sabato 20 settembre 2008

La Grande Scacchiera di Zbigniew Brezwinski


E‘ ben comprensibile che la diversità delle opinioni politiche - e quindi degli obiettivi che queste opinioni sottindendono - porti a valutazioni anche completamente divergenti circa la reale natura degli eventi di agosto nel Caucaso e a posizioni diametralmente opposte nell’attribuire colpe e meriti e nel distinguere tra buoni e cattivi, aggressori e vittime innocenti. Una cosa però deve essere tenuta ben chiara, al di là di qualsiasi possibile discussione: quanto è accaduto e sta ancora accadendo nella regione è la conseguenza diretta e per molti versi inevitabile dell’attacco della Nato contro la Serbia nel 1999 per imporre la secessione del Kosovo con la forza delle armi, e ancor più della nostra sciagurata decisione - nel febbraio di quest’anno - di riconoscere formalmente l’indipendenza del Kosovo in aperta e flagrante violazione non solo di tutti i principi e le convenzioni del diritto internazionale, ma anche degli stessi impegni che avevamo assunto alla fine del conflitto. 
Si sta facendo un grande arrampicarsi sugli specchi per negare a priori qualsiasi parallelo tra il Kosovo e l’Ossetia del Sud, e anzi per spazzare tutta la faccenda sotto il tappeto e impedire che la gente arrivi magari a porsi certe domande. Ma questi tentativi servono solo ad accrescere ancora il tanfo di ipocrisia che già prende alla gola. In realtà, l’Ossetia del Sud è l’immagine speculare del Kosovo e la pretesa russa di definire la propria azione militare come un ‘intervento di mantenimento della pace’ a favore delle popolazioni locali minacciate dal ‘genocidio’ georgiano è credibile e plausibile, esattamente quanto la pretesa della Nato, nove anni fa, di spacciare le otto settimane di bombardamenti sulla Serbia come un ‘intervento umanitario’ per salvare i Kosovari minacciati dal ‘genocidio’ di Milosevic. 

Quanti oggi - a cominciare dal Comandante in Capo - si stracciano le vesti, lamentando 'la sacra integrità territoriale degli stati sovrani', dovrebbero invece ricordare che siamo stati proprio noi, nel perseguimento di interessi più o meno confessabili, ad aprire questo pericoloso Vaso di Pandora, soffiando sulle fiamme del separatismo etnico-religioso e inventandoci anche il ‘diritto’ a un intervento militare esterno per appoggiarlo. Ai primi di quest’anno la Russia ci aveva messi in guardia circa le pesanti conseguenze di un riconoscimento ufficiale del Kosovo. Ma l’Occidente, gonfio della maramaldesca arroganza che nell’era Bush è venuta a sostituire la diplomazia e la politica estera, ha ritenuto di poter ignorare questi avvertimenti e di agire a suo piacere. E adesso, che dobbiamo ingoiare una buona cucchiaiata della nostra stessa medicina, la troviamo amara. 

In realtà, dei desideri e delle speranze delle genti del Kosovo, dell’Ossetia del Sud e dell’Abkazia non gliene frega niente a nessuno, al di là del fornire un utile pretesto. Gli eventi cui stiamo assistendo non sono uno scambio di dispetti e di ripicche - tu mi pesti un piede in Kosovo? E allora, io ti mollo un calcio in Ossetia – ma costituiscono invece un importante episodio nel conflitto geopolitico globale – la Grande Scacchiera di Zbigniew Brezwinski - per il controllo dell’Asia Centrale e delle sue risorse energetiche. 

Nel corso dell’ultimo decennio questo conflitto ha peraltro avuto la forma di una continua manovra degli Stati Uniti, e più in generale dell’Occidente, volta ad accerchiare progressivamente la Russia e a mutilarla delle sue tradizionali aree di influenza – manovra cui la Russia poteva opporre solo le proteste verbali di una frustrata impotenza. La Jugoslavia è stata smembrata e la Russia non ha potuto fare nulla. Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia, Bulgaria e Romania sono entrate a far parte della Nato - in flagrante violazione delle solenni promesse di due presidenti americani – e la Russia non ha potuto fare nulla. I nostri servizi e le nostre Ong hanno organizzato e finanziato le ‘rivoluzioni colorate’ che hanno portato al potere i regimi filo-occidentali in Georgia e in Ucraina e la Russia non ha potuto fare nulla. Sembrava si fosse ormai stabilito uno schema molto conveniente, in base al quale l’Occidente poteva muoversi ad libitum nel vuoto di potere lasciato dal collasso dell’Unione Sovietica. Ma adesso, per la prima volta dai giorni lontani dell’Urss, la Russia ha voluto e potuto puntare i piedi. 

E’ la spiacevole percezione di una Russia ritornata capace di fare il muso duro quando serve, e non certo la preoccupazione per l’integrità territoriale della ‘povera piccola Georgia democratica’, che ha scatenato le rabbiose, isteriche reazioni di Washington e - spiace doverlo constatare - anche di non poche capitali europee. Non è ad esempio un caso che una delle voci più feroci, tra quante si sono levate a pretendere che la Russia venga ‘punita’ per la sua inaudita pretesa di insegnare le buone maniere a una marionetta dell’America, sia stata proprio quella di Zbigniew Brezwinski, che pure in questi ultimi anni aveva spesso criticato molto duramente l’irresponsabile avventurismo militarista dell’amministrazione Bush. Questa volta sono in ballo degli interessi davvero grossi. 

Il segretario alla Difesa Robert Gates ha perfettamente ragione quando afferma che “le azioni della Russia in Georgia avranno una profonda influenza sulle relazioni future tra la Russia e gli Stati Uniti per molti anni a venire”. Sarà senz’altro così, perchè la Russia ha mandato un messaggio della massima chiarezza circa la sua volontà e capacità di difendere quelli che Mosca vede come gli interessi vitali del paese, messaggio che l’Occidente potrà ignorare solo a suo rischio e pericolo. Insomma, i tempi in cui Washington poteva trattare la Russia come una qualsiasi repubblica delle banane sono finiti. E per chi pensa di avere una specie di diritto divino a trattare tutto il mondo come se fosse diviso tra servi e nemici, questo è un brutto boccone da mandar giù. 

In aggiunta al suo ruolo come pedina sulla Grande Scacchiera, la Georgia è particolarmente importante in quanto, svanita ormai l’opzione cecena e con quella afghana paralizzata, il suo territorio costituisce l’unica possibile via di passaggio per degli oleodotti che portino il petrolio e il gas naturale dal bacino del Caspio senza passare né per la Russia né per l’Iran. L’apertura del cosiddetto oleodotto Btc (Baku-Tbilisi-Cehyan) è stata vista dagli Stati Uniti come una grande vittoria strategica, e più in generale quasi tutto l’Occidente ha quindi un forte interesse a garantire che la Georgia rimanga un paese stabile e saldamente inserito nel nostro campo, come pre-condizione essenziale per il prosegumento del Btc verso l’Europa con il progetto Nabucco. 

Quasi tutto, però, perchè negli ultimi mesi la Russia ha fatto grossi passi avanti con il suo progetto rivale Southern Stream per una condotta sul fondo del Mar Nero da Baku alla Bulgaria e da lì alla Grecia e all’Ungheria e poi al resto dell’Europa. Questi tre paesi hanno già firmato degli accordi di massima con la Russia che li porterebbero a incassare dei ricchi diritti di transito, mentre l’Eni è – com’è noto - socio al 50% della Gazprom nel progetto Southern Stream. Anche all’interno della Nato esistono quindi delle forze che hanno un grande interesse a vedere la Georgia condannata a un futuro di perenne instabilità. Il che ci porta alla domanda – passabilmente interessante, anche se in realtà non risolutiva – di chi abbia scatenato questa crisi, e in vista di quali obiettivi. 

L’ipotesi più semplice - e per certi aspetti più ottimistica - è che il presidente georgiano Saakashvili abbia irresponsabilmente agito di testa sua, nella folle convinzione che la Russia non avrebbe reagito o nella persuasione - addirittura pazzesca - che gli Stati Uniti, la Nato o l’Unione Europea sarebbero intervenuti militarmente al suo fianco. Questa ipotesi sembrerebbe essere confermata dai ripetuti tentative del personaggio di presentare la sua disputa con la Russia come estesa a tutta l’Europa e addirittura al di là dell’Atlantico, nonchè dalla sua istrionesca abitudine di presentarsi in Tv fiancheggiato dalle bandiere della EU e della Nato, organizzazioni di cui la Georgia non risulta ancora far parte. E’ peraltro anche possibile che i Russi abbiano deciso a freddo che il momento era venuto e che abbiano offerto alla testa calda di Tbilisi l’esca di attacchi oltre il confine ad opera di miliziani sud-osseti, esca che Saakashvili ha prontamente inghiottito con l’amo, il galleggiante e tutta la lenza. 

Ma in realtà, visti gli strettissimi legami tra Washington e Tbilisi, è pressoché inimmaginabile che il presidente georgiano abbia potuto moversi senza la preventiva autorizzazione - per non parlare di precisi ordini - da parte americana. Da questo punto di vista sarebbe davvero interessante conoscere il vero tenore delle discussioni durante la visita in Georgia di Condi Rice nel mese precedente la crisi. L’amministrazione Bush ha ora pilotato delle ‘fughe di notizie’ alla stampa, secondo cui a luglio la Rice avrebbe messo in guardia Saakashvili dal compiere mosse avventate, ma quest’ultimo avrebbe poi stupidamente ignorato l’avvertimento. Ma se questo fosse vero, non si vede come gli Stati Uniti potrebbero continuare ad appoggiarlo. Dato il famoso precedente dell’incontro tra l’ambasciatrice americana e Saddam Hussein subito prima dell’invasione del Kuwait, anche l’ipotesi di un terribile equivoco non può essere esclusa a priori. Forse anche in questo caso gli Stati Uniti non hanno alcuna opinione circa questa disputa di confine. 

L’ipotesi di gran lunga più logica e ragionevole è che gli Stati Uniti abbiano deliberatamente spinto Sakashivili a invadere militarmente l’Ossetia del Sud (perchè di questo si è trattato, sarà bene ricordarlo mentre imperversa la retorica ipocrita dell’aggressione russa). Perchè? Forse nella beata illusione di poter mettere a posto le cose, senza troppi rischi di manovra di accerchiamento e progressivo smembramento della ex-Unione Sovietica. Forse per provocare una crisi che dovrebbe portare la Nato a rovesciare la sua prudente e sin troppo giustificata decisione di Bucarest, spalancando subito le porte dell’Alleanza per Georgia e Ucraina. O forse spostandosi su un piano più sinistro, per attirare la Russia nella trappola di una mossa avventata e arrivare a quella resa dei conti finale che costituisce il sogno dei neocon. 

Queste domande possono essere lasciate agli storici futuri, ammesso che ce ne siano e ammesso che - al contrario di quelli contemporanei - non siano tenuti per legge ad attenersi rigorosamente alla vulgata ufficiale in merito a certi argomenti. Una domanda, che ci tocca invece molto più direttamente, riguarda i prossimi sviluppi della crisi. Un ritorno allo status quo ante è chiaramente fuori discussione. Piaccia o meno al Comandante in Capo, l’Ossetia del Sud e l’Abkazia sono oggi paesi indipendenti di fatto e di diritto, esattamente come il Kosovo, e con tutta probabilità saranno a suo tempo riassorbiti nella Federazione Russa. Questo però è ben poco significativo, al di là del puro valore psicologico e di ‘segnale’. In termini di obiettivi strategici reali, la Russia vuole due cose: arrivare a un ‘regime change’ a Tbilisi, esattamente per gli stessi motivi per cui gli Stati Uniti hanno già praticato dei cambiamenti di regime in diversi paesi, e ne hanno parecchi altri nella lista; e impedire che la Georgia e l’Ucraina entrino nella Nato. Questi due obiettivi non sono esattamente coincidenti, il che potrebbe condurre a diverse possibili soluzioni. 

L’Occidente, pur con le distinzioni di cui si è detto, preferirebbe senza dubbio che la Georgia continuasse a orientare la sua linea politica in linea con i nostri interessi e i nostri obiettivi. Ma anche così, certi aspetti della personalità del presidente Saakashvili, che sono stati spietatamente messi a nudo dalla sua spaventosa incapacità di gestire questa crisi, non sembrano essere completamente in linea con quanto è lecito attendersi dal massimo dirigente di un paese, che vuole entrare nella Unione Europea e nella Nato. Per quanto riguarda in particolare l’Alleanza, a dispetto dello straordinario voltafaccia della Merkel - che richiederebbe di per sé un’analisi approfondita - si direbbe che questa crisi, e il ruolo che Saakashvili vi ha giocato, rendono l’ingresso della Georgia sotto questo presidente nella Nato una eventualità del tutto remota. A dispetto dell’imperversare di una furibonda campagna propagandistica, non si vede proprio come i paesi della Nato potrebbero mai decidere all’unanimità di estendere alla Georgia di Saakashvili la protezione automatica garantita dall’Articolo 5, affidando così a un uomo politico irresponsabile e propenso ai colpi di testa (incapace di controllare i propri nervi al punto di mangiarsi la cravatta davanti allaTv) il potere di decidere se, come e quando debba scoppiare un conflitto globale. 

A meno che l’idea non sia appunto questa: posto che si vuole arrivare a un conflitto con la Russia, trovare lo squilibrato che la scateni ‘obbligandoci’ a intervenire. Ma se si dovesse davvero arrivare a questo, ricordiamoci almeno di quando, come e soprattuttto ad opera di chi è cominciato il pasticcio. 

Autore:Ezio Bonsignore 
Link:http://www.paginedidifesa.it/2008/bonsignore_080901.html

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