mercoledì 31 dicembre 2008

Tra verità e finzione

Ho trascorso la maggior parte degli anni dell'amministrazione Bush come corrispondente dall'Iraq, dall'Afghanistan, dal Libano, dalla Somalia e da altre zone di conflitto. I miei articoli sono usciti sulle pubblicazioni più importanti. Sono stato intervistato dai maggiori canali televisivi e ho perfino testimoniato davanti alla commissione del senato per le relazioni estere. L'amministrazione Bush è cominciata con i palestinesi che venivano massacrati e si conclude con Israele che commette uno dei suoi peggiori massacri in sessant'anni di occupazione del territorio palestinese. L'ultima visita di Bush nel paese che ha scelto di occupare è finita con un iracheno sciita colto e laico che gli ha lanciato contro le sue scarpe, esprimendo i sentimenti dell'intero mondo arabo con l'eccezione di quei dittatori imprudentemente legatisi all'inviso regime americano.

E adesso gli israeliani bombardano la popolazione affamata e assediata di Gaza. Il mondo osserva in diretta televisiva e su internet le sofferenze del milione e mezzo di abitanti di Gaza; i media occidentali giustificano ampiamente l'operazione israeliana. Perfino alcune testate arabe cercano di mettere sullo stesso piano la resistenza palestinese e la possente macchina bellica israeliana. E niente di tutto questo sorprende. Gli israeliani hanno appena concluso una campagna mondiale di relazioni pubbliche per raccogliere consensi per la loro offensiva e guadagnarsi perfino la collaborazione di paesi arabi come l'Egitto.

La comunità internazionale è direttamente colpevole di quest'ultimo massacro. Resterà immune alla rabbia di un popolo disperato? Finora si sono svolte grandi manifestazioni di protesta in Libano, nello Yemen, in Giordania, Egitto, Siria e Iraq. Il mondo arabo non dimenticherà. I palestinesi non dimenticheranno. “Tutto quello che avete fatto alla nostra gente sta scritto nei nostri taccuini”, come disse il poeta Mahmoud Darwish.

Analisti, decisori politici e chi si occupa di mettere in atto queste politiche mi hanno spesso chiesto un parere su ciò che dovrebbe fare l'America per promuovere la pace o conquistare la mente e il cuore del mondo musulmano. Si ha spesso una sensazione di futilità, perché ci vorrebbe una tale rivoluzione nella politica americana che solo una vera trasformazione del governo americano potrebbe produrre i cambiamenti necessari. Una pubblicazione americana una volta mi chiese di contribuire con un saggio a un dibattito sulla possibilità di giustificare il terrorismo o gli attacchi contro i civili. Risposi che una pubblicazione americana non dovrebbe chiedersi se gli attacchi contro i civili possano essere giustificati. Questa è una domanda che devono porsi i deboli: gli indiani d'America del passato, gli ebrei della Germania Nazista, i palestinesi di oggi.

Terrorismo è un termine normativo e non un concetto descrittivo. Una parola vuota che significa tutto e niente, usata per definire quello che fa l'Altro, non quello che facciamo noi. I potenti – che si tratti di Israele, dell'America, della Russia o della Cina – descriveranno sempre la lotta delle loro vittime come terrorismo, ma la distruzione della Cecenia, la pulizia etnica della Palestina, il lento massacro dei palestinesi rimasti, l'occupazione americana dell'Iraq e dell'Afghanistan, con le decine di migliaia di civili uccisi... tutto questo non verrà mai etichettato come terrorismo, anche se i bersagli erano civili, e lo scopo era terrorizzarli.

Contro-insorgenza, un termine ora nuovamente popolare al Pentagono, è un altro modo di definire la repressione delle lotte di liberazione nazionale. Il terrorismo e l'intimidazione ne costituiscono una parte essenziale quanto conquistare cuori e menti.

Le regole normative vengono determinate dai rapporti di potere. Chi ha potere determina ciò che è legale e illegale. Assilla i deboli con proibizioni legali per impedire loro di resistere. Per i deboli resistere è illegale per definizione. Concetti come “terrorismo” vengono inventati e usati normativamente come se li avesse creati una corte neutrale e non l'oppressore. Il pericolo di questo uso eccessivo della legalità mina di fatto la legalità stessa, intaccando la credibilità di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite. Diviene evidente che i potenti, che creano le regole, insistono sulla legalità semplicemente per preservare i rapporti di potere che servono loro a mantenere le condizioni di occupazione e colonialismo.

L'attacco contro i civili è l'ultimo, basilare e più disperato metodo di resistenza quando si affrontano situazioni estreme e un imminente sradicamento. I palestinesi non attaccano i civili israeliani aspettandosi di distruggere Israele. La terra della Palestina viene rubata giorno dopo giorno; il popolo palestinese viene sradicato giorno dopo giorno. Di conseguenza reagiscono come possono pur di riuscire a fare pressione su Israele. Le potenze coloniali usano i civili strategicamente, insediandoli per reclamare la terra e confiscarla alla popolazione indigena, che siano gli indiani d'America o i palestinesi in ciò che sono ora Israele e i Territori Occupati. Quando la popolazione indigena si accorge che una dinamica irreversibile le sta sottraendo la terra e l'identità con il sostegno di un'immensa potenza, è costretta a ricorrere a qualsiasi forma di resistenza.

Non molto tempo fa il diciannovenne Qassem al-Mughrabi, un palestinese di Gerusalemme, si lanciò con la sua auto contro un gruppo di soldati a un incrocio. “Il terrorista”, come lo chiamò il giornale israeliano Haaretz, venne ucciso. In due diversi incidenti, lo scorso luglio, altri palestinesi di Gerusalemme usarono lo stesso metodo per attaccare israeliani. Gli assalitori non facevano parte di un'organizzazione. Non solo vennero uccisi, ma le autorità israeliane decretarono anche che le loro abitazioni fossero demolite. In un altro incidente, Haaretz riferì che una donna palestinese aveva accecato un soldato israeliano da un occhio gettandogli dell'acido in faccia. “La terrorista è stata arrestata dalle forze di sicurezza”, scrisse il giornale. Una cittadina occupata attacca un soldato occupante ed è lei la terrorista?

A settembre Bush ha parlato alle Nazioni Unite. Nessuna causa può giustificare l'uccisione premeditata di un essere umano, ha detto. Eppure gli Stati Uniti hanno ucciso migliaia di civili bombardando aree abitate. Quando si sganciano bombe su aree abitate sapendo che ci saranno danni civili “collaterali” ma lo si accetta perché ne vale la pena, allora si tratta di un'uccisione premeditata. Quando si impongono sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di persone, come hanno fatto gli Stati Uniti con l'Iraq di Saddam, per poi affermare che ne valeva la pena, come fece il segretario di stato Albright, si tratta di un'uccisione premeditata a fini politici. Quando si cerca di “colpire e terrorizzare”, come ha fatto il presidente Bush bombardando l'Iraq, si fa terrorismo.

Come i classici film di cowboy mostravano gli americani bianchi sotto assedio e gli indiani nel ruolo di aggressori, cioè il contrario della verità, nello stesso modo i palestinesi sono diventati gli aggressori e non le vittime. A partire dal 1948, 750.000 palestinesi sono stati epurati e cacciati dalle loro case, i loro villaggi sono stati distrutti a centinaia, e su quella terra si sono insediati coloni che hanno negato la loro stessa esistenza e hanno scatenato una guerra di sessant'anni contro chi era rimasto e i movimenti di liberazione nazionale che i palestinesi hanno creato nel mondo. Ogni giorno viene rubato un altro pezzo di Palestina, vengono uccisi altri palestinesi. Definirsi sionista israeliano significa prendere parte alla spoliazione di un intero popolo. Non è in qualità di palestinesi che questi hanno il diritto di usare se necessario tutti i mezzi: è perché sono deboli. I deboli hanno molto meno potere dei forti, e possono causare danni molto minori. I palestinesi non avrebbero mai fatto saltare in aria dei caffè o usato missili artigianali se avessero avuto a disposizione carri armati e aerei. È solo nel contesto attuale che le loro azioni sono giustificate, e con ovvi limiti.

È impossibile fare un'affermazione etica universale o stabilire un principio kantiano che giustifichi qualsiasi atto di resistenza al colonialismo o al dominio di una grande potenza. E ci sono altre domande a cui fatico a trovare una risposta. Un iracheno può essere giustificato se attacca gli Stati Uniti? Dopo tutto il suo paese è stato attaccato senza alcuna provocazione, causando milioni di profughi, centinaia di migliaia di morti. E questo dopo 12 anni di bombardamenti e sanzioni, che hanno ucciso tante persone e rovinato la vita a molte altre.

Potrei dire che tutti gli americani stanno beneficiando delle imprese del loro paese senza doverne pagare il prezzo, e che nel mondo di oggi la macchina imperiale non è solo quella militare ma una rete civile-militare. E potrei anche dire che gli americani hanno eletto due volte l'amministrazione Bush e hanno votato rappresentanti che non hanno fatto niente per fermare la guerra, come non l'ha fatto neanche il popolo americano. Dalla prospettiva di un americano, di un israeliano o di altri potenti aggressori, se sei forte tutto è giustificabile, e niente di ciò che fanno i deboli è legittimo. È semplicemente un problema di scegliere da che parte stare: quella dei forti o quella dei deboli.

Israele e i suoi alleati a Occidente e nei regimi arabi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita sono riusciti a corrompere la dirigenza dell'OLP, a sobillarla con la promessa del potere a scapito della libertà del suo popolo, creando una situazione singolare: un movimento di liberazione che collaborava con l'occupante. In Israele presto si andrà alle urne, e come sempre la guerra serve a dare una spinta ai candidati. Non si diventa primo ministro senza le mani sporche di una sufficiente quantità di sangue arabo. Un generale israeliano ha minacciato di riportare Gaza indietro di decenni, proprio come nel 2006 minacciarono di riportare indietro di decenni il Libano. Come se strangolare Gaza e negare ai suoi abitanti il carburante, l'elettricità o il cibo non li avesse già riportati indietro di decenni.

Il governo democraticamente eletto di Hamas è stato condannato alla distruzione dal giorno in cui ha vinto le elezioni, nel 2006. Il mondo ha detto ai palestinesi che non possono avere la democrazia, come se l'obiettivo fosse quello di estremizzarli ulteriormente e come se tutto questo non dovesse avere delle conseguenze. Israele dice di mirare alle forze militari di Hamas. Non è vero. Prende di mira i poliziotti palestinesi e li uccide, compreso il capo della polizia Tawfiq Jaber, che era un ex ufficiale di Fatah rimasto al suo posto quando Hamas assunse il controllo di Gaza. Cosa succederà a una società priva di forze di sicurezza? Cosa si aspettano che accada, gli israeliani, quando prenderanno il potere forze più estremiste di Hamas?

Un Israele sionista non è un progetto praticabile a lungo termine e gli insediamenti israeliani, la confisca delle terre e le barriere di separazione hanno da molto tempo reso impossibile una soluzione basata su due stati. Può esistere un solo stato nella Palestina storica. Nei prossimi decenni gli israeliani dovranno scegliere tra due possibilità. Effettueranno una transizione pacifica verso una società giusta, nella quale i palestinesi godano degli stessi diritti, come nel Sudafrica post-apartheid? O continueranno a vedere la democrazia come una minaccia? Se sarà così, uno dei popoli sarà costretto ad andarsene. Il colonialismo ha funzionato solo quando la maggior parte della popolazione indigena è stata sterminata. Ma spesso, come nell'Algeria occupata, sono stati i coloni ad andarsene. Alla fine i palestinesi non vorranno scendere a compromessi e perseguire un unico stato per entrambi popoli. Il mondo vuole estremizzarli ulteriormente?

Non lasciatevi ingannare: il persistere del problema palestinese è il principale movente di tutti i militanti del mondo arabo e oltre. Ma adesso l'amministrazione Bush ha aggiunto il risentimento per l'Iraq e l'Afghanistan. L'America ha perso la propria influenza sulle masse arabe, benché riesca ancora a esercitare pressioni sui regimi arabi. Ma i riformisti e le élite del mondo arabo non vogliono avere niente a che fare con l'America.

Un'amministrazione americana fallita se ne va, la promessa di uno Stato palestinese resta una bugia con l'uccisione di un numero sempre maggiore di palestinesi. Sale al potere un nuovo presidente, ma il popolo del Medio Oriente ha un ricordo troppo amaro delle passate amministrazioni statunitensi per sperare in un vero cambiamento. Il presidente eletto Obama, il vice-presidente Biden e il prossimo segretario di stato Hillary Clinton non hanno dimostrato che la loro idea del Medio Oriente è diversa da quella delle amministrazioni che li hanno preceduti. Mentre il mondo si prepara a celebrare un nuovo anno, quanto ci vorrà perché sia costretto a sentire la sofferenza di coloro la cui oppressione ignora o appoggia?


Articolo originale pubblicato il 29/12/2008.

Traduzione di Manuela Vittorelli, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. 
di Nir Rosen

martedì 30 dicembre 2008

La Shanghai Cooperation Organization ed il nuovo «Grande Gioco»

Lo sviluppo di agosto nel Caucaso e la crisi finanziaria globale dei paesi occidental, risultante dalle politiche avventurose che hanno condotto gli Stati Uniti, hanno predeterminato il bisogno di un nuovo posizionamento dei principali giocatori del mondo e del loro atteggiamento nei confronti dei punti chiave sull'agenda globale. Ciò si applica alla Russia, in primo luogo.

Convalidando le misure da prendere per evitare le minacce poste alla Russia dal sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti, il presidente russo Dmitry Medvedev, nel suo indirizzo alla nazione del 5 novembre, ha sottolineato la loro natura forzata, “abbiamo ripetutamente detto ai nostri partner che siamo aperti alla cooperazione positiva. Vorremmo neutralizzare le minacce comuni ed agiamo in tal modo insieme. Purtroppo, siamo notevolmente afflitti dalla riluttanza dei nostri partner ad ascoltarci”.

L'elezione di Barack Obama ha incontrato un grande ottimismo, sia in Europa che da determinate parti nella Russia, non dovrebbe ingannare: basta ricordare Clinton e gli attacchi aerei alla Jugoslavia che aveva ordinato. “Dovremo prendere decisioni molto difficili, anche quelle pertinenti gli affari internazionali… Ho lavorato sotto sette presidenti. Garantisco che così sarà. Posso offrirvi cinque o sei varianti, per esempio, il Medio Oriente o la Russia”. [all'inverso nella traduzione dal Russo. - edit.], ha detto durante la campagna elettorale Joseph Biden, asso degli affari esteri e nuovo vice presidente.

In questo contesto, un più dinamico ‘vettore orientale’ nella politica estera russa, volta alla cooperazione economica e militar-politica con gli alleati della Russia in Asia centrale e nella regione dell’Asia Pacifica, dovrebbe essere considerata come una cosa naturale. Stabilito negli anni ’90, come semplice meccanismo per le consultazioni sulle questioni di frontiera, l'organizzazione della cooperazione di Schang-Hai (SCO) sta trasformandosi gradualmente in un fattore importante della politica globale. Ciò è dimostrata, definitivamente, dal suo lavoro dinamico e dal vivo interesse da parte di nuovi potenziali membri. Basti dire che quattro stati nucleari, compreso l'India ed il Pakistan, finora sono stati coinvolti direttamente o indirettamente nelle sue attività. La tendenza verso l'ampliamento dell'organizzazione indica che i paesi euroasiatici più importanti sono delusi dagli Stati Uniti e stanno provando a risolvere i problemi regionali riunendo le loro forze e senza alcun mediatore.

A seguito della crisi di agosto nel Caucaso, le consultazioni politiche all'interno del SCO si sono intensificate. La sessione del Consiglio dei Ministri del SCO ha approvato un progetto di regolamento sullo status di partner dialogante dell'Organizzazione della Cooperazione di Schang-Hai, a Dushanbe, fin dal 25 luglio.

Il 28 agosto 2008 ha visto la firma della dichiarazione di Dushanbe, con le questioni economiche poste come e loro priorità, “a dispetto del contestuale rallentamento economico globale, la valuta responsabile e le politiche finanziarie, il controllo dei movimento di capitale, la sicurezza energetica ed alimentare”. Verso la fine di ottobre, Astana, la capitale del Kazakhstan, ha ospitato la sessione dei capi di governo del SCO assistiti dai primi ministri Kirghiso, Russo, Tajiko, Cinese, Uzbeco e Kazako. La sessione ha adottato le risoluzioni interessate a registrare il piano d'azione per ottenere l'attuazione del programma del commercio multilaterale e della cooperazione economica degli stati membri del SCO, specialmente, le risoluzioni sul rendiconto finanziario del SCO nel 2007, il preventivo per il 2009 ed un certo numero di altri argomenti organizzativi.

I capi di governo del SCO hanno firmato un comunicato congiunto sul risultato della sessione ed erano presenti alla firma del protocollo sullo scambio delle informazioni e sul controllo dei movimenti delle fonti di energia da parte dei servizi della dogana degli stati membri del SCO. Malgrado la mancanza di accordi innovativi, la sessione è stata tra quelle più fruttuose, poiché la crisi finanziaria alimenta l’interesse reciproco di Russia e Cina nelle varie forme di coordinazione regionale. Sarebbero state espresse l’intenzione che Mosca e Pechino vogliano usare lo SCO come moltiplicatore di forza nella promozione più dinamica delle loro idee per la riforma del sistema dei cambi attuale.

Lo SCO è divenuto un argomento influente della geopolitica. Una dichiarazione del ministero degli esteri del Kazakhstan, chiede che lo SCO sia trasformato gradualmente in un'organizzazione regionale completa.

Gli sforzi dinamici del SCO hanno apertamente infastidito Washington, che vi vede, regolarmente, il progetto di un cosiddetto 'egemonismo Cinese' e 'Imperialismo russo’. Il loro fastidio parla da sé, dati pilastri su cui si basa la politica estera di Washington in Eurasia, “malgrado i desideri dei politici francesi e cinesi, nessuna situazione di compensazioni o federazione ristabilirà un sistema di equilibrio dei poteri analogo a quello dell’Europa dei secoli diciottesimi e diciannovesimi, almeno non nell'immediato futuro.

Malgrado i desideri degli idealisti, nessuna istituzione internazionale ha dimostrato d’essere capace di un’efficace azione, in assenza del potere generato ed esercitato dagli stati [Storia ed Iperpotenze di Cohen E. La Russia nella politica globale. 2004, 5° edizione]”. Naturalmente, quando una tal alleanza o persino un suo suggerimento emerge, gli strateghi degli Stati Uniti fanno del loro meglio per screditarla e piantare un cuneo fra i suoi membri - e più presto agiscono, è miglio è. Secondo Cohen, “l'organizzazione della cooperazione di Schang-Hai è uno strumento con cui la Cina aumenta la sua influenza in Asia centrale. Questa organizzazione impedisce agli Stati Uniti di parteciparvi come osservatore, benché questa condizione sia stata data al Pakistan, all’India e all'Iran. Possibilmente, la Cina, la Russia e l'Iran proveranno almeno ad impedire a Washington di ampliare la sua presenza nella regione, se non di spodestare gli Stati Uniti dalla regione”.

Anche se tale apprensione è stata giustificata, non c’è, ovviamente, alternativa a stabilire un coordinamento fra i paesi eurasiatici, basandosi sulla fiducia e sulla massima affidabilità. Come è noto, il supporto ai mojaheddin afgani, negli anni ‘70 e ‘80, ha trasformato un paese precedentemente benestante (sul piano regionale, naturalmente) in una terra devastata e fonte del traffico di droga e del terrorismo internazionale. A seguito dell'approvazione dell'Iniziativa d’Istanbul, dell'accesso negli stati arabi del Golfo Persico, dell'entrata delle forze militari nell'Afghanistan, dell’istituzione di basi militari in Asia centrale e della disponibilità di una Georgia addomesticata e del baluardo locale della NATO, la Turchia, l'introduzione della supremazia totale degli Stati Uniti nel heartland euroasiatico sembrava avere la strada spianata. Allora, vi furono il blitzkrieg all'Irak, con l'Iran indicato quale obiettivo seguente, ma la fortuna di Bush non è durata affatto a lungo, a quel punto. Ora, la guerra permanente in Irak, costa al contribuente degli Stati Uniti oltre gli 8 miliardi di dollari al mese. Ora che i 'peacekeepers' internazionali, soprattutto Americani, hanno occupato virtualmente l'Afghanistan, ognuno ammette che la droga prodotta nel paese e, quindi, il traffico di droga ha fatto un balzo in avanti di varie volte, almeno. Ora, dopo sette anni di combattimenti in Afghanistan, vi sono colloqui per un altro accordo fra la coalizione occidentale ed i Taliban. Un tal accordo può creare i prerequisiti supplementari per l’ulteriore destabilizzazione dell'Asia centrale.

La situazione in Irak non è migliore, dove nessuno calcola le perdite civili causate dall'aggressione degli Stati Uniti. Un attacco degli Stati Uniti all'Iran, che rimane all'ordine del giorno, può provocare anche un maggior disordine sul cortile meridionale della Russia.

Nessun dubbio gli Americani stanno cercando freneticamente un'efficace risposta ai tentativi di Mosca, Pechino e dei loro alleati del SCO d’istituire un sistema di sicurezza regionale. Determinati eventi in Asia centrale indicano i possibili pericoli e le minacce alla regione nell'immediato futuro. L'idea di una penetrazione accelerata e del soggiorno a lungo termine in Asia centrale, ricca d’energia, degli Stati Uniti è lontano dall’essere vuota chiacchiera o pio desiderio.

Circola l’idea d’instaurare un forum regionale gabbato come Partnership for Cooperation and Development of Greater Central Asia per progettare, coordinare e fare funzionare un’ampia serie di programmi inventati dagli Stati Uniti. Secondo gli strateghi degli Stati Uniti, se gli Stati Uniti vorranno agire unilateralmente, dovranno ricorrere a una leadership ragionevole e, senza considerevoli spese, fungere da ostetrica per la rinascita di un’intera regione d’importanza globale.

Passi pratici sono stati pure presi. Per esempio, il ministero del commercio e l'agenzia per lo sviluppo degli Stati Uniti hanno concesso al Tajikistan 875.300 dollari per affrontare la scarsità d’energia elettrica. L'ambasciata degli Stati Uniti, a Dushanbe, ha dichiarato che gli Stati Uniti inoltre hanno assegnato due concessioni per complessivamente 13,4 milioni di dollari al Tajikistan, per rafforzare il confine con l'Afghanistan, il principale fornitore di droghe in Russia ed Europa, secondo la Reuters. 6,5 milioni di dollari, inoltre, sono stati spesi per la costruzione di edifici della dogana e l’equipaggiamento della guardia di frontiera al checkpoint di Power Panj. In quella zona, 180 chilometri a sud di Dushanbe, un ponte stradale da 28 milioni di dollari sponsorizzato dagli Stati Uniti, è stato ordinato nel 2007. Tuttavia, è una domanda legittima chiedersi dove la generosa cura della sicurezza degli stati centro-asiatici recentemente indipendenti si conclude e lo schieramento d'infrastrutture militari, con gli altisonanti slogan sulla 'transizione alla democrazia' comincia.

Attualmente gli Stati Uniti sono i partner commerciali più importanti del Kazakhstan. Nei primi sei mesi del 2008, il giro d'affari dei due paesi ha superato gli 1,1 miliardi di dollari. La precedente enfasi sull'investimento degli Stati Uniti nel settore dell'energia e delle materie prime, probabilmente nel complesso persisterà. L'America ha attribuito importanza al Kazakhstan nel campo della sicurezza regionale, interessata al settore chiave della cooperazione bilaterale, cosa determinata dalla situazione in Afghanistan e dagli sforzi antiterroristi degli USA. Questo punto di vista è stato sostenuto dalla visita dell'ottobre 2008 del ministro degli esteri degli Stati Uniti Condoleezza Rice ad Almaty. La signora Rice ha notato che il Kazakhstan è rimasto un pilastro della politica degli Stati Uniti in Asia centrale, durante i contrasti nella sicurezza che vanno dalla Georgia all'Afghanistan.

Washington crede che sia impossibile non solo perseguire una politica afgana, la lotta al traffico di droga e al terrorismo internazionale, ma anche organizzare un sistema di sicurezza per l’Europa e l'Asia centrale senza la cooperazione completa fra l'occidente ed il Kazakhstan. Il Kazakhstan inoltre è un partner chiave della NATO nella regione. Washington funge da forza motrice nella cooperazione fra la NATO e il Kazakhstan. Fra gli stati asiatici centrali, il Kazakhstan ha i rapporti più stretti con l'alleanza. Con l'approvazione del piano d'azione specifico d’associazione, all'inizio del 2006, il Kazakhstan ha aumentato la sua integrazione con l'alleanza Nord-Atlantica.

L'atteggiamento dei principali giocatori internazionali verso l’Uzbekistan sopra nei passati anni, si sta rivelando anch’esso. Dopo la rivolta d’Andijan il presidente Islam Karimov ha compiuto una visita a Pechino, in cui gli è stato offerto un considerevole supporto economico e politico. Quindi il presidente Uzbeco ha visitato Mosca, dopo di che il suo atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti e la loro base aerea a Karshi-Khanabad, è diventato più duro.

La risoluzione del summit del SCO tenutosi ad Astana nel 2005, stipulato dai firmatari del SCO determinerà più accuratamente il momento per dare ospitalità alle basi militari antiterroriste degli Stati Uniti sul loro territorio, stabilito nell'ambito del pretesto della campagna antiterrorista in Afghanistan.

Inoltre Tashkent ha chiesto agli Stati Uniti di ritirare le loro forze dalla base aerea di Karshi-Khabad, ma è stato sottoposto, invece, ad una pressione politica ed economica senza precedenti, avviata da Washington e dai suoi alleati europei. Tuttavia la reazione quasi isterica dell'occidente, ha condotto rapidamente ad un marcato ripensamento verso l'Uzbekistan. Il Generale degli Stati Uniti, Martin Dempsey, Comandante del CENTCOM è andato a Tashkent il 28 agosto. La sua visita, si pensa, avesse lo scopo di un possibile ristabilimento della presenza militare degli Stati Uniti in quanto paese centro-asiatico d’importanza strategica.

Dmitry Trenin, un autorevole ricercatore del centro Carnegie di Mosca, spiega il vero significato delle installazioni militari degli Stati Uniti nella regione, “dal punto di vista di Beijing, la presenza militare degli Stati Uniti in Asia centrale è un potenziale ‘Fronte occidentale’ degli Stati Uniti contro la Cina. Utilizzando le loro basi in Uzbekistan e in Afghanistan, gli Stati Uniti possono coprire con i voli aerei, gli obiettivi strategici nella zona occidentale della Cina, compresi i suoi impianti nucleari. Inoltre, nel caso di un conflitto, gli Stati Uniti potranno colpire sia la costa Est della Cina, che le sue linee di comunicazione terrestri occidentali.

Sembra che questi fattori, che sono chiamati 'multilateralismo' in modo politicamente corretto, non dovrebbero essere trascurati, mentre sono perplesso sulla riservatezza mostrata dagli alleati della Russia nel SCO, durante la crisi osseta del sud di agosto ed al successivo riconoscimento ufficiale di Mosca dell'indipendenza delle due ex regioni autonome georgiane. I membri del SCO sono noti per sostenere completamente la Russia a porte chiusi ma ufficialmente per limitarsi all'approvazione degli sforzi della Russia a mantenere la pace in Ossetia del sud, mentre allo stesso tempo riaffermano la loro adesione al principio dell’integrità nazionale degli stati. Allo stesso tempo, è assolutamente chiaro che le dichiarazioni convenzionali dei funzionari di Pechino, nel sostenere l'integrità nazionale della Georgia, non garantiscono affatto le autorità cinesi dai problemi nelle loro zone autonome del Xinjiang e del Tibet. Questi problemi erano molto in vista sia prima che durante le Olimpiadi a Pechino.

Come è risaputo, l'interesse di Washington verso i separatisti tibetani ed i Uiguri, data da parecchio tempo ed è a lungo termine. Nel caso dell’intenzionale alimentazione del focolaio di tensioni, una 'forza internazionale per il mantenimento della pace' può ben essere schierata al confine occidentale della Cina, in modo simile allo schieramento in Kosovo. Le dure dichiarazioni ripetute contro la Cina, dai funzionari degli Stati Uniti, sono sufficienti nel fare supporre che i tentativi di destabilizzare la situazione nella PRC saranno limitati, se saranno interessati dalla situazione il Kazakhstan, il Kirghizstan, il Tajikistan e l’Uzbekistan. È più conveniente prevenire le minacce alla frontiera e cercare soluzioni comuni contro il problema afgano nel quadro del SCO.

L'approfondimento di questa cooperazione porrà i prerequisiti per una coordinazione più stretta della politica estera della Russia con quelle della Cina e degli altri alleati, anche in altri settori.. Vi è l’opinione che il principale ostacolo sulla via di una maggior efficienza dell'organizzazione della cooperazione di Schang-Hai sia la rivalità fra la Russia e la Cina. La discussione su tale rivalità è stato alimentata da vari think tanks in Russia, non risparmiando sforzi per infondere nel ceto dirigente e nel pubblico russi il timore della 'espansione Cinese', 'Reclami territoriali cinesi alla Russia', ecc.

Nel frattempo, il timore può solo facilitare la presa di decisioni chiave su argomenti strategici. Il corso generale dei rapporti all'interno del triangolo Russia - Stati Uniti - Cina difficilmente sembra evolversi verso un confronto fra Mosca e Pechino. Il PRC e la Russia hanno iniziato a competere con gli Stati Uniti per il più efficace dominio in Asia centrale. Ciò non è affatto un capriccio o una manifestazione di cosiddette ambizioni imperiali, ma un assai pertinente problema di sicurezza nazionale russa, nel contesto delle limitate infrastrutture della guardia di frontiera della Russia, al sud, e nella debolezza dei suoi alleati della coalizione antiterroristica, nella possibilità di una provocazione del crescente estremismo radicale islamico politicizzato, nella regione.

In una parola, la strategia euroasiatica degli Stati Uniti ha notevolmente facilitato la cooperazione fra la Russia e la Cina, che superano la loro rivalità. Nella nuova situazione internazionale, è vitale per la Russia che ci sia stabilità effettiva nelle zone adiacenti al suo confine. Ciò armonizza l’interesse vitale di questo paese con gli stessi interessi della Cina, dell'India e dei firmatari centro-asiatici del SCO.

Fino a che gli stadi del SCO sono interessati, l'organizzazione non sarà un blocco militare come la NATO, né una conferenza permanente aperta sulla sicurezza come l’ASEAN, ma qualcosa nel mezzo. La trasformazione del SCO in un'organizzazione capace di una efficace risoluzione, inter alia, delle questioni di difesa comune, diventerà assai più rilevante con il crescere delle tensioni sul continente euroasiatico, che viene è provocato da esterni, ed aumenterà ulteriormente. In una tal situazione, è importante prepararsi trovando le giuste risposte alle sfide di domani, impiegando l’intera gamma di mezzi disponibili.

di Andrei Areshev*
 
*Strategic Culture Foundation http://en.fondsk.ru/article.php?id=1821 24.12.2008
MILITARY DIPLOMAT - 2008 - N 4-5 - p. 3-10

Israele attacca..i governanti arabi si voltano dall'altra parte


L'operazione israeliana Piombo Fuso a Gaza, trasformatasi ormai in un massacro, continua, mentre i governanti arabi guardano.

Le donne piangono. I bambini piangono davanti alla televisione. Gli uomini girano il volto per non vedere le lacrime dei loro figli. Sanno che non sono loro a possedere la carta per cambiare la situazione a Gaza ma i loro regimi che sanno solo impartire ordini e divieti. "Il problema di Gaza", ha scritto Talal al-Salman nelle colonne del quotidiano libanese Assafir, "è con la sua famiglia prima di essere con il suo nemico". "La sua famiglia nella stessa Palestina e poi con i vicini Stati arabi". Mentre i raiss arabi, giustificano e legittimano le azioni del governo israeliano, accusando Hamas di esserne il responsabile, gli aiuti a Gaza sono per lo più europei e non arabi.

Non sono certo loro, rinchiusi nei loro lussuosi palazzi, a soffrire la fame, la sete e ad aver bisogno di cure mediche e dottori. I palestinesi di Gaza non hanno altra soluzione se non quella di resistere, e questo il governo di Tel Aviv lo sa benissimo mentre continua a distruggere non "alcune postazioni e Hamas " ma Gaza e la sua popolazione civile. La rabbia di decine di migliaia di libanesi che hanno manifestato ieri nello Stadio al-Raya, nella periferia sud di Beirut, assieme alla rabbia dei ventimila giordani e di qualche migliaio di egiziani e siriani non sono riusciti a fermare l'aggressione né a convocare un summit arabo (di cui l'efficacità si sconosce) per fermare il massacro. "Non si può parlare oggi di passività araba ma al contrario alcuni stati arabi sono complici attivi dell'aggressione israeliana a Gaza", ha annunciato ieri, Hasan Nasrallah, segretario generale di Hizbu'llah, in un discorso video, "Nel luglio 2006 hanno implorato Israele di decapitare Hizbu'llah e oggi non smettono di chiedere a Israele di smantellare Hamas e tutte le altre forme di resistenza. Chiediamo all'Egitto e ai leaders arabi di provvedere alle necessità per la resistenza di Gaza, se non sono capaci di fermare l'aggressione israeliana", ha continuato il Sayyed. "Tra i doveri di un credente: la difesa di Gaza,e chi sarà ucciso in questo cammino avrà l'onore di essere un martire" si legge su un grande striscione all'entrata dello Stadio al Raya.

Sit-in a Beirut e manifestazione in varie regioni e campi profughi nel paese dei Cedri hanno denunciato il silenzio arabo mentre movimenti islamici hanno accusato molti regimi arabi di collaborare con Israele. Hassan di 20 anni dice: "Fermare il massacro a Gaza dovrebbe essere una priorità di tutti i leaders arabi. Non è il tempo di pensare a risolvere i profondi conflitti presenti in questa regione. Gli arabi devono accordarsi solo su una cosa: Fermare il massacro, usare tutte le carte e tutte le loro amicizie per farlo". In Arabia Saudita la polizia ha usato proiettili di gomma per disperdere una manifestazione pro-Palestina , presso al-Katif, regione all'est del regno saudita, facendo otto feriti. Il ministero dell'interno saudita ha persino smentito che una manifestazione avesse avuto luogo. "Dove sono gli arabi?" urlava ad un giornalista nel 1982 un'anziana donna davanti alle macerie della sua casa e alla morte dei suoi nipotini nel massacro di Sabra e Chatila. "Dove sono gli arabi" continuano a chiedersi oggi gli abitanti di Gaza quando è chiaro che "la causa palestinese" presente in tutti i discorsi dei leaders arabi, sia soltanto "ipocrisia" da caricaturare.

"O generazione di traditori, o generazione di spie, o generazione di spazzatura, di prostitute sarete sconfitti sempre se la storia è così lenta dai bambini delle pietre", recitava il poeta siriano Nizar al-Qabbani.

di Erminia Calabrese

lunedì 29 dicembre 2008

La bolla gigantesca

Il sistema finanziario del mondo ricco si sta dirigendo verso un crollo. Per la prima volta in settant’anni si è avuto paura di una corsa indiscriminata a ritirare i depositi dalle banche, mentre il sistema bancario «ombra» - agenti, prestatori di mutui non bancari, strumenti strutturati di investimento, hedge funds, fondi monetari di mercato e società di private equity - sta correndo rischi sulle sue passività a breve termine.

Dal lato dell’economia reale, tutte le economie avanzate - che rappresentano il 55 per cento del Prodotto interno lordo globale - erano entrate in recessione anche prima del pesante shock finanziario iniziato alla fine dell’estate 2008. Di conseguenza, ci troviamo oggi di fronte a una recessione, a una crisi finanziaria severa e a una profonda crisi bancaria nelle economie avanzate.



I mercati emergenti hanno inizialmente subito le conseguenze di questa crisi solo quando gli investitori stranieri hanno cominciato a ritirare i loro investimenti. Poi il panico si è diffuso sui mercati di credito, monetari e valutari. 

Evidenziando così la vulnerabilità dei sistemi finanziari di molti Paesi in via di sviluppo e di settori aziendali che, di fronte all’espansione del credito, si sono indebitati a breve e in valute estere.

I più fragili sono stati i Paesi con un grande deficit di conto corrente e/o con un grande deficit fiscale e con forti debiti in valute estere a breve termine. Ma anche quelli con la migliore performance - come Brasile, Russia, India e Cina - sono adesso a rischio di un atterraggio brusco. Molti mercati emergenti stanno quindi rischiando una grave crisi finanziaria.

La crisi è stata causata dalla più grande bolla finanziaria e creditizia della storia, causata da un uso estremo della leva finanziaria. L’utilizzo della leva finanziaria e le bolle speculative non si sono limitati al mercato immobiliare americano, ma hanno caratterizzato il mercato immobiliare anche di altri Paesi. Inoltre, al di là del mercato immobiliare, in molti sistemi economici vi è stata un’eccessiva concessione di prestiti da parte di istituzioni finanziarie e di alcuni settori di impresa e della pubblica amministrazione. Il risultato è che ora stanno esplodendo contemporaneamente una bolla immobiliare, una bolla dei mutui ipotecari, una bolla del mercato azionario e obbligazionario, una bolla del credito, una bolla delle materie prime, una bolla del private equity e degli hedge fund.

L’illusione che la contrazione economica negli Stati Uniti e nelle altre economie avanzate sarebbe stata profonda ma breve - una recessione cioè di sei mesi a V - è stata sostituita dalla certezza che la crisi sarebbe stata una lunga e protratta recessione a U, che può durare almeno due anni negli Stati Uniti e si avvicina ai due anni in gran parte dei Paesi nel resto del mondo. In più, dato il rischio crescente di un collasso del sistema finanziario globale, non si può neppure escludere la prospettiva di una recessione a forma di L della durata di una decina d’anni: come quella vissuta dal Giappone dopo il collasso della sua bolla immobiliare e azionaria. 

Nouriel Roubini (Docente di Economia presso la New York University e presidente di RGE Monitor)
Fonte: www.lastampa.it/
Link: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5414&ID_sezione=&sezione

Il traffico di organi nei Balcani e le Nazioni Unite

Il controverso caso del traffico di organi tra Kosovo ed Albania dei prigionieri serbi, potrebbe giungere ad una svolta dopo che verranno rese note le indagini delle autorità serbe e delle Nazioni Unite. Dopo che le rivelazioni di Carla del Ponte hanno sconvolto il popolo serbo, le indagini condotte dalla Procura serba hanno avuto una diversa attenzione da parte della Comunità Internazionale, pur incontrando ancora molteplici ostacoli. L’Albania ha infatti respinto ogni cooperazione con la Serbia per formare una squadra comune composta da ricercatori serbi, albanesi e rappresentanti della Comunità Internazionale. Contemporaneamente, il procuratore serbo Vladimir Vukcevic si è recato un mese fa a New York per esporre i risultati del dossier elaborato dalla Serbia, chiedendo in consegna una copia del rapporto della missione ONU del 2000, dal quale erano state sottratte ben 9 pagine, le quali contenevano i nomi delle persone coinvolte direttamente nel sequestro e nella deportazione dei serbi. 

Secondo alcune fonti, il rapporto dell’ONU del 2004 rileva l’esistenza di una fossa comune ad un chilometro e mezzo da Burrel, Albania, nella quale - secondo le stesse indagini della squadra delle Nazioni Unite - sono stati probabilmente seppelliti i corpi di serbi, rom e albanesi oppositori dell’UCK, divenute poi vittime del traffico d'organi. Il rapporto ONU 2004 non è stato ancora presentato, nonostante sia stato richiesto già due volte dalla procura serba. Secondo lo stesso rapporto, gli organi venivano sottratti ai corpi in un cementificio nei pressi di Burrel, per essere poi preparati per il loro traffico nel mercato europeo. Sembra che all’interno del dossier, siano stati inserite anche le foto del cementificio e della fossa, con ulteriori dettagli dei crimini compiuti nella casa gialla d’Albania, come strumenti chirurgici e medicine. José Pablo Barajbar, membro della squadra d’investigazione ONU, ha confermato per AFP che la sua squadra ha svolto delle indagini preliminari sul traffico di organi. Rispondendo alle domande sulla reale esistenza del traffico di organi, Barajbar ha affermato che vi sono delle possibilità che tali crimini siano stati compiuti, e che serbi, rom e anche albanesi, siano stati deportati in Albania. Tuttavia, sembra davvero strano che Barajbar confermi solo ora le indagini ONU, dopo che è stato più volte accusato - anche dagli stessi colleghi membri del team di inchiesta - di aver negato l’esistenza di un'indagine sul traffico d’organi in Kosovo, nella quale egli stesso ha partecipato nel 2000, mentre esistono forti sospetti che sia lui il responsabile dell’occultamento delle 9 pagine del rapporto ONU.

Dalle indagini del team serbo, la "casa gialla" sembra sia servita per preparare i pazienti alle operazioni, che invece si tenevano presso la clinica psichiatrica di Burrel, detta "carcere 320". I prigionieri venivano deportati in vari villaggi albanesi, come Kukes, Bajram Curri, Koljs, attraverso un tunnel che collegava il Kosovo con l’Albania, nonché attraverso le frontiere non controllate di Caf, Prshit e Vrbnica. La procura serba ha scoperto inoltre che il Premier albanese Sali Berisha è collegato a Ramush Haradinaj, direttamente coinvolto nel traffico di organi dal Kosovo. Si sospetta che, proprio per questo motivo, gli ufficiali albanesi abbiano rifiutato ogni collaborazione con la Serbia. Rifiuto che è giunto poco dopo la visita di Ramush Haradinaj in Albania per incontrare Sali Berisha. Secondo la procura serba questa visita ha avuto come scopo quello di concordare la distruzione delle prove esistenti sul territorio albanese che riconducono alla mano di Haradinaj, come le tracce che conducono alle carceri e ai luoghi in cui avvenivano le operazioni sui prigionieri.
Le prove in possesso della Procura per i crimini di guerra di Belgrado dimostrano che Ramush Haradinaj, dopo la guerra nel 1999, si recava spesso in Albania per gestire personalmente il traffico di essere umani, che dalla miniera di Kruma in Kosovo, venivano deportati in Albania. Secondo la Procura, Haradinaj si recava in Albania in aereo, almeno una volta al mese, per poi fare ritorno con una borsa piena di soldi. Fonti della polizia serba sottolineano che, nel mese di settembre, sono giunti in Albania, oltre che Ramush Haradinaj, anche Hashim Tachi, Hafer Haliti e i Generali Sulejman Selimi e Sami Lushtaku, per gli stessi motivi. Tutti loro posseggono a Pristina decine di immobili , sicuramente acquistati con i soldi del traffico di organi e altre attività criminali.

Per far luce sul collegamento Albania-Kosovo, il Consiglio Europeo ha pianificato l’invio di un loro rappresentante, Dick Marty, a Tirana e a Belgrado. Questi dovrà esaminare le prove e i fatti evidenziati dal fascicolo del traffico di organi, detto "33-08", nonché i dettagli sui conti correnti bancari delle persone che inviano donazioni per finanziare l’UCK. Tra questi vi sono anche i fondatori di varie ONG, utilizzate per deviare il percorso del denaro per raccolto nel traffico degli organi. Resta ora da vedere cosa scoprirà il fascicolo di Dick Marty, per far luce non solo sui personaggi coinvolti nel traffico di organi, ma anche per dare delle risposte chiare ai familiari dei serbi, rom e albanesi che hanno perso la vita dei propri cari.

Biljana Vukicevic

Link:http://www.rinascitabalcanica.com/?read=16554

Morite in pace ma morite....


E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola? Una clinica forse? Delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

(testo raccolto da Francesca Borri)

di Mustafa Barghouti

Link:http://it.peacereporter.net/articolo/13403/La+vostra+indifferenza

Alcune scomode verità sulla guerra in Afghanistan


Martedì 9 Dicembre, su “La Repubblica“, Guido Rampoldi ha ridato fiato, preceduto da altri “illustri colleghi“, alla solita solfa sulle massicce offensive dei pashtun in due terzi dell’Afghanistan, prendendo a pretesto, questa volta, un “fatto di guerra“ dai contorni  molto, ma molto sospetti, come l’assalto a Peshwar, in Pakistan, di “200 terroristi” (chissà come avranno fatto a contarli) ad un deposito di camion e blindati destinati al rifornimento logistico e militare di ISAF in Afghanistan.

“Terroristi” che sarebbero misteriosamente arrivati sul posto - ce lo ha detto l’Ansa -  in quantità industriali per non dare nell’occhio, e che poi altrettanto misteriosamente si sarebbero eclissati senza lasciare tracce dopo aver incendiato un parco di camion e di blindati e prelevato, come è stato precisato, centinaia di litri di  benzina da un distributore di carburante nelle vicinanze, per evitare costi aggiuntivi sulle spese di trasferta, trafficare allo scoperto e allungare di un bel po’ i tempi del blitz. 

Insomma, per il giornalone della FINEGIL a conclusione del  clamoroso “raid“ le carcasse bruciate dei “mezzi“ di proprietà di ISAF, sorvegliati, guarda caso, da una ridottissima squadra di “polizia privata“ costretta a capitolare senza sparare un colpo, starebbero a dimostrare che i “terroristi” che fanno riferimento all’inafferrabile Mullah Omar e alla rete di al-Qa’ida  sono ormai in grado di tagliare, nelle zone di confine tra Afghanistan e Pakistan,  le linee di approvvigionamento della NATO.

La versione accreditata da “La Repubblica“, con tutta evidenza posticcia nella ricostruzione come successo di recente per “l’assalto dal mare a Mumbay“,  non può non apparire finalizzata a far da spalla e da cassa di risonanza all’allarme rosso lanciato a scadenze settimanali dai Comandi della Coalizione Isaf-Enduring Freedom: aumentata pericolosità del “nemico“, numero di attentati in vertiginosa crescita, controllo della guerriglia di intere regioni, quindi conseguente necessità dell’invio di altri  “scarponi“ e di  attrezzature belliche con destinazione Kabul da Europa e Italia, come da sollecitazione arrivata appena qualche giorno fa  agli  “Alleati“  dall’entrante Presidente Barack Obama.

Un senatore dell’ Illinois arrivato alla Casa Bianca spendendo oltre 700 milioni di dollari  raccolti dal militante sionista Rahm Emanuel.

Il coinvolgimento sempre più massiccio dei Paesi dell’Unione Europea in Afghanistan se permette agli USA, da un lato, di usurarne il livello finanziario e politico, dall’altro, rende meno traumatiche le spese del Pentagono.  

Per l’attacco a Peshawar, a pensar male, potremmo addirittura trovarci di fronte ad una “operazione coperta“, magari organizzata dalla CIA per mettere in difficoltà l’ISI e il Governo di Ali Asif Zardari ed aprire le porte a qualche inseguimento a caldo di Enduring Freedom e di ISAF nell’ovest del Waziristan sul “modello Laos e Cambogia” durante la guerra del Vietnam, con conseguente allargamento del fronte dei combattimenti, fino ad arrivare ad una occupazione “temporanea“ da parte di USA e NATO delle Aree Tribali per  debellare in Pakistan formazioni “ribelli” che applicano in Afghanistan un contrasto a macchia di leopardo e a bassa intensità.

Un avvertimento trasversale della Coalizione Alleata, Gordon Brown in primis, a Islamabad  perché annienti con  la  forza l’“estremismo islamico“ sul  suo territorio?  

Se si crede che gli USA abbiano attaccato l’Afghanistan nel Novembre del 2001 per ritorsione all’attentato dell’11 Settembre alle Twin Towers e per un coinvolgimento di  elementi di al-Qa’ida provenienti da campi di addestramento di quel Paese, vuol dire che si è fuori strada.

Nessun analista indipendente è ancora riuscito a dare una spiegazione affidabile dei perché l’Amministrazione Bush abbia dato luce verde a una nuova avventura bellica degli USA in quella parte profonda dell’Asia.

Le linee di confine di Stato in questo tumultuoso inizio di XXI secolo, una volta saltate le regole del diritto internazionale (Bosnia 1992, Serbia 1999) sono ormai elastiche e permeabili con il placet del Palazzo di Vetro. 

Il peace- keeping ed enforcing lautamente finanziato con centinaia di miliardi di dollari, raccolti  in occasione di misteriosissimi Summit da Governi Occidentali, Banca Mondiale, FMI e Organizzazioni Private come successo a Luglio 2008 con la partecipazione di  Sarkozy, Ban Ki Moon e Barroso a Parigi, è ormai una pratica ormai largamente utilizzata. 

Gli Usa e  Alleati,  facendo affidamento sulle nuove tecnologie (leggi… sistemi d’arma ad altissima efficacia distruttiva), contavamo - e contano ancora oggi - di  poter  arrivare alla totale pacificazione del “nemico“, al definitivo controllo dei territori occupati e allo  sfruttamento delle fonti energetiche, come nel caso dell’Iraq, con un impegno finanziario e militare sopportabile in cui il gioco valga la candela.

La criticità geopolitica che sta collaterando le crociate della “democrazia esportata con la forza“ dimostra invece che sia a Washington che a Bruxelles si è fatto i  conti senza l’oste.

Quando si altera con un intervento armato esterno un equilibrio religioso, culturale, etnico o territoriale preesistente in cui l’intruso viene percepito come una minaccia, la conseguenza più immediata e naturale è quella  di far uscire dal nido uno sciame di  vespe. 

La ricerca applicata ai sistemi d’arma, le capacità finanziarie, industriali e militari di USA e NATO non offrono più i mezzi per mettere in campo una politica efficace della “sicurezza“. Non lo diciamo noi, non è il nostro linguaggio. Lo sostengono  gli esperti della NATO.

L’instabilità dei teatri di guerra logora l’aggressore che opera su un territorio enormemente esteso, estraneo, ad elevata minaccia di ostilità e che lo costringe ad allungare e disperdere in mille rivoli le linee di approvvigionamento logistico e la presenza sul terreno. 

Dal Vicino Oriente al Centro Asia, dai Balcani all’Africa Sub-Sahariana o Equatoriale, le guerre, anche per procura, di USA e Alleati pur impegnando enormi risorse finanziarie non riescono più ad ottenere un risultato definitivo di pacificazione nelle aree continentali aggredite.

I conflitti più recenti come quelli in Iraq e in Afghanistan stanno lì a dimostrarlo: due regioni del mondo attraversate da differenti livelli di “civilizzazione“ ma da un identico e manifesto  rifiuto per la “democrazia“ portata con la forza delle armi. 

L’offerta di libertà di USA ed Europa non fa più breccia né nel cuore dei Popoli dell’America Indiolatina né in quelli del Vicino Oriente, di  Africa e Asia.

In Afghanistan non esistono strutture artigianali o industriali di esplosivi, né fabbriche di armi. Non c’è produzione né di nitrato d’ammonio né di magnesio, o traccia di depositi con fertilizzanti di sintesi.

Solo a Peshawar, in Pakistan, esistono botteghe dove si costruiscono artigianalmente ogni anno copie di armi corte e lunghe di fabbricazione sovietica in un numero mai superiore a qualche centinaio.

L’esplosivo per organizzazione di  sporadici “attentati“ contro blindati in transito di ISAF e di Enduring Freedom viene ricavato da giacenze datate di proiettili di artiglieria, da mortaio e da munizionamento per carri armati già in dotazione all’Armata Rossa e poi all’esercito afgano. Per ricavarne una quantità appena sufficiente a procurare danni limitati - lo ha detto chiaro e tondo anche il Gen. Mini - un nucleo pashtun deve affrontare frequentemente perdite per esplosioni accidentali dovute ad imperizia nella manipolazione e nell’assemblaggio delle cariche ancora prima di dover coprire i rischi del trasporto e i  tempi occorrenti all’ occultamento   al dileguamento dei sabotatori.  

Insomma, per USA e Alleati in Afghanistan la possibilità di andare incontro a una Little Big Horn con tanto  di colonnello Custer alla guida del 7° Cavalleria assalito e distrutto da Cheyenne e Lakota  è  totalmente da escludere.

Chiunque sostenga  il contrario, con qualche articolata menzogna, è un agente prezzolato al servizio di USA e NATO. Ferrara con “Panorama” aprì  le danze, e con “Il Foglio” continua a farlo per conto dei Poteri Forti che occupano il nostro Paese. 

La verità è che i guerriglieri “taliban“ hanno meno di archi e frecce e sopratutto non hanno cavalli da cavalcare a pelo per allontanarsi dal terreno scelto per agguato ed evitare la distruzione da terra e dall’aria.

Il materiale esplodente per cave e  sbancamenti  arriva in Afghanistan dal Pakistan o per via aerea. I depositi esistenti  sono sotto  stretto controllo  di  Isaf ed Enduring Freedom.

I nuclei di guerriglieri pashtun hanno a disposizione per contrastare la formidabile macchina bellica dei “liberatori“ solo degli AK 47 e degli RPG 7, non hanno centri comando, capacità di comunicazione e di spostamento. L’uso di qualsiasi telefono satellitare attirerebbe sul nucleo combattente, nel tempo di una-due ore, una grandinata di proiettili di mitragliatrici pesanti, di razzi e bombe a frammentazione.

Controllano qualche area dell’Afghanistan perché nativi di villaggi dispersi su altipiani e  montagne giudicati dai Comandi Alleati di scarsa o nulla importanza strategica, lontani da  rotabili e da depositi, da basi di Isaf ed Enduring Freedom.

Qualsiasi concentramento sospetto di “taliban“ vicino a  strutture militari, a commissariati, a punti di passaggio obbligato, strade, ponti, dighe, acquedotti, centrali elettriche sotto il controllo dell’Afghan Police e della Coalizione viene costantemente monitorato da Predator  ed  elicotteri  da ricognizione e attacco.

Per quando riguarda l’Italietta c’è un grumo infetto di sostegno politico e mediatico a Isaf e a Enduring Freedom.

Un grumo invasivo, con metastasi, di Poteri Forti, bancari, istituzionali e politici, che alimenta le guerre segrete della NATO travestendole da “operazioni di pace”: un’organizzazione che fa indubitabilmente capo al Quirinale e al Consiglio Supremo di Difesa.

L’ultima “sessione“ a ranghi completi del CSD si è concretizzata il  2  Ottobre,  a 24 ore dal decollo da Ciampino del generale USA David Petraeus, dopo una serie di colloqui  strettamente riservati intrecciati con Berlusconi, Frattini, La Russa eNapolitano oltre che con il  Capo di Stato Maggiore delle FF.AA. Camporini e i Comandi del Centro Operativo Interforze di Centocelle.

Una visita che sarà omaggiata anticipatamente dal CdM, riunito a Palazzo Chigi, il 23 Settembre, con la decisione d’inviare in Afghanistan  4 cacciabombardieri Tornado IDS.

Dal 1 Ottobre al 9 Dicembre sono passati poco più di 40 giorni, ed ecco che torna a farci compagnia sbarcando all’aeroporto militare di Roma il solito Petraeus, il leone dell’Iraq , il cosiddetto gestore vittorioso del “surg“, carico di decine di patacche e di un numero altrettanto incredibile di nastrini appiccicati sull’uniforme.

Questa volta non più come inviato di  un’Amministrazione Bush in liquidazione, ma come capo militare del Pentagono retto da quel Robert Gates che è stato confermato Segretario alla Difesa dall’entrante e già deludentissimo Barack Obama .

Ricevuto come un Capo di Governo da Berlusconi a Palazzo Chigi dopo aver incontrato i Ministri della Difesa, degli Esteri e, in gran segreto, Giorgio Napoletano, è tornato da dove era venuto: dalla base dell’Air Force Mac Dill di Tampa Bay in Florida, dopo aver precisato a chiare lettere che… “sarà la NATO a stabilire la necessità di altri eventuali invii di forze in Afghanistan“, ed aver espresso particolare apprezzamento per l’Arma dei Carabinieri, definendola  “gendarmeria da piedistallo“, alla pari con la fama sportiva di Michael Jordan e il suo “dream team“.

La NATO, dunque, per USA e Pentagono ormai come cardine decisionale, non i  Governi Nazionali! 

Quisquilie. Il secondo blitz a Roma di Petraeus ha avuto di fatto una duplice valenza: politica e militare. È venuto a dare ordini, che non devono essere né spediti per corriere diplomatico né passare per il Ministero della Difesa. Il Gran Capo dei Visi Pallidi vuole catene decisionali corte, cortissime e unicamente contatti faccia a faccia perché niente di quello che dice e delle riposte che riceve deve trapelare all’esterno.

Si è solo fatto sapere a mezzo Ansa che il generale a quattro botte è troppo navigato per trattare di persona qualche variazione in più nel numero dei soldati italiani da schierare in Afghanistan.

La verità è emersa una manciata di ore più tardi con una dichiarazione rilasciata ai media da La Russa, meglio conosciuto come il ‘saltimbanco di Palazzo Baracchini’ per conto dello Zio Sam, il  papà di Geronimo in omaggio e ricordo dell’ultimo capo spirituale e militare degli Apache Chiricahua sterminati dai lunghi coltelli e dai winchester dei Soldati Blu insieme a squaw, anziani e bambini. Una vergognosa foglia di fico che serve al Reggente di Alleanza Nazionale per continuare a convincere e forse a convincersi di essere diverso da quello che è: un servo prezzolato che mente, nei numeri e nelle dotazioni d’arma, consapevolmente, alla Commissione Difesa, e anche a quella Esteri  presieduta da Fiamma Nirenstein, in carica PdL. 

di Giancarlo Chetoni

Link:http://www.cpeurasia.org/?read=16253

domenica 28 dicembre 2008

Chi finanzia i talebani? Gli occidentali!

"Drole de guerre", così venne chiamata la fase iniziale della seconda guerra mondiale, dopo che tedeschi e sovietici si erano spartiti la Polonia. A metà settembre del 1939 Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania, ma per sette mesi non fecero nulla, mentre le truppe tedesche si preparavano all'offensiva. Forse speravano in un accordo diplomatico; forse pensavano che un compromesso fosse ancora possibile. Poi la Germania attaccò la Danimarca e, in rapida successione, il Belgio e la Francia e iniziò la guerra vera, che certo tutto fu salvo che buffa.

Qualcosa del genere (con le dovute differenze) sta succedendo in Afghanistan. Laggiù si combatte ormai da sette anni. Le truppe della Nato e degli Stati Uniti si scontrano quotidianamente con i talebani, ma sostanzialmente ognuno tiene le sue posizioni: un giorno viene conquistato un villaggio da una parte, la settimana dopo viene riconquistato dall'altra. Scoppiano le bombe nei mercati, si assaltano caserme, si risponde con i missili dall'alto; da una parte e dall'altra si compiono incursioni. Nessuno controlla tutto il territorio, neppure il proprio. La coalizione occidentale e il governo afgano dovrebbero controllarne un terzo, i talebani un altro terzo, per il resto ognuno fa quello che può. Ammazza e distrugge, soldati armati e civili inermi, e aspetta di vedere cosa succederà. Chi si stanca per primo. Forse tutti sperano in un accordo politico. Adesso che sono in difficoltà gli occidentali vorrebbero trattare (Karzai ci sta provando), ma i talebani, che in questo momento si sentono più forti, non ci stanno. In futuro le parti potrebbero essere inverse. Intanto si spera nel colpo risolutivo che potrebbe alterare l'equilibrio. Obama promette (ha promesso in passato - adesso non si sa) di mandare altri 20.000 uomini da aggiungere ai 70.000 che combattono da sette anni (erano 40.000 all'inizio), ma nessuno degli esperti militari e dei comandanti sul campo pensa davvero che possano bastare.

Ma c'è un altro aspetto che rende questa guerra particolarmente buffa, più di ogni altra. Ne ha parlato la settimana scorsa il "Times" di Londra. Le guerre si fanno con gli uomini (e, nelle nostre società progredite, con le donne) e con i mezzi. I primi vanno nutriti e alloggiati, i secondi vanno riforniti e sostituiti. Dietro ogni soldato c'è una linea di comunicazione più o meno lunga, che gli porta quello che gli serve per vivere e per combattere. Quando la linea è troppo lunga e i rifornimenti non arrivano, o non si trovano sul posto, il soldato non può combattere e si ferma. Le orde mongole di Ghenghis Kahn si fermarono alle porte di Venezia perché non trovavano foraggio per i loro cavalli, e l'Italia fu salva. Le armate napoleoniche si fermarono dopo avere bruciato Mosca e dovettero tornare indietro perché non trovavano il grano per i soldati, e la Russia fu salva. Molti secoli prima Giulio Cesare arrivò con le sue legioni ai confini con la Scozia, si accorse di essersi spinto troppo in là, fece scavare una bella trincea e se ne tornò indietro.

E' per questo motivo che per vincere una guerra bisogna consolidare il territorio conquistato alle proprie spalle prima di spingersi in avanti; è per questo che tutti gli imperi si allargano a macchia d'olio, partendo da un centro sicuro, e si espandono finché le loro linee di comunicazione diventano troppo lunghe o troppo fragili. A quel punto l'impero comincia a sgretolarsi e alla fine crolla. Per la stessa ragione i corpi di spedizione coloniali, migliaia di miglia dalla madrepatria, di fronte agli attacchi degli "indigeni" sono stati costretti tutti, prima o poi, a fare i bagagli e andarsene, a dispetto della loro superiorità tecnologica. E' quello che probabilmente succederà alle truppe alleate in Afghanistan, che è successo varie volte agli inglesi nell'Ottocento e anche ai russi nella loro guerra afgana del secolo scorso.

Il problema è oggi particolarmente grave per le truppe occidentali. In primo luogo perché un esercito moderno ha bisogno di quantitativi enormemente superiori di rifornimenti, di pezzi di ricambio, di munizioni e di carburante, rispetto anche solo a venti anni fa. E poi perché, non potendo passare da paesi confinanti come l'Iran, ed essendo esclusi i ponti aerei che non possono provvedere alla grande massa di rifornimenti richiesti, hanno un'unica strada per portare quello che serve alle truppe: dal Pakistan, dove arrivano le navi, con lunghi convogli di camion fino alle basi di destinazione in Afghanistan.
Ora, bisogna ricordare che nelle guerre moderne in cui tutte le attività non di combattimento (e qualche volta anche quelle) sono "outsourced", cioè affidate a civili, questi trasporti sono effettuati da società private di servizi, che dispongono anche delle loro guardie armate dal momento che i soldati sono impegnati a fare la guerra. I convogli debbono percorrere migliaia di chilometri spesso in "territorio indiano", vale a dire controllato dai talebani o da altri gruppi armati di delinquenti più o meno comuni, che li attaccano, li distruggono e fanno razzia del loro contenuto. E' successo e continua succedere innumerevoli volte, qualche volta addirittura nelle basi di partenza in Pakistan dove, dieci giorni fa a Peshawar, i talebani hanno distrutto centinaia di mezzi in attesa di essere spediti.
A questo serio problema, che danneggia i loro profitti, le ditte private hanno trovato con spirito imprenditoriale una soluzione pratica e originale: pagare il nemico e, per maggiore sicurezza, arruolarlo per fare la scorta ai convogli. Per la verità qualcosa di simile ha fatto anche il generale Petraeus in Iraq, quando ha deciso di pagare gli insorti sunniti perché smettessero di ammazzare gli americani, ma la nuova strategia afgana è una novità assoluta.

Riferisce il "London Times" che circa un quarto del valore di ogni convoglio (composto mediamente da una cinquantina di camion, ma spesso molti di più) viene versato ai talebani perché non lo attacchino. Dopo di che, come fa il pilota quando monta sulla nave per guidarla in porto, sul primo camion sale un comandante talebano armato che - ben visibile a tutti - assicura il passaggio nel territorio controllato dai suoi uomini. In termini economici tutto ciò ammonta a diversi milioni di dollari al mese con i quali, senza sparare un colpo, i talebani poi comprano le armi e le munizioni per continuare la guerra. In questo modo gli occidentali finanziano la guerra per tutti, per se stessi e per il nemico, e in questo modo si assicurano che non finisca mai.

di Stefano Rizzo

Link:http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=10398

Richard Falk, Israel and the New York Times

As Israel nails shut the coffin that is Gaza under a siege that has lasted nearly three years, steadily intensifying so that malnutrition rates rival those of sub-Saharan Africa, sewage runs raw in the streets and pollutes the ocean, homes are still being bulldozed to super-add collective punishment upon collective punishment; men, women and children are still being sniped at and killed; children are deafened by continuing sonic booms, the vast majority of them suffer from post-traumatic stress syndrome, and many of that majority have no ambition other than becoming “martyrs,”  Israel in mid-December denied entry to Richard Falk, UN Human Rights Council Special Rapporteur on the occupied territories.

It is Dr. Falk's responsibility to report to the UN on conditions in the occupied territories. Israel is blocking him from carrying out this job. In an article that reads as if it rolled off the computers in Israel’s Government Press Office (no quotes by anyone friendly to Falk’s point of view, for instance), The New York Times, tells us Dr. Falk “has long been criticized in Israel for what many Israelis say [emphasis mine] are unfair and unpalatable views.” The blind attribution is typical.

Unlike European Union ministers who recently condemned Israel’s acts in Gaza and the West Bank only to turn around and approve upgrading the EU’s relations with Israel, Falk will not compromise. He not only describes Israel’s atrocities in Gaza, but calls for immediate protective action “to offset the persisting and wide-ranging violations of the fundamental human right to life.” He also calls for an International Criminal Court investigation to “determine whether the Israeli civilian leaders and military commanders responsible for the Gaza siege should be indicted and prosecuted for violations of international criminal law.”

Perhaps it’s his clarity of focus and refusal to back down that constitute his sins in Israel’s eyes? (The usual hasbarah about anti-Semitism, etc., is to be discounted, though being Jewish Falk may fall into the category, “self-hating Jew.”)  Many others, Jewish and not Jewish (including Israeli Jews  never quoted by The New York Times) have charged Israel with violations of international law and war crimes in Gaza. As Falk himself noted in his statement about Gaza to the UN (see “Gaza: Silence is not an Option” at The Heathlander and other Internet sites), the Secretary General of the UN, the President of the General Assembly, and the UN High Commissioner for Human Rights have all condemned Israel for its monstrous siege. “Karen AbyZayd,” stated Falk, “who heads the UN relief effort in Gaza, offered first-hand confirmation of the desperate urgency and unacceptable conditions facing the civilian population of Gaza. Although many leaders have commented on the cruelty and unlawfulness of the Gaza blockade imposed by Israel, such a flurry of denunciations by normally cautious UN officials has not occurred on a global level since the heyday of South African apartheid.” Other denunciations have been made by B’tselem, an Israeli human rights organization that in June, 2006 called Israel’s destruction of Gaza’s electrical power plant “a war crime” (“Aiming attacks at civilian objects is forbidden under International Humanitarian Law and is considered a war crime. The power plant bombed by Israel is a purely civilian object and bombing it did nothing to impede the ability of Palestinian organizations to fire rockets into Israeli territory.”) Last month, Switzerland accused Israel of violating international law by destroying Palestinian homes in East Jerusalem and Ramallah. This denunciation, writes a reporter for The First Post, is “arguably the strongest condemnation of Israeli policy towards the Palestinians to come from any western European country since Charles de Gaulle famously attacked the ‘oppression, repression and expulsions’ of Palestinians by Israel over 40 years ago.”. (November 17, 2008.)

Christopher Hedges writes that Falk told him Israel’s siege has unleashed “an unfolding humanitarian catastrophe that each day poses the entire 1.5 million [population] Gazans to an unspeakable ordeal, to a struggle to survive . . . This is an increasingly precarious condition. A recent study reports that 46 per cent of all Gazan children suffer from acute anemia. There are reports that the sonic booms associated with Israeli overflights have caused widespread deafness, especially among children. Gazan children need thousands of hearing aids. Malnutrition is extremely high in a number of different dimensions and affects 75 per cent of Gazans. There are widespread mental disorders…  Over 50 per cent of Gazan children under the age of 12 have been found to have no will to live."

Gaza committed the ultimate sin. Its residents refused to be good little natives; it launched the first Intifada. It became legendary, together with Jenin in the West Bank, for its refusal to submit to Israel’s occupation. Gaza was also a region that, unlike the West Bank, was negligible in terms of fertile land and water resources. So Gaza must first be quarantined (Darryl Li has compared Gaza after Israel’s “pull-out” to an animal pen where – before the siege, at any rate – food and supplies were thrown in, Israel having divested itself of any responsibility for the population.) Israel’s aim was that Egypt take responsibility for Gaza, which has not happened. Gaza’s resistance has continued firing rockets into Israel. But Gaza’s final and unpardonable sin was, in a completely fair election, to elect a party that displeased Israel and the US. Elliott Abrams of Iran-Contra infamy helped the reprisal along by engineering civil war between Hamas and Fatah (see Vanity Fair, April, 2008.)

Now, finally, Gaza is buckling. While the world watches, a people is being destroyed. The definitive essay is Sara Roy’s in this month’sLondon Review of Books. She details an excruciating decline in all means of life – food, fuel, medicine, water-purifiers, etc. Roy doesn’t say it, and neither does Falk, but Israel’s siege fulfills at least three points in Article 2 of the Convention on Genocide (killing members of the group; causing serious bodily or mental harm to members of the group; deliberately inflicting on the group conditions of life calculated to bring about its physical destruction in whole or in part.) Roy’s depressing conclusion is that if Gaza falls, the West Bank will follow.

Ellen Cantarow has written about the occupied West Bank and Israel for U.S. publications since 1979. She is also a Boston-based pianist, singer and teacher. She can be reached at ecantarow@comast.net

http://www.counterpunch.org/cantarow12262008.html

Link:http://www.counterpunch.org/cantarow12262008.html


Cerca nel Blog

CERCA PER PAROLE CHIAVE - TAG

'Ndrangheta Affondamenti Afghanistan Africa Ambiente Arabia Saudita Argentina Articoli in lingua inglese Asia Australia Austria Azerbaigian Azerbaijan Bahrein Balcani Barack Obama Berlusconi Bielorussia Bilderberg Biomasse Birmania Bolivia Brasile Bulgaria Cambogia Canada Carfagna Caucaso Chavez Cina Colombia Congo Corea del Nord Corea del Sud Costa d'Avorio Croazia Cuba D'Alema Danimarca Default Disoccupazione Don Gelmini Drone Economia e finanza Ecuador Egitto Emirati Arabi Energie alternative Escort Europa Fidel Castro Filippine Finmeccanica Francia Gas Gasparri Gelmini Geopolitica - Politologia - Storia - Cultura Germania Ghana Gheddafi Giamaica Giappone Gramsci Grecia Guatemala Guerra Guinea Bissau H1N1 Haiti Hamas Honduras India Indonesia Inghilterra Inguscezia Iran Iraq Irlanda Irlanda del nord Islanda Israele Italia Karadzic Kazakistan Kenya Kim Il sung Kirghizistan Kosovo Kyoto Lavoro Lega Nord Lettonia Libano Libia Madagascar Mafia Mediaset Medioriente Medveded Messico Moldova Mossad Musica Narcotraffico Nepal Nicaragua Niger Nigeria Nord America Nucleare Nuova Zelanda Odifreddi Olanda Ossezia del sud Paesi Baltici Pakistan Palestina Panama Paramilitari PdL Perù Petrolio Politica Polonia Portogallo Puglia Putin Razzismo Redazionale Regno Unito Rep.Ceca Romania Russia Sacra Corona Unita Salute San Marino Scienze e tecnologie Scuola e Università Senegal Serbia Sicilia Siria Slovenia Soda caustica Somalia Spagna Spionaggio Sri Lanka Stati Uniti Strategie Sud Africa Sud America Sud-est Asia Sudan Svezia Svizzera Taiwan Thailandia Transnistria Tremonti Tunisia Turchia Ucraina UE Uganda Ungheria Uruguay Vaticano Venezuela Video Vietnam Wall Street Yemen Zapatero Zimbabwe

FeedBurner FeedCount

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. L'autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei siti "linkati” né dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di avvisare via e-mail per la loro immediata rimozione.

Gli autori