venerdì 19 settembre 2008

Russi alla conquista dell'artico, per sopravvivere

MOSCA – La salvezza economica della Russia nelle mani dell’Artico. La medicina contro la crisi globale dei mercati, che dopo un lungo periodo di immunità sta colpendo ora anche Mosca, da ricercare nel profondo dei mari, forziere di preziosi idrocarburi. Pareva una boutade fino a un anno fa, quando i ricercatori dell’Istituto di ricerca per l’Artico e l’Antartico di Pietroburgo piantarono una bandiera russa in titanio a 4200 metri sul fondo del Polo Nord. Ma oggi che il nuovo crollo delle finanze mondiali ha fatto irruzione anche nella Borsa di Mosca - da una settimana in picchiata, con le riserve pesantemente intaccate – potrebbe diventare la nuova frontiera da conquistare per il Cremlino, nel prossimo decennio. Per mantenere quel boom trainato in 8 anni principalmente, o unicamente, dalle immense risorse energetiche russe e dal caro petrolio. “L’utilizzo delle risorse dell’oceano glaciale artico garantirà la sicurezza energetica futura della Russia. Il nostro obiettivo principale è fare dell’Artico una riserva di risorse per la Russia del 21esimo secolo”. Lo ha detto il presidente russo Dmitri Medvedev mercoledi davanti al Consiglio di Sicurezza nazionale, delineando meticolosamente i “Principi della Politica russa nell’Artico” fino al 2020. Una “priorità di sviluppo per il paese”. E adottando un piano d’azione per realizzarli, elaborato con l’aiuto dei cervelloni dell’Accademia delle Scienze, tutti i ministri e i governatori regionali. 
Per gli esperti, la piattaforma continentale artica potrebbe contenere quasi un quarto delle riserve mondiali d’idrocarburi. Anche se ancora nessuno sa come estrarli a tale profondità. “La competitività della Russia sui mercati globali dipende dall’Artico”, conferma il capo del Cremlino. Circa il 20% del Pil e il 22% delle esportazioni russe derivano da lì. Di conseguenza, occorre “difendere gli interessi nazionali russi in questa regione”, e adottare al più presto una “legge che stabilisca il tracciato della frontiera meridionale della parte russa dell’Artico”. Che significa? Che una nuova guerra fredda, anzi gelida, si profila all’orizzonte. Il Piano russo infatti è destinato a scontrarsi con le parallele ambizioni delle altre nazioni che si affacciano sul Mar Glaciale. Lo si è visto già un anno fa, quando l’”impresa russa” intentata per dare evidenza scientifica alle pretese territoriali di Mosca sull’area preoccupò Usa, Canada, Danimarca, Norvegia e Russia: sono i 5 paesi del Circolo Polare Artico, e per la legge internazionale attuale a ciascuno spetta una zona economica di 322 chilometri nell’Oceano artico. La nuova stazione di ricerca scientifica russa galleggiante “Polo Nord 36” ivi insediata a settembre 2007 ambisce ad ampliare la propria. Ma anche i vicini non stanno con le mani in mano, a partire da Washington. Per gli esperti, l’aumento della popolazione mondiale porterà presto una nuova attenzione su aree del globo finora considerate no man’s land, per sfruttarne ogni minima risorsa.
Autore: Lucia Sgueglia

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