione del First Brigade sul suolo statunitense è quella di partecipare alla “difesa interna” e provvedere al “supporto delle autorità civili”.

È significativa in questa dislocazione di un’unità di fanteria statunitense la possibilità che gli Stati Uniti potrebbero, nel caso di un’emergenza nazionale, dare vita a un “teatro di guerra”, giustificando così lo spiegamento di più unità di combattimento.

Le nuove tecniche da impartire consistono nell’addestramento del First BCT alla repressione dei disordini civili, un compito normalmente regolato dall’applicazione della legge civile.

Ciò di cui parliamo è una militarizzazione delle attività della polizia civile in deroga al Posse Comitatus Act [una vecchia legge federale che proibisce un tale uso delle truppe federali, ossia agire come forze dell’ordine all’interno degli Stati Uniti, n.d.t.]. 

Le procedure FEMA (Federal Emergency Management Agency) in vigore per quanto riguarda le situazioni di emergenza prevedono la promulgazione della legge marziale in caso di attacchi terroristici. Si farebbe ricorso al First BCT e alle altre unità di combattimento per specifiche funzioni militari:

potrebbero essere chiamate a dare una mano nei disordini civili e nel controllo delle folle o per fronteggiare eventuali scenari terrificanti come caos o avvelenamenti di massa in risposta ad attacchi chimici, biologici, radiologici, nucleari o di esplosivi ad alta resa, o CBRNE [acronimo costituito dalle iniziali delle cinque tipologie di attacco sopraelencate, n.d.t.]. 

L’addestramento per le attività in madrepatria è già iniziato a Fort Stewart e comprende compiti speciali come saper usare le “jaws of life” [letteralmente “ganasce della vita”, enormi cesoie idrauliche per lamiera di auto, n.d.t.] per estrarre una persona da un veicolo distrutto; esercitazioni extra-mediche in casi di incidenti CBRNE; lavorare con gli esperti del Servizio Forestale statunitense sull’uso delle motoseghe per tagliare gli alberi e liberare una strada o un’area.


I soldati del First BCT impareranno anche ad usare “i primi armamenti non letali di cui viene fornito l’esercito”, ha detto il colonnello Roger Cloutier, comandante della Brigata, riferendosi all’equipaggiamento per il controllo delle folle e del traffico e alle armi non letali progettate per assoggettare individui rivoltosi o pericolosi senza ucciderli.

“Si tratta di un pacchetto nuovo di potenziale non letale che stanno mettendo in campo. Ne stanno usando alcuni pezzi in Iraq, ma questa è la prima volta che questi moduli vengono consolidati e questo armamento utilizzato, e per questa missione che abbiamo intrapreso siamo stati i primi ad usarlo”.

Questo pacchetto comprende l’equipaggiamento per mettere in piedi velocemente un posto di blocco; strisce chiodate per rallentare, fermare o controllare il traffico; scudi e manganelli; e beanbag [proiettili non letali di solito contenenti sabbia, n.d.t.].


Dato il notevole impatto del collasso finanziario sui depositi di risparmi di una vita, i fondi pensione, le proprietà immobiliari e così via, sono altamente probabili disordini civili dovuti proprio alla crisi economica.

La data di questa militarizzazione pianificata è cruciale: come influenzerà le elezioni presidenziali previste martedì 4 novembre?

La brigata per quanto riguarda la sua attività in madrepatria sarà designata come Consequence Management Response Force (CCMRF) (da pronunciare “sea-smurf”).

Quali “conseguenze” si possono ipotizzare?

In una conferenza tenuta dal NorthCom lo scorso febbraio, la missione della CCMRF è stata definita nel modo seguente:

Proteggere la comunità da attacchi terroristici e biologici è stato il primo punto dell’ordine del giorno la scorsa settimana per più di cento membri in servizio e civili radunati presso il quartier generale della Joint Task Force Civil Support [JTF-CS, letteralmente “task force combinata di supporto civile”, n.d.t.] a Fort Monroe, in Virginia.

La Commander’s Conference [incontro ufficiale dei comandanti, n.d.t.] del NorthCom statunitense sugli attacchi chimici, biologici, radiologici, nucleari e di esplosivi ad alta resa, tenutasi dal 21 al 23 febbraio, ha riunito i comandanti delle unità e della task force subordinata JTF-CS per discutere di argomenti di interesse collettivo per quanto riguarda le condizioni di funzionamento della missione della CBRNE Consequence Management e per iniziare i preparativi per l’esercitazione di guerra “Arden Sentry” 2007.

“Alle nostre unità CCMRF (CBRNE Consequence Management Response Force) stiamo impartendo direttive finalizzate all’operazione per aiutarle a prepararsi e a schierarsi con successo per una missione CBRNE negli Stati Uniti continentali, nei loro territori e possedimenti”, ha detto Hawley Waterman, Specialista nelle Operazioni Correnti della JTF-CS, che ha contribuito all’organizzazione della conferenza. “Questa è anche un’opportunità per conoscere e instaurare rapporti migliori con (i comandanti subalterni)”. (NorthCom, marzo 2007)


Si prevede la possibilità di un attacco terroristico false flag sull’America [“sotto falsa bandiera”, ossia un attacco concepito in modo tale da farne ricadere la colpa su un proprio nemico, n.d.t.] , che potrebbe essere usato per giustificare un’azione militare preventiva o di ritorsione all’estero (per esempio in Iran) o azioni sul fronte domestico. Il fine ultimo di questo dispiegamento del First BCT è quello di utilizzare e applicare la propria esperienza in battaglia nel combattimento in madrepatria:

“Non riesco ad immaginare una missione più nobile di questa”, ha detto Cloutier, che ha preso il comando a luglio. “Siamo stati in tutto il mondo durante questo conflitto, ma adesso la nostra missione è prenderci cura dei cittadini a casa nostra… e a seconda del luogo dove ci sarà bisogno, andremo a casa per prenderci cura della nostra città, dei nostri cari”.

Mentre l’addestramento dei soldati è valido e appropriato, ha detto, alcune sfumature non sono applicabili.


L’operazione ufficialmente ha un mandato d’emergenza per “aiutare i cittadini americani sul suolo americano, per salvare vite, dare supporto in condizioni critiche, contribuire alla ripulita dei rottami”, ma implica anche il decorso di operazioni militari: infatti sembrerebbe che i compiti di emergenza a favore dei civili siano solo una copertura. Si tratta di un’unità di combattimento, addestrata e attrezzata per uccidere:

Alcuni elementi della brigata saranno in servizio 24 ore su 24, tempo durante il quale svolgeranno le loro regolari operazioni di tiro, artiglieria e altre attività di schieramento. Questo perché l’unità continuerà ad allenarsi e a prepararsi per la prossima operazione, nonostante sia impegnata nella sua missione CCMRF.

Se dovesse essere necessario del personale in California per un terremoto, per esempio, tutta o una parte della brigata potrebbe dover precipitarsi lì, a seconda della portata delle esigenze e delle specialità coinvolte.

ALTRE DIVISIONI INCLUSE

La nuova missione in corso delle Forze Armate durante il loro tempo di permanenza rientra nelle misure adottate dal NorthCom e dal Dipartimento della Difesa.

I soldati in servizio attivo faranno parte di truppe che includono elementi provenienti da altre divisioni militari e dalle squadre di supporto civile della Guardia Nazionale che si occupano delle armi di distruzione di massa.


Un’esercitazione finale di prova della missione finale è programmata per la metà di settembre a Fort Stewart e sarà condotta dalla JTF-CS, un’unità di base a Fort Monroe in Virginia, che sarà impegnata nel coordinamento e nella valutazione delle interforze.

Oltre al First BCT, altre unità delle Forze Armate prenderanno parte a questa esercitazione di due settimane, compresi elementi della prima Brigata medica di base a Fort Hood, in Texas, e l’ottantaduesima Brigata di Combattimento dell’Aviazione da Fort Bragg, nella Carolina del Nord. 

Ci saranno anche unità mediche e ingegneristiche dell’Air Force, truppe del Corpo dei Marine specializzate nella risposta agli attacchi chimici e biologici, un team meteorologico della Marina e membri del Defense Logistics Agency e del Defense Threat Reduction Agency. 

Una delle cose a cui si presterà maggiormente attenzione, secondo le parole di Vogler, sarà la capacità di comunicazione tra i diversi corpi armati. 

“È una questione che ci preoccupa e stiamo cercando di tenerla sotto controllo anche attraverso questa sorta di esercitazioni. Proprio puntando a questo, testeremo e metteremo a punto alcuni dei sistemi di comunicazione per assicurarci di raggiungere l’interoperabilità”, ha detto.


Si potrebbe innescare un’emergenza nazionale. “Scenari terrificanti, come avvelenamenti di massa e caos in risposta agli attacchi chimici, biologici, radiologici, nucleari o di esplosivi ad alta resa” o un cosiddetto scenario CBRNE. Si potrebbe supporre che si tratti di qualche forma di attacco interno, presumibilmente a opera di terroristi.

Ma allo stesso tempo, l’amministrazione Bush potrebbe essere in cerca di una giustificazione per istituire la legge marziale e intervenire militarmente all’interno del territorio statunitense. 

“Non so quale sia il piano globale dell’America – so solo che 24 ore su 24, sette giorni alla settimana, ci sono soldati, marinai, avieri e Marine pronti ad intervenire e a dare una mano, se chiamati”, ha detto Cloutier. “Da americano, mi sento tranquillo a sapere che il mio paese ha riservato un reparto delle Forze Armate perché entri in azione e aiuti la gente a casa”. (Army Times, op. cit., grassetto aggiunto)

“Questo tipo di pianificazione e coordinazione e addestramento è una priorità sia nei nostri quartier generali che presso il NorthCom, in quanto comprendiamo che la nostra responsabilità è quella di essere pronti, qualora si presentasse la necessità, Dio ce ne scampi”, (Army News Service, 15 settembre 2008)


Il dispiegamento di un’unità di combattimento delle Forze Armate sul territorio statunitense, con una missione per tenere a freno i “disordini sociali” costituisce un precedente storico pericoloso. Crea una nuova legittimità, vale a dire che le unità di combattimento possono integrare l’applicazione della legge civile e che questo sarà accettato sia dal Congresso che dall’opinione pubblica americana.

Inoltre bisognerebbe sottolineare che le unità di combattimento rimpatriate dall’Iraq per “difendere la madrepatria” saranno rimpiazzate da truppe mercenarie. 

Titolo originale: "Pre-election Militarization of the North American Homeland. US Combat Troops in Iraq repatriated to 'help with civil unrest'"

Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Link
26.10.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di EVINRUDE
DI MICHEL CHOSSUDOVSKY

Manuel Barroso, il commerciante di Ogm


Presentato a Roma il II° rapporto MediaBiotech
La Fondazione Diritti Genetici, presieduta dall’ex leader del Movimento studentesco del 1968, ha monitorato i mezzi di informazione che si occupano di biotecnologie


«Il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, ha organizzato due riunioni clandestine, a luglio e a ottobre scorsi, affinché i capi di governo dei paesi dell’Unione esautorino i loro rispettivi ministri dell’Ambiente e dell’Agricoltura perché bisogna a tutti costi introdurre in Europa prodotti contenenti Ogm (Organismi geneticamente modificati)».
E’ quanto ha denunciato Mario Capanna, presidente della Fondazione Diritti Genetici, introducendo questa mattina a Roma i lavori per la presentazione del II° rapporto MediaBiotech.
Capanna, il quale ha dichiarato di avere appreso la notizia dal quotidiano britannico “The Independent”, nel giudicare scandalosa l’iniziativa occulta promossa dal capo dell’esecutivo dell’Unione europea ha auspicato che anche la stampa italiana dia ampio rilievo alla vicenda.
Ma torniamo al II° rapporto MediaBiotech. 
Nato nel 2005 all’interno della Fondazione Diritti genetici, il progetto MediaBiotech ha lo scopo di monitorare i mezzi di informazione, sia su carta stampata che radiotelevisivi, che si occupano di biotecnologie e, in modo particolare, di Ogm.
«Una questione che è al centro di un forte dibattito perché trasversale a vari settori – ha puntualizzato Simona Galasso, coordinatrice del progetto – Essa riguarda, infatti, la salute, l’ambiente, l’economia, la società, l’handicap. Ragione per cui può diventare un punto di osservazione privilegiato per capire in che modo la comunicazione si occupa di un tema così articolato, così complesso e con così tante ricadute».
Al monitoraggio dei mezzi di informazione è stata affiancata anche un indagine demoscopica su cosa ne pensano i consumatori. Questi ultimi considerati sia come consumatori di prodotti alimentari che come consumatori di informazione.
Ne è venuto fuori uno spaccato sorprendente. L’informazione spesso è poco attenta ai temi che riguardano la salute, la qualità del cibo, la sicurezza alimentare e gli Ogm. E quando se ne occupa, spesso non approfondisce molto i temi privilegiando altri argomenti che, secondo un luogo comune, dovrebbero interessare maggiormente il pubblico.
Dall’indagine demoscopica è emerso, invece, che gli utenti sono molto interessati ai temi che l’informazione ritiene poco “appetibili”.
Alla presentazione del secondo rapporto MediaBiotech (sul quale torneremo con un apposito servizio nel numero della rivista cartacea di dicembre), oltre a Mario Capanna che ha concluso i lavori, sono intervenuti Grazia Basile, docente associata di Linguistica generale all’Università degli Studi di Salerno, Antonella Calamai, analista DataLab, Pietro Vento, direttore Istituto Nazionale di Ricerche Demopolis, Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, e Guglielmo Pepe, direttore di Repubblica Salute.
Toni Baldi 

mercoledì 29 ottobre 2008

La scalata italiana sulla Banda larga



LA BANDA LARGA italiana del futuro è un vicolo oscuro, tutto in salita. L'ultima notizia è una lucina che si accende in lontananza. Una speranza gravata da dubbi e incognite: il sottosegretario allo sviluppo economico Paolo Romani ha annunciato che adesso, per rinnovare e potenziare la rete italiana, i soldi pubblici disponibili sono saliti a un miliardo di euro. Contro gli 800 milioni finora previsti, stanziati con l'ultima Finanziaria.  Per saperne di più, su come saranno utilizzati questi soldi, bisognerà aspettare l'esito degli incontri organizzati, tra vari soggetti del settore, da Francesco Caio (già consulente del Regno Unito per questi temi). Il governo l'ha messo a capo di una task force per risolvere appunto l'impasse in cui è precipitata l'Italia: serve una nuova rete per avviare un nuovo ciclo economico, ma mancano i soldi e persino un accordo tra i soggetti interessati.  Qualche dubbio è però possibile avanzarlo sin d'ora.  Per cominciare, è ben difficile che quel miliardo possa contribuire davvero alla rete di nuova generazione com'è stata intesa finora, cioè fibra ottica nelle case o nelle vicinanze, per dare connessioni di "decine di megabit al secondo" (fino a 50-100). Si tratta infatti di fondi Fas, che sta per "Fondi aree sottoutilizzate": come ha ricordato in più occasioni Maurizio Dècina, ordinario del politecnico di Milano e grande esperto di questi temi, sono soldi che serviranno non al futuro della banda larga ma a colmare i ritardi in cui versano alcune aree. Cioè a risolvere il digital divide.  Un miliardo è appunto quanto Telecom Italia stima necessario per dare la fibra ottica nelle 2.400 centrali che ancora ne sono sprovviste. E che per questo motivo o non hanno l'Adsl o la possono offrire solo a bassa velocità (640 Kbps). Telecom però ha ribadito che non intende investire in fibra ottica nelle centrali rimanenti, perché non è conveniente; poiché sono le sue centrali, non possono farlo gli altri operatori e quindi può farlo solo lo Stato. Del resto, le attuali regole comunitarie permettono interventi pubblici solo in aree di "total market failure", che al momento può essere interpretato solo con l'assenza di fibra nel sottosuolo. Se non cambiano le regole comunitarie, lo Stato non può investire nell'Ngn, la banda di nuova generazione (come invece hanno fatto i governi dell'Estremo Oriente, dove per questo motivo le nuove reti sono già a buon punto e portano fino a 1 Gbps nelle case). 
Ma anche se quei fondi sono destinati al digital divide, resta uno scoglio da superare: fare in modo che questo miliardo non appaia, agli occhi di Bruxelles, come "aiuti di Stato" a un operatore. Il problema è che se viene portata fibra nelle centrali Telecom, quest'ultima se ne avvantaggia, perché può vendere accesso banda larga, grazie all'investimento pubblico, agli utenti o ad altri operatori. Il governa dovrà trovare una formula per evitare l'altolà di Bruxelles, quindi.  E comunque resta irrisolto il problema di trovare fondi per l'Ngn. Il piano previsto da Telecom Italia (13 milioni di linee nel 2016) è considerato insufficiente per assicurare un futuro allo sviluppo economico italiano, di qui è nata appunta la task force, che vuole dare banda oltre i 20 Mbps a tutti gli italiani entro il 2013.  Ma con quali fondi? L'unica via è ora quella di coinvolgere più soggetti, non solo Telecom ma tutti gli operatori; non solo gli operatori, ma anche le pubbliche amministrazioni e aziende dotate di infrastrutture (come Ferrovie dello Stato, Poste Italiane), per contribuire allo stesso scopo. Il progetto potrebbe essere finanziato anche dalla Cassa depositi e prestiti, il cui contribuito, essendo appunto un prestito, non dovrebbe essere configurabile come aiuto di Stato.  Bene, ma quanti soldi servono? Almeno 10 miliardi di euro, ma le stime qui cambiano: se ci si accontenta di 50 Mbps sono 13 miliardi; se si vuole dare la fibra a buona parte degli italiani, si sale a 25 miliardi (secondo Between-Osservatorio Banda larga).  Prima però bisognerà superare un altro scoglio (l'ennesimo): mettere d'accordo i vari soggetti su un progetto comune. È anche questo uno scopo degli incontri di Caio, ma è impresa molto difficile.  Gli operatori hanno già fatto sapere di avere una visione molto diversa su come investire in Ngn. Paolo Bertoluzzo, ad di Vodafone, ha detto che i fondi pubblici andrebbero investiti non in fibra ma in antenne, per dare la banda larga in mobilità a tutti gli italiani. Peccato però che la rete mobile finisce sì in antenne, ma ha bisogno comunque di fibra ottica a monte per poter collegare ad alta velocità molti utenti alla dorsale internet nazionale. Altrimenti, in assenza di fibra, c'è un collo di bottiglia e l'alta velocità mobile resta solo teorica.  Ma anche sulla fibra ci sono divergenze, tra gli operatori: deve arrivare davvero fino alle case? Si può fermare prima, per ridurre i costi (ma anche la velocità)? In che modo permettere ai vari operatori concorrenti di utilizzare la nuova rete? Telecom vorrebbe regole nuove, sulla Ngn, mentre i concorrenti vorrebbero conservare i vecchi principi. Quelli che obbligano Telecom a condividere le proprie infrastrutture.  Infine, non basta mica fare una rete veloce per dare un futuro digitale all'Italia. Se la domanda è immatura, la rete resta sotto utilizzata, perché la gente non saprà che cosa fare di tanta velocità. È il problema descritto da un rapporto di Between, secondo cui la cultura informatica in Italia è molto limitata, così come il numero di utenti di pc.  Il governo ha presente anche questo problema, infatti Romani ha annunciato che il piano prevede anche l'aumento della cultura informatica della popolazione, in cinque anni. Cominciando dalla Pubblica Amministrazione, che sarà spinta a adottare in misura maggiore le nuove tecnologie. Progetto che in realtà i governi rilanciano a ogni legislatura, perché è dura vincere le resistenze culturali. Insomma, questa è una strada irta di difficoltà, ma che l'Italia non può permettersi di non tentare di percorrere. 
di ALESSANDRO LONGO

Praga al centro d'Europa e del golpe di velluto



Nel cuore dell'Europa si modificherà pesantemente l'equilibrio strategico sui missili con due nuove basi USA nell'ambito del progetto NMD (sistema missilistico nazionale). È una nuova classe di basi che dispiegano nuove armi in vari punti del pianeta. Il primo passo in Europa è l'installazione di un radar in Repubblica Ceca e una base con missili intercettori in Polonia. La NATO ha taciuto a lungo sulla vicenda. L'Unione europea ha fatto pure scena muta, a ridosso della Russia che risponderà alla modifica dell'equilibrio con atti di peso corrispondente.

Nel silenzio europeo, Praga però discute. La senatrice ceca Anna Curdova, del partito socialdemocratico, ha invitato perciò l'europarlamentare Giulietto Chiesa a un incontro intitolato “US NMD – difesa o attacco?”, il 29 ottobre alle ore 17,00 al Parlamento della Repubblica Ceca, con la partecipazione anche di Jan Tamas, portavoce del movimento nonviolento contro le basi.

Di seguito un comunicato dello stesso Jan Tamas denuncia le gravissime implicazioni costituzionali della forzatura che spinge a ratificare in fretta e furia il trattato che darà via libera al super-radar. Non è solo un “golpe di velluto” che attenta alla democrazia nata dalla “rivoluzione di velluto” del 1989, ma una ferita alla sicurezza europea, al futuro di tutti noi.

Sistema di difesa nazionale degli USA in Repubblica Ceca.

Il Governo vuole ratificare il trattato con gli USA questa settimana.

Nonostante la grave sconfitta elettorale nelle elezioni regionali e del Senato, il Governo vuole silenziosamente e in brevissimo tempo ratificare il trattato con gli Stati Uniti per l'installazione della base militare USA. Rendendosi conto dei grandi cambiamenti politici che si annunciano in America e di quelli che già stanno accadendo qui da noi in tutta evidenza, vogliono affrettare i tempi per paura che il loro progetto non si realizzi.

Mercoledì 29 ottobre ci sarà una prima votazione al Parlamento e giovedì 30 al Senato. Il governo vuole approfittare del fatto che ancora possono votare i senatori uscenti: si tratterebbe della votazione fatta da un Senato che non corrisponde più al voto espresso dagli elettori. Infatti nel nuovo Senato c'è un grande cambiamento delle forze politiche.

Qualcuno si potrebbe chiedere: ma conviene a ODS e a KDU-CSL, i partiti di governo, fare questo sapendo che perderebbero la fiducia di moltissimi elettori, come d'altra parte già sta succedendo? La mossa che vogliono fare può portare alla spaccatura di questi due partiti, come è già successo al Partito Verde.

Sicuramente ai politici che pensano al futuro del loro partito tutto questo risulta molto chiaro; allora perché forzare la situazione ben sapendo che la popolazione è contraria e tutto questo si rivolgerà contro di loro?

La spiegazione è purtroppo molto semplice. Chi oggi muove la nostra politica e ha il poter di influire sia sulle scelte del governo sia su quelle dei partiti, sono poche persone strettamente legate agli interessi economici degli USA. Sono molti i documenti che circolano in internet che mostrano nei dettagli gli stretti legami tra alcuni personaggi del nostro mondo politico e le industrie produttrici di armi direttamente interessate alla costruzione del radar. (Vedi http://www.nenasili.cz/cs/2026_kdo-prosazuje-radar-v-cr - solo in ceco)

A questi personaggi non interessa il futuro della nostra povera Repubblica e nemmeno il futuro dei loro partiti.

Purtroppo i mass-media non hanno voluto dare spazio a queste verità. E così, con il silenzio complice dei mass-media più importanti, compresa la televisione di Stato, assistiamo impotenti alla pagina più oscura della nostra storia dopo il 1989.

Abbiamo anche scritto al Presidente della Repubblica chiedendo il suo intervento in questa situazione così grave. Aspettiamo una sua risposta.

Dopo lo sciopero della fame di Jan Bednar e Jan Tamas, ogni giorno un personaggio del mondo ceco – artisti, politici, scienziati, dottori, sportivi, ecc. – partecipa allo sciopero della fame a staffetta per chiedere la sospensione per un anno delle trattative. Tutto questo mostra chiaramente che i cechi hanno grandi dubbi su questo progetto e in più, superando la paura di esprimersi pubblicamente, cominciano a dichiarare chiaramente la loro opinione. Un video sullo sciopero della fame mostra chiaramente come è ampia questa partecipazione:

http://www.nenasili.cz/cs/videa (solo in ceco)

Quello che sta succedendo fa pensare a un colpo di Stato di velluto.

Ci appelliamo a tutti i senatori e deputati di CSSD e KCSM – i partiti dell'opposizione - affinché usino tutti gli strumenti democratici per impedire che questa votazione abbia luogo.

Chiediamo ai senatori e deputati dei partiti della coalizione, che in buona fede credono che sia giusta la presenza militare USA sul nostro territorio, di riflettere sulla loro posizione una volta in più e soprattutto di non essere complici di chi tutto vuole, tranne che il bene comune. In altre parole: se credete che il radar sia una cosa utile è giusto che facciate di tutto per realizzarlo. Ma non in questa forma che degrada la parola stessa “democrazia”! Ed è bene ricordare che alla fine ognuno è responsabile verso la propria coscienza, nei confronti della popolazione che rappresenta, verso i propri figli e verso le future generazioni, e non verso il proprio partito.

Il nostro è un grido di dolore che speriamo qualcuno ascolti.

Per ultimo ricordiamo quanto si sta chiedendo con lo sciopero della fame:

“Chiediamo di sospendere i negoziati per un anno, di aprire una profonda discussione sull'argomento in Repubblica Ceca, di ottenere la posizione dell'Unione Europea su questo piano e di attendere la posizione della nuova amministrazione statunitense.

“L'installazione del radar in Repubblica Ceca è una decisione storica, che andrebbe presa solo dopo un'ampia discussione pubblica e con l'accordo della maggioranza dei cittadini. Prenderla in questa atmosfera avvelenata e colma di sfiducia avrebbe una conseguenza negativa sulla società ceca per molto tempo. La speranza di libertà e democrazia reale diffusa dopo la Rivoluzione di Velluto si trasformerebbe ancora una volta in sfiducia nei confronti delle istituzioni, impotenza e tradimento”.

Praga, 28 ottobre 2008

Jan Tamas
Movimento nonviolento contro le basi
Link: http://petice.nenasili.cz/?lang=it

di Pino Cabras – Megachip

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8196

Grazie alla Lega Nord anche l'Italia avrà la sua aparthaid



Mentre il mondo dell'istruzione, dalle scuole primarie alle Università, è attraversato dalle iniziative di protesta contro il Decreto 137 - la cosiddetta riforma Gelmini - un nuovo provvedimento minaccia il diritto all'istruzione e la convivenza tra le differenze.

La proposta del partito della Lega Nord votata martedì a maggioranza dalla Camera di istituire classi separate per gli alunni stranieri che non parlano la lingua italiana prevede che i figli dei migranti debbano superare un test di ingresso di conoscenza della lingua italiana altrimenti saranno spostati in classi differenziate predisposte ad hoc per loro, cosiddette classi di inclusione sebbene separate dalle classi ordinarie.

Classi per soli immigrati dunque, per rafforzare quel falso pregiudizio secondo cui la presenza di alunni stranieri nelle scuole danneggia i bambini italiani.
E' un nuovo tassello nel processo di stigmatizzazione del migrante da parte delle istituzioni, che completa l'immagine del migrante come soggetto insidioso da cui difendersi attraverso leggi sempre più vessatorie (pacchetto sicurezza, introduzione di tasse di soggiorno, invenzione di nuove categorie di reato come quello di clandestinità): i migranti costituiscono una minaccia per la sicurezza, il benessere e l'identità delle città non solo perché sono criminali e credono in una religione diversa dalla nostra, ma anche perché scavalcano le famiglie italiane nelle graduatorie per le case pubbliche e perché i loro figli abbassano la qualità dell'insegnamento nelle scuole italiane.

Non sono i tagli alla scuola pubblica e le riforme che riducono a 24 ore settimanali il tempo della didattica a compromettere la qualità dell'insegnamento e il processo di apprendimento, ma i figli degli immigrati !

Se la natura del provvedimento è certamente politica, le conseguenze della mozione saranno tragicamente concrete.
Innanzitutto la misura compromette gravemente il ruolo strategico di agenzia di mediazione interculturale e sociale che la scuola ricopre spontaneamente in quanto universo in cui si incontrano bambini – e di conseguenza adulti – con background socialmente e geograficamente vari.
Per italiani e migranti la scuola è forse il primo vero luogo di contatto e scambio di relazioni tra persone portatrici di culture differenti. Nonostante i tagli e le riforme che si sono succedute, nella scuola si compie il primo contatto per il minore straniero con la società di arrivo; è nell'inserimento nella classe che si attua la prima fase di accoglienza da cui sviluppare il percorso dell'inclusione, un processo che necessita di tempo e di professionalità, già compromesso dai tagli e dalle passate riforme.

Per quanto riguarda poi l'apprendimento della lingua italiana, è risaputo che le lingue si apprendono meglio attraverso l'interazione con l'altro e che un contesto affettivo-relazionale positivo è strategico per impararle.
Ma tutto questo è volutamente ignorato dal nuovo provvedimento, perché è evidente che la mozione ha l'obiettivo di escludere, differenziare e marginalizzare le differenze fin dalla più tenera età.

La teoria della pericolosità sociale dell'immigrato su cui si basano le politiche di molti Governi e lo sfruttamento dell'immaginario della paura ha bisgno di nuovi contesti da colonizzare. La vita dei bambini migranti, il rapporto con i loro coetanei nativi, diventa quindi un nuovo terreno su cui sperimentare il processo di differenziazione della cittadinanza trasversale a tutti gli ambiti della vita, dal lavoro alla posizione del soggiorno, dalla la salute alla casa, dalla circolazione fino alla scuola, appunto.

“ E' un provvedimento vergognoso” dicono le/gli insegnanti della scuola primaria mobilitati contro la Riforma Tremonti-Gelmini.
L'insegnante Stefania Ghedini delle Scuole XXI Aprile di Bologna commenta indignata: “Vogliono partire dalla scuola per costruire una società fatta di barriere; la scuola in cui crediamo è invece aperta, accogliente e sa includere le differenze: solo così si costruisce un futuro di convivenza e rispetto reciproco perché non vogliamo i meccanismi della banlieue, che portano a spendere in più polizia".

Secondo Francesco Bonfini di Rdb Cub Bologna il provvedimento delle classi separate, così come i tagli alla scuola pubblica sono attacchi diretti ai ceti economicamente più deboli, per cui la scuola è uno strumento di emancipazione ed inclusione. “E' un'idea bizzarra, oltretutto, pensare che mettendo insieme venti bambini che non parlano l'italiano questi imparino la lingua più velocemente che stando in classe con altri bambini che già lo parlano.”

Secondo il Professore Luigi Guerra, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna si tratta di “un provvedimento razzista, che come altri sconta anche la mancanza di memoria su quanto successo in passato ai figli dei nostri emigrati. E' un provvedimento che viene venduto come un modo per integrare meglio il bambino straniero, ma iniziare il processo di integrazione con un periodo di reclusione di fatto - come facevano in America o in Germania con i figli degli italiani - ossia un periodo in cui si nega il confronto con la cultura ospitante e al contrario si trasmette l'idea che quella cultura non ti vuole finché non sei assolutamente uguale, significa costruire le premesse perché non vi sia mai nessun titpo di inclusione. E' chiaro che ogni qualvolta non si investe in scuola si deve investire in carabinieri, ogni qualvolta non si investe in prevenzione del disagio si deve investire in ricomposizione del disagio, e questo costa drammaticamente di più che gli interventi di prevenzione.”
da www.meltingpot.org

Guerra senza frontiere

Il raggio d'azione delle forze armate Usa non conosce più confini. In nome della guerra 'globale' al terrorismo, gli Stati Uniti - mai come ora - colpiscono in ogni angolo del mondo: dall'Iraq all'Afghanistan, dalla Siria alla Somalia, dalle Filippine al Pakistan - dove dall'inizio dell'anno gli Usa hanno ucciso oltre 350 persone in più di trenta raid aerei. Iraq, Afghanistan, Filippine e Somalia. Nonostante i nostri giornali e telegiornali non parlino più, in Iraq e in Afghanistan ogni giorno i caccia statunitensi F-15 ed F-16 e i bombardieri B-1 sganciano tonnellate di bombe: una media giornaliera di 40 raid in Iraq e 60 in Afghanistan. Nessuno parla nemmeno del quotidiano impegno delle forze speciali Usa nel sud delle Filippine contro i locali gruppi ribelli islamici legati ad Al Qaeda, o delle giornaliere operazioni di pattugliamento aero-navale condotte dalle forze Usa in Somalia e spesso accompagnate da attacchi aerei mirati (l'ultimo lo scorso 1° maggio). Siria, ma soprattutto Pakistan. Se l'attacco condotto domenica in Siria da un commando di truppe aviotrasportate Usa ha suscitato un certo scalpore mediatico (ma nemmeno poi tanto), nessuno si scandalizza invece per l'incredibile serie di bombardamenti statunitensi in Pakistan: 32 raid da gennaio, 16 solo negli ultimi due mesi. Bombardamenti per lo più missilistici (e un'azione di commando condotta lo scorso 3 settembre) che solo quest'anno hanno causato la morte di 301 civili, 36 terroristi e 18 militari pachistani. Islamabad protesta, ma questo non cambierà i sempre più spregiudicati piani militari statunitensi.
di Enrico Piovesana
Link: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=12536

martedì 28 ottobre 2008

In SudAfrica riesplode la guerra tra poveri

Duecento lettere. Duecento avvisi di morte recapitati ad altrettanti negozianti somali della provincia sudafricana di Western Cape. O chiudete i vostri negozi entro due settimane, o ne subirete le conseguenze. Ancora scioccata delle violenze xenofobe che lo scorso maggio uccisero almeno 65 immigrati, la comunità somala chiede aiuto alle autorità, che per il momento tacciono. Dall'altra parte della barricata, milioni di sudafricani indigenti, che non vogliono vedersi togliere il pane di bocca e sono disposti a uccidere pur di preservare le loro miserie dalla concorrenza degli stranieri. In mezzo, un Paese incapace di proteggere gli uni e di garantire un futuro decente agli altri. E' la storia di un fallimento chiamato Sudafrica.
 
Maggio 2008, una poliziotta allontana un bambino dalla zona degli scontriHa la voce rassegnata Mohammed Hirsi, il portavoce nazionale della comunità somala, mentre racconta a PeaceReporterl'aggressione subita lo scorso maggio. "Una folla inferocita è entrata nel mio negozio, distruggendo tutto da cima a fondo", ricorda. "Ho perso ogni cosa. Ho dovuto ripartire da zero. E ora la storia si ripete". Da anni vittima di violenze e rappresaglie che hanno provocato centinaia di morti, la comunità somala è tornata nel mirimo degli abitanti delle townships, le baraccopoli locali che circondano Città del Capo. Stanchi di subire la concorrenza dei somali, i negozianti di Khayelitsha hanno deciso di cacciarli, con le buone o con le cattive. Negli ultimi mesi, almeno sei somali sono stati uccisi mentre erano al lavoro. Dai loro negozi, però, non è stato rubato nulla. Un messaggio fin troppo chiaro. "Ma inquadrare queste tensioni come attacchi di xenofobia non coglie quello che è il problema principale: la competizione per un numero limitato di risorse, in un ambiente povero come quello delle townships, spiega a PeaceReporter Abdul Fattaag Carr, rappresentante del Muslim Judicial Council, un'associazione religiosa che fornisce assistenza agli stranieri vittime di violenze.
 
Tra tutte le comunità del Sudafrica, quella somala vanta il triste primato delle maggiori violenze subite. Giunti negli anni '90 a causa della guerra civile in patria, i somali sono stati tra i primi a stanziarsi in un Paese ancora povero e alle prese con gli strascichi dell'apartheid. Finiti nelle township assieme alle classi meno abbienti, col tempo i somali hanno creato una rete economica florida, che si appoggia sui forti legami all'interno della comunità. Ma cosa succede quando a pagarne le conseguenze sono i più poveri tra i poveri? "Mi piange il cuore a vedere gente che non ha i soldi per comprare un pezzo di pane o mandare i propri figli a scuola", spiega a PeaceReporter Mandisi Njoli, segretario della Camera di Commercio federale di Khayelitsha. "Nelle township non ci sono regole, la concorrenza è selvaggia. Gli stranieri vengono qui e aprono le attività, senza documenti e senza un accordo con le comunità locali. Tutti i negozi sono gestiti da loro, mentre la gente del posto muore di fame".
 
Immigrati raccolgono quel che resta della loro casa distruttaSolo nella provincia diWestern Cape, le violenze di maggio hanno fatto 20.000 sfollati. Di questi, ancora 1.400 vivono nei campi allestiti dal governo, che ha metà settembre ha chiuso la maggior parte delle strutture di accoglienza. Gli immigrati che non sono scappati dal Paese hanno dovuto far ritorno alle proprie case, o a quello che ne rimane. Molti senza più un lavoro o una prospettiva economica, alla mercé di una popolazione che li vede come nemici. Se da maggio i morti sono drasticamente diminuiti, è solo perché il problema è stato nascosto sotto il tappeto, ma le ceneri covano ancora.
 
"Se il governo avesse fatto qualcosa prima, le violenze di maggio si sarebbero potute evitare", continua Njoli. La sua frase è una sinistra minaccia per il futuro. Impegnate nel raccogliere i cocci delle lotte fratricide all'interno dell'African National Congress, le autorità non paiono intenzionate a risolvere il problema. Confinata nelle township, la lotta tra somali e sudafricani rimarrà un conflitto tra poveri, lontano dalle telecamere e dai quartieri per ricchi di Città del Capo. Divisi da un destino che li vede impegnati in una lotta per la sopravvivenza, Hirsi e Njoli sono d'accordo solo su una cosa: il fallimento di un Paese che, 14 anni fa, era considerato il faro della democrazia africana. "Mio padre era un militante dell'Anc. Ha dato la sua vita per questo Paese, e cosa abbiamo ottenuto?", conclude il commerciante di Khayelitsha. "Abbiamo solo sostituito l'apartheid tra bianchi e neri con quello tra ricchi e poveri".
di Matteo Fagotto

Ancora un emendamento razzista, ancora una maggioranza razzista, ancora un governo razzista



Su una cosa si può essere parzialmente d'accordo con Veltroni: “ l'Italia è migliore di chi la governa” ma anche migliore di chi la rappresenta dai banchi dell'opposizione. L'aggressione ad una società multiculturale continua senza intralci da parte di questa maggioranza che, soprattutto per il tramite della Lega, colleziona norme contrarie alle più elementari regole di civiltà.

L'emendamento presentato nelle aule del nostro Parlamento, che impone al personale delle strutture sanitarie l'obbligo di segnalazione alle forze dell'ordine degli stranieri bisognosi di cure mediche e sprovvisti di permesso di soggiorno, di fatto determina un gravissimo attentato, non soltanto al vivere civile, ma anche ai principi fondamentali garantititi dalla nostra Carta Costituzionale, sino ad arrivare a contrastare il codice deontologico di tutti coloro che si attengono al nobile giuramento di Ippocrate.

Appare chiaro che queste stolte intenzioni potrebbero determinare quale effetto a catena una massiccia sottrazione, da parte dei clandestini presenti in Italia, dall'assistenza sanitaria di cui necessiterebbero.

L'incongruenza inoltre consiste nell'aver presentato questo emendamento all'interno del Decreto Sicurezza con drammatiche conseguenze proprio sulla sicurezza dei cittadini con il rischio di assistere persino ad un dilagare di malattie delle quali gli immigrati in clandestinità potrebbero essere portatori.

Emendamenti di tale portata vengono ignorati da questa Sinistra, più attenta a contrapposizioni di maggiore roboante effetto mediatico come ad esempio l'introduzione di classi differenziate per stranieri.

Questo atteggiamento riporta alla mente l'emanazione della Legge Bossi-Fini che introduceva, tra le decine di norme incostituzionali ed ingiuste, i rilievi foto-dattiloscopici per gli stranieri.

La Sinistra gridò allo scandalo, relativamente al solo aspetto su citato, dimenticando tutta una serie di norme dalle conseguenze ben più invasive come l'applicazione di sanzioni in caso di ritardata comunicazione all'Autorità di Pubblica Sicurezza, l'aumento della durata del divieto di reingresso da cinque a dieci anni in caso di espulsione, l'aumento della permanenza da trenta a sessanta giorni presso i CPT, il restringimento delle possibilità di accordare i ricongiungimenti familiari, la convalida dell'espulsione con accompagnamento coattivo senza il vaglio giurisdizionale.

Siamo alle solite. La Sinistra ci bombarda ora esclusivamente sulla inciviltà di classi separate quando paradossalmente tale norma potrebbe persino risultare meno ingiusta tra le norme presenti in questa difficile e faticosa costruzione di una vera grammatica dei diritti in fatto di stranieri.

Ed invero, se immaginiamo una classe a maggioranza straniera, non possiamo negare che vi possa essere una ripercussione su un normale sviluppo del programma didattico.

Tale norma quindi, seppur censurabile, non lede però il diritto costituzionale all'istruzione, come invece quella relativa al diritto primario alla salute.

Ma per fortuna, come si sosteneva all'inizio, gli italiani sono migliori delle loro rappresentanze parlamentari, e la levata di scudi effettuata dalle organizzazioni dei medici che si sono rifiutate di denunciare gli irregolari, potrà forse determinare un coinvolgimento dell'associazionismo laico e cattolico con possibilità per quest'ultimo di accedere più facilmente nelle stanze del potere ed influenzare una saggia, quanto auspicabile, marcia indietro.

Purtroppo ci si è ormai ridotti a giocare di rimessa e sperare nella divina provvidenza piuttosto che in una opposizione capace solo di organizzare la più lungamanifestazione priva di veri contenuti politici che l'Italia ricordi.

Mi corre l'obbligo specificare che l'aggettivo lunga è riferito esclusivamente ai tempi di incubazione necessari a portare la gente a protestare avverso una maggioranza col più alto tasso di intolleranza razziale del dopoguerra.

di Lucio Barletta* - Megachip  *Presidente Associazione S.O.S. Diritti Onlus

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8184

Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori