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giovedì 9 luglio 2009

Obama si arrocca sulla scacchiera russa


Sono passati venti anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda tra Stati Uniti e quella che fu l'Unione Sovietica. Due decenni durante i quali le generazioni al potere a Washington come a Mosca non sono riuscite a scrollarsi definitivamente di dosso la polvere di quelle macerie.

Il mondo, fino a quel momento congelato nei suoi assetti geopolitici, ha assistito attonito al suo molto spesso drammatico rimodellamento. Il vincitore ha iniziato a percepire la neonata Federazione Russa come una terra di conquista che mai avrebbe potuto e dovuto tornare a contare nel mondo.

Nonostante le promesse che il braccio armato dell'Occidente mai si sarebbe spinto a ridosso dei confini russi, la Nato prese ad allargarsi proprio ad Est, in quei paesi già coperti dall'ombrello comunista. Un'espansione costante diretta anche verso territori che Mosca ha sempre considerato di propria esclusiva influenza come Ucraina e Georgia, dove il terreno era stato preparato dalle non molto spontanee rivoluzioni arancioni.

Dopo aver appoggiato la politica eltsiniana di smembramento e vendita dell'ex impero sovietico, la leadership americana ha lasciato (senza alzare troppo la voce) che i carri armati di Mosca radessero al suolo una Cecenia desiderosa di indipendenza e, soprattutto, ha tentato in ogni modo di sottrarre alla Russia il bene più prezioso: il tesoro energetico.

Il tutto mentre l'ex presidente americano Bush rispondeva con un grazie pronunciato a denti stretti alla proposta di aiuto lanciata dal Cremlino dopo gli attacchi dell'11 settembre e metteva al primo posto della sua agenda il dispiegamento di uno scudo antimissile nelle ex alleate russe Polonia e Repubblica Ceca.

Questo atteggiamento da vincitore poco lungimirante ha fatto scendere e di molto la fiducia che soprattutto il popolo russo aveva riposto negli Stati Uniti dopo la caduta dell'Urss. E di conseguenza ha fatto tornare a livelli di sovietica memoria l'antiamericanismo russo oggi anche depurato da ogni riferimento ideologico.

Se il presidente Obama è veramente intenzionato a costruire con Mosca un saldo e paritetico legame strategico, dovrà prima di tutto ridisegnare agli occhi dei russi un'immagine del suo paese diversa da quella proposta dai precedenti inquilini della Casa Bianca. Dovrà riaccendere la fiducia dei russi verso il grande ex-nemico dal quale i più erano stati ben contenti di essere stati sconfitti.

Obama dovrà iniziare a percepire la Federazione Russa come una potenza la cui influenza e interessi non si fermano ai suoi confini. Un paese che non è stato abbandonato da tutti gli Stati che lo circondano e con i quali possiede legami e rapporti molto profondi.Il leader americano dovrà curare le ferite che i suoi predecessori hanno inflitto ad un paese e ad un popolo che per estensione e posizione geografica, storia e passione si è sempre considerato un impero. Dovrà farsi conoscere meglio se, come riportato da un recente sondaggio realizzato dal Vtsiom, solo il 5% degli intervistati sa della sua propensione amichevole verso la Russia e ben il 36% lo considera con indifferenza.

Per tornare a contare oltre cortina Obama dovrà anche diluire il terrore da accerchiamento che i russi provano ogni qualvolta un esercito avversario si approssima ai confini della Federazione. Dovrà dunque bloccare i blindati dell'Alleanza Atlantica che spingono per entrare a Tbilisi e a Kiev. E limitare i bruschi movimenti di leader come quello georgiano, sicuro dell'appoggio militare a stelle e strisce in una non molto lontana nuova guerra contro Mosca.

Dopo le parole di Obama a difesa dell'integrità territoriale della Georgia e del pieno appoggio americano al paese ex-sovietico, il presidente Saakashvili ne è sempre più convinto: “sapremo integrarci nel mondo occidentale e in Europa”, ha esultato il presidente caucasico, aggiungendo che “la Georgia diventerà forte” e che insieme ai nuovi amici sarà “in grado di liberare il paese da chi lo occupa.”

Ma davvero Saakashivili pensa che gli alleati atlantici vorranno combattere per riunire l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud a Tbilisi? Uomo di Bush, il presidente georgiano potrebbe invece non rientrare nei piani obamiani per il Caucaso. E siamo sicuri che la sua testa non sia stata oggetto di trattativa tra le leadership russa e americana?

Siamo sicuri, infine, che non abbia ragione il noto analista russo Vitalij Tretjakov a suggerire al presidente americano di proporre al collega Medvedev una trionfale entrata della Russia nella Nato? In questo modo Mosca sarebbe integrata e molto nel sistema occidentale. I suoi timori legati al problema della sicurezza nazionale sarebbero in parte risolti. L'ostacolo dello scudo antimissile cadrebbe da solo, con Saakashvili e il dossier ucraino cancellati con un tratto di penna. E poi la Nato arriverebbe fino al Pacifico, ai confini con il vero antagonista di Washington (e del Cremlino): Pechino.

Ma la proposta/provocazione dell'esperto giornalista moscovita resta relegata ad idea fantageopolitica. Mentre tanto fantastici non sono i legami economici tra Russia e Stati Uniti. A descriverli nel dettaglio un articolo molto accurato della Deutsche Bank Research (pdf) che nel loro miglioramento intravede una concreta possibilità di sviluppo delle relazioni politiche tra i due paesi..
di Mauro De Bonis

Iran: "La sindrome persiana colpirà ancora...Forse in modo decisivo"


Da dove sia partito l'ordine è difficile dire. A volte, quando i passaggi della storia sono stati preparati in modo meticoloso, e per tempo, non è nemmeno necessario che un ordine specifico e perentorio venga dato. Le forze in campo si sono a tal punto concatenate, interessi trasversali e potenti sono così dilagati, che gli avvenimenti sembrano quasi procedere da soli, in modo inarrestabile ed ineluttabile.
In Iran esiste una questione sociale. Il paese è giovanissimo (la stragrande maggioranza della popolazione è sotto i 30 anni). La quasi decennale guerra con l'Iraq, negli anni '80, che ha provocato milioni di morti, ha falcidiato la generazione che oggi sarebbe dei 40-50enni. La cultura è elevata e diffusa presso tutte le classi sociali, ma gli stilemi occidentali, quelli che potremmo chiamare "modernizzazione", appartengono solo ad alcune minoranze. Il grosso del paese è tradizionalista.
Teheran, dove vive oltre il 10% della popolazione iraniana complessiva, ne è un chiaro esempio. La borghesia commerciale e industriale (soprattutto legata al settore petrolifero), i professionisti laureati, la massa degli studenti universitari (in cui il numero delle femmine supera ormai quello dei maschi), hanno istanze civili, sociali, economiche, che vengono quasi ignorate nelle province rurali lontane dai centri urbani.
Così, se per i benestanti abitanti dei quartieri di Teheran nord, o nelle fasce borghesi medio-alte delle grandi città industriali come Isfahan, le richieste sono di più libertà e più diritti civili, per il resto del paese i problemi più stringenti ed attuali sono legati all' altissima inflazione ed alla disoccupazione.
Queste contrapposizioni si riflettono sulla classe dirigente che appare divisa come non mai dalla rivoluzione khomeinista ad oggi. In Iran è in corso un vero e proprio scontro di potere.
Attualmente al comando è il gruppo dirigente che in Occidente viene definito comunemente conservatore se non ultra-conservatore, con la Guida Suprema spirituale Ali Khamenei ed il presidente Mahmud Ahmadinejad. Nella Repubblica Islamica dell'Iran esiste una forte compenetrazione tra potere religioso e politico, benché formalmente distinto, almeno dalla svolta in senso teocratico voluta dal padre spirituale della rivoluzione, Ruhollah Khomeini, che ritagliò per se stesso il ruolo di Guida Suprema e determinò l'esilio del primo presidente laico post-rivoluzionario, il socialista Bani Sadr. Da quel momento i presidenti che si succederanno al potere saranno tutti religiosi (Khamenei - poi successore di Khomeini come Guida Suprema, Rafsanjani, Khatami), almeno fino al 2005 quando torna sulla poltrona dell'esecutivo un laico, benché con un profilo marcatamente spirituale (in seguito si vedrà meglio in che senso), ovvero Mahmud Ahmadinejad (1)
.
Il primo mandato di Ahmadinejad ha avuto la caratteristica di un parziale ritorno al primato della politica nella guida dello stato, appoggiandosi su quelle potenti componenti del sistema di sicurezza da cui lo stesso Ahmadinejad proviene. E così l'esercito, ma soprattutto i Guardiani della rivoluzione (Pasdaran) ovvero la milizia militare che ha sorretto il paese durante la guerra con l'Iraq, e il famigerato Basij, la milizia civile volontaria, sono diventati ancor più la spina dorsale della nazione. Queste strutture hanno autonome articolazioni amministrative e addirittura finanziarie. Sono pezzi di stato sempre più influenti e potenti che sono riusciti a portare un loro uomo alla presidenza a scapito del potere del clero.
L'autentica eminenza grigia di questa parte di società che vede il proprio potere corroso è Hashemi Rafsanjani, l'uomo più ricco del paese (settore immobiliare e commercio agroalimentare - in particolare pistacchi di cui l'Iran è grande esportatore), stretto collaboratore fin dalla nascita della Repubblica Islamica di Khomeini, di cui era stato discepolo alla Scuola teologica nella città santa di Qom, ha ricoperto per due mandati la carica di presidente (1989-1997) ed è attualmente a capo del Consiglio degli Esperti, un consiglio teologico di saggi col compito di risolvere conflitti istituzionali, nominare la Guida Suprema ed eventualmente ordinarne la destituzione.
Rafsanjani è dunque la naturale espressione del clero moderato che vuole tornare ad essere determinante nella conduzione dello stato e di quelle fasce sociali produttive, della borghesia commerciale e degli studenti che hanno animato le proteste delle ultime settimane.
Ma, benché potente, Rafsanjani è per lo più inviso al resto del popolo. Durante la sua presidenza sono circolate molte voci su una gestione opaca, se non addirittura corrotta, del potere, al punto che alla fine degli anni '90 faticò non poco a farsi rieleggere al Parlamento e nel 2005 è stato battuto alle presidenziali da Ahmadinejad. Rafsanjani si sta quindi muovendo dietro le quinte ed ha appoggiato il candidato moderato Mir Hossein Mussavi alle ultime elezioni.
Il programma politico di Mussavi risponde perfettamente alle richieste dell'elettorato di riferimento di Rafsanjani. Maggiori diritti civili, in particolare per le donne (la moglie di Mussavi, personaggio di primo piano durante la campagna elettorale, è una fervente sostenitrice delle rivendicazioni femministe); liberismo in economia con la previsione di massicce privatizzazioni, in particolare nel settore petrolifero, potenzialmente il più lucroso; attenuazione dei conflitti con la comunità internazionale così da superare gli embarghi economici e finanziari che ancora stringono l'Iran, per far tornare il paese un attore di primo piano nel commercio internazionale attirando gli investimenti stranieri, in particolare occidentali.
Il profilo di Ahmadinejad non potrebbe essere più distante. Apprezzato per uno stile di vita sobrio e modesto, che contrasta in maniera stridente con le accuse di corruzione al clero moderato, è fautore di una economia social-statalista che guarda alle masse popolari come destinatarie di aiuti pubblici con una politica di crediti a basso costo e sovvenzioni all'agricoltura. Ahmadinejad ha il suo elettorato di riferimento tra le masse rurali e quelle operaie, specie nei settori del petrolio e della chimica contrari alla privatizzazione delle imprese pubbliche. E del clero più legato alla concezione di una comunità (Umma) coesa, solidale e tradizionale.
Per quanto riguarda poi la collocazione geopolitica del paese, Ahmadinejad punta a far diventare l'Iran la potenza regionale di riferimento e un protagonista assoluto sullo scacchiere mondiale. Con una politica di influenza emergente in Iraq, Libano, Palestina, facendosi porta bandiera di un revanscismo islamico e terzomondista contro gli interessi occidentali e sionisti, Teheran sta minacciando il ruolo strategico delle monarchie arabo-sunnite del Golfo (Arabia Saudita in testa), dei cosiddetti "regimi moderati" come l'Egitto, ed è ormai l'unico vero nemico di Israele nella regione (tenuto conto che la Siria sta mostrando, almeno diplomaticamente, un profilo molto più basso e prudente).
Ma l'Iran è anche uno snodo fondamentale per l'acquisizione delle risorse energetiche in Asia centrale. Ahmadinejad guarda decisamente verso oriente, sia puntando a stringere accordi strategici con i confinanti Afghanistan e Pakistan per la costruzione di gasdotti, sia mirando a far entrare il paese a pieno titolo nella SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shangai) insieme a Russia e Cina. In particolare per Pechino, Teheran sarebbe l'alleato e partner ideale, potendo fornire gas e petrolio in cambio di manifattura, tecnologie, infrastrutture. L'alleanza politica, militare, economica, ed in prospettiva finanziaria, tra Cina, Iran e Russia, potrebbe saldare un blocco in grado di scalzare il dominio imperiale nordamericano.
Ma questa visione ha aperto crepe anche all'interno della leadership conservatrice iraniana. Alle ultime presidenziali Ahmadinejad si è dovuto scontrare anche con un candidato che fa riferimento al suo stesso blocco sociale e di potere, quel Mohsen Rezai già a lungo capo dei Pasdaran. Rezai critica duramente l'avventurismo del presidente in politica estera e preferirebbe un ruolo da "terra di mezzo" per il paese, aprendo alle offerte dell'Amministrazione Obama per attuare una politica di interesse nazionale su più fronti che sfrutti al massimo la congiuntura e le condizioni favorevoli. Di questa componente fanno parte altri esponenti di spicco dell'establishment, come il presidente del Parlamento Ali Larijani, ex mediatore con l'occidente sul nucleare.

Tutte queste dinamiche e pulsioni sembrano essere venute in collisione simultaneamente in occasione del voto del 12 giugno. Allo stato è impossibile avere certezze circa l'elemento scatenante questa crisi, ovvero l'accusa del candidato sconfitto e dell'opposizione al presidente confermato di avere rubato le elezioni con massicci brogli. Se probabilmente chiarezza non potrà mai essere fatta, alcune circostanze possono comunque essere sottolineate:
il voto, ufficialmente, ha avuto un risultato schiacciante con una differenza di trenta punti percentuali tra Ahmadinejad e Mussavi, corrispondenti ad oltre 10 milioni di schede. Se broglio c'è stato deve essere stato di dimensioni plateali e diffuso in tutto il paese essendo necessario che almeno un voto su quattro fosse manipolato. Ma le irregolarità rilevate non sono apparse così sostanziali da ribaltare il risultato finale;
alla vigilia nessun commentatore e analista pensava possibile una vittoria di Mussavi al primo turno. Vero è che negli ultimi giorni di campagna elettorale lo sfidante era sembrato guadagnare terreno con una mobilitazione crescente dei suoi sostenitori accompagnata da una sorta di fervore montante dell' "onda verde". Tuttavia il fenomeno era soprattutto legato alla capitale, e in ogni caso l'appoggio popolare ad Ahmadinejad nella stessa Teheran (di cui, è bene ricordare, il presidente è stato sindaco) non è mai venuto meno, anche visibilmente, con raduni e comizi oceanici;
un'agenzia di sondaggi americana, a tre settimane dal voto, ha effettuato in Iran delle rilevazioni demoscopiche indipendenti certificando che a quel momento il vantaggio di Ahmadinejad su Mussavi era effettivamente ampio, con un rapporto di 2 a 1, poi confermato dalle urne. I dati e l'analisi sociologica sulle intenzioni di voto rendono impraticabile l'ipotesi che Mussavi possa aver ribaltato in pochi giorni un orientamento così consolidato (2)
;
il concatenarsi degli avvenimenti fa supporre una sorta di regia con intenti destabilizzatori in piedi già da tempo col chiaro intento di utilizzare le elezioni e i presunti brogli come pretesto, e in cui tutte le parti in causa, consapevoli o meno, hanno giocato un loro preciso ruolo. A due settimane dal voto l'attentato terroristico in una moschea nella regione del Balucistan (venti morti) ha inquinato la campagna elettorale nella più classica metodologia delle strategie della tensione, facendo venire alla ribalta contrapposizioni etnico-religiose tra sciiti e minoranza sunnita;
lo scontro tra i candidati è stato insolitamente duro e con un forte impatto mediatico. Per la prima volta sono andati in onda confronti televisivi diretti, in particolare quello tra Ahmadinejad e Mussavi ha impressionato il pubblico. Ahmadinejad è stato particolarmente duro e sprezzante, accusando l'avversario di mollezza, una sorta di burattino manovrato dalla consorte, e di essere il protetto di Rafsanjani, appellato senza mezzi termini come un corrotto. L'effetto è stato devastante, in un duplice senso: provocando e scandalizzando l'elettorato moderato, galvanizzando il proprio;
da quel momento la campagna elettorale si è incendiata, trasferendosi anche nelle piazze, in una sorta di polarizzazione tra fazioni contrapposte. Nelle assemblee dell'opposizione, specie nelle università, sono cominciate a circolare le parole d'ordine contro il "tiranno" Ahmadinejad e le voci che il regime stesse preparando dei brogli;
la notte del voto la situazione è cominciata a precipitare. Mussavi, a scrutinio ancora in corso, dichiarava (pare avendo avuto indicazioni ufficiose in tal senso dal ministero dell'Interno) di essere il vincitore con oltre il 60% dei voti. La commissione elettorale veniva quasi costretta a rilasciare un comunicato in cui, quando si era ancora a metà dello spoglio, risultava essere Ahmadinejad in vantaggio con quella ampia percentuale;
come rivelato da Thierry Meyssan, giornalista investigativo francese che risiede a Beirut ed in stretto contatto con l'intelligence di Hezbollah, i telefoni cellulari dei sostenitori di Mussavi (soprattutto dei giovani di Teheran) erano tempestati di sms che sostenevano essere in corso pesanti brogli, voci subito rilanciate e confermate sui blog dell'opposizione e sui social networks (3)
;
gruppi di facinorosi, a notte fonda, invadevano le strade di alcuni quartieri della capitale, incendiando cassonetti e rompendo le vetrine di negozi e banche;
nei giorni successivi, dopo le prime manifestazioni popolari e gli incidenti (il più grave dei quali è avvenuto ai margini di un corteo, quando un gruppo di manifestanti ha cercato di assaltare una stazione di polizia, incendiandola, con la reazione degli agenti che hanno sparato sulla folla), né Ahmadinejad né Khamenei hanno cercato di stemperare gli animi e trovare una mediazione. Al contrario il presidente si è mostrato ancora sprezzante, accendendo ulteriormente gli animi, paragonando le manifestazioni e gli scontri a tafferugli da dopo partita provocati da ultras scontenti del risultato.

Fin dal 2002, sulle pagine di Clarissa.it, ragionando in termini geopolitici si era pronosticato che la strategia imperiale anglosassone avrebbe portato inevitabilmente ad un confronto con l'Iran. Rimaneva da verificare con quali modalità, se diplomatiche o offensive, e con quale intensità. I successivi avvenimenti, nel corso di questi anni, sembrano confermare quelle analisi e preoccupazioni.
L'Iran è una terra fondamentale per il controllo dell'Heartland e quindi dell'Eurasia. Oltre che per le ricchezze di quel territorio, rimane lo snodo cruciale per la gestione del Medio Oriente, dell'Asia centrale, e del bacino del Mar Caspio. Mettere sotto tutela l'Iran, direttamente o indirettamente, o quanto meno fare in modo che nessuna altra potenza possa farlo, risulta determinante. L'antica Persia è una terra fulcro del pianeta sulla cui supremazia ogni forma di dominio imperiale non può prescindere.
La storia contemporanea dell'Iran dimostra, infatti, come il colonialismo britannico prima, e l'imperialismo nordamericano poi, abbiano sempre costantemente cercato questo controllo, scontrandosi ripetutamente con la volontà di autodeterminazione di quelle popolazioni. Il colpo di stato del '53, con cui si stroncò il tentativo nazional-progressivo di Mossadeq, portò al regime dello Shah Palevi che per quasi un trentennio tentò la modernizzazione, o meglio la occidentalizzazione dell'Iran, senza tuttavia scalfirne in profondità i caratteri più tradizionali, culturali e politici.
La grande rivoluzione di popolo che cacciò Reza Palevi avrebbe potuto avere di nuovo caratteri progressisti del tutto originali e peculiari, sia in senso politico che spirituale, ma, anche a causa della pressione di forze esterne, fu presto declinata in un senso teocratico piuttosto regressivo.
Tuttavia la vitalità della Persia, quasi che il suo popolo avesse una indomabile anima nascosta, continua a cercare, convulsamente, in perenne scontro con quelle forze esterne, subdole o apertamente minacciose, una sua strada.
Il destino dell'Iran incrocia ora quello del mondo. Dalla fine della guerra fredda gli architetti del pianeta stanno gettando le basi di un nuovo ordine mondiale. Da quel momento una nuova strategia di dominio si è sviluppata in maniera sistematica per confrontarsi da posizioni di forza con la nascente area geografica con cui si dovrà fare i conti in questo secolo: l'Asia.
Fin dalla prima guerra del Golfo, alle guerre nei Balcani, alla strategia delle "rivoluzioni colorate" (come si può considerare anche, ante litteram, la presa del potere di Eltsin in Russia), al post 11 settembre con le invasioni di Afghanistan ed Iraq e la destabilizzazione del Pakistan, tutta la fascia eurasiatica dall'Europa orientale all'Asia centrale, attraverso il Medio Oriente, è entrata in fibrillazione. L'anello mancante è l'Iran, ora il cerchio si deve chiudere.
Negli ultimi anni sono apparse opzioni diverse in seno alle Amministrazioni americane su come chiudere il dossier Iran. Una fazione nazional-militare, temendo in prospettiva come maggiore il pericolo del risorgente nazionalismo russo, ha spinto, e forse sta continuando a farlo, per una transizione pacifica dell'Iran nel campo occidentale, o quanto meno che non sia in maniera integrata in quello orientale. A questo si contrappone la visione neo-con e filo-sionista, che ha forze preponderanti anche all'interno del partito democratico, che fedele alla strategia originaria cerca una soluzione di forza definitiva, se non addirittura un annichilimento dell'Iran quale entità nazionale e di popolo.
Gli ultimi fatti, purtroppo, sembrano andare in questa direzione.
Appare probabile che nella crisi di Teheran ci sia la longa manus di potenze straniere. Non è un caso che il governo denunci infiltrazioni di agenti provocatori dopo che questi sono stati addestrati nel confinante Iraq, sia dai britannici nel sud sciita, che nel Kurdistan iracheno dove da anni sono arrivati i consiglieri militari israeliani e sui cui territori agisce l'organizzazione esule iraniana dei Mujaheddin del Popolo, considerata da Washington terrorista o guerrigliera a seconda delle necessità. Oppure che nel paese persiano sia arrivato il terrorismo politico ed etnico attraverso le frontiere di Afghanistan e Pakistan. Al Qaeda mette le bombe anche in Iran.

Vittima illustre delle sommosse di Teheran è stata l'unità nazionale del paese, indispensabile quando si devono affrontare momenti epocali come l'attuale. Soprattutto tra riformisti e conservatori, ma anche all'interno dello stesso campo conservatore. È improbabile che le manifestazioni avessero lo scopo di attuare subito un "regime change", quanto piuttosto l'intento di creare le condizioni fertili per il futuro: si è ottenuta da un lato la rottura della pace sociale interna al paese, dall'altro un ampio risultato mediatico/psicologico soprattutto a livello internazionale. Non è un caso che le manifestazioni e l'uso di internet si rivolgessero più che altro alle opinioni pubbliche occidentali (europee ed americane), come testimoniato dagli slogan in inglese ("where is my vote?") e dal massiccio tam tam della comunicazione che, quasi senza filtro (o forse con un filtro accuratissimo), veniva riversato dalla rete direttamente nei telegiornali occidentali contro un impatto poco rivelante presso il popolo iraniano.
Altra vittima illustre la possibilità di dialogo tra occidente e leadership iraniana sul nucleare. Benché nella loro ambiguità, le aperture di Obama corrispondevano ad istanze concrete dentro la sua amministrazione. È preoccupante che l'attuale leadership iraniana non sembri rendersi conto della gravità del pericolo. Piuttosto che verso una radicalizzazione dello scontro sarebbe stato necessario spuntare le armi del nemico e le sue manovre. Al contrario, Ahmadinejad ed il suo blocco di potere militarista sembrano intenzionati a tagliare tutti i ponti con l'occidente, anche con quelle parti con cui si potrebbe instaurare un dialogo.
Con le ripetute fughe in avanti volte a spezzare il filo della diplomazia, il continuo prestare il fianco a strumentalizzazioni su antisemitismo e negazione della Shoah, il presidente Ahmadinejad sembra essere davvero l'uomo giusto al posto giusto per i radicalismi delle due parti, che fanno di tutto per giungere allo scontro.
Possono esistere altre motivazioni oltre quelle politiche e sociali interne o di una visione nazionalistica e di ruolo regionale del paese? Quando quattro anni fa giunse alla presidenza, si indicò Ahmadinejad come il rappresentate politico di una antica società segreta esoterica che aveva egemonizzato le forze armate ed i Pasdaran, la Hojjattieh. Questa organizzazione ha lo scopo ultimo di preparare l'avvento del Mahdi (l'Atteso) che dovrà ristabilire l'ordine e la giustizia attraverso il Giudizio divino. Una visione escatologica che ritrova omologhi nella tradizione ebraica e cristiana con l'Armageddon ed il Giudizio universale.
Nelle tradizioni di tutte queste religioni, alla Rivelazione finale si giungerà attraverso prove apocalittiche, da fine del mondo. Se Ahmadinejad ha fatto spesso riferimento, anche nei suoi discorsi pubblici, a queste prove finali, altrettanto è possibile riscontrare queste pulsioni presso ambienti di potere in Israele che vorrebbero la creazione di un Grande Israele che fosse specchio della Gerusalemme Celeste, ma anche nelle Chiese Evangeliche americane che non poco hanno contribuito alla ideologia del neoconservatorismo nelle amministrazioni di George W. Bush.
Se anche queste forze sono, come pare, attivamente in campo, allora il treno in corsa verso lo scontro finale sembra difficilmente arrestabile. La sindrome persiana che vuole impedire a questo popolo una volontà autentica di autodeterminazione colpirà ancora. Forse in modo decisivo.

di Simone Santini

Link: http://clarissa.it/editoriale_int.php?id=269&tema=Divulgazione
(1)
Per un sintetico approfondimento del modello rivoluzionario iraniano si può fare riferimento a L'esperienza della rivoluzione iraniana di Gian Carlo Caprino, http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1189

(2) L'analisi, pubblicata sul Washington Post, può essere letta, tra le altre, su questa pagina: Il popolo iraniano parla ,http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkuVEFyyVkVcxoCcde.shtml

(3) La CIA e il laboratorio iraniano , Thierry Meyssan - VoltaireNet 20 giugno 2009.http://www.voltairenet.org/article160687.html


mercoledì 8 luglio 2009

Uyghuristan, l'immensa e complessa periferia cinese


Qualunque sia stata la loro causa scatenante, le violenze a Urumqi ci parlano delle difficoltà cinesi a gestire l'immensa periferia dell'impero. Non è tanto un problema di nazionalismo così come lo intendiamo noi: quella parte di mondo non ha una storia si Stato-Nazione e le identità si sono formate e mescolate sulla via della Seta per due millenni. E' buon gioco degli occidentali sventolare il concetto di "nazione" per la Cina di frontiera, riportando a categorie nostre. Così è per il Tibet, così è anche per lo Xinjiang. Ma, fatto nuovo, il tema nazionale è diventato un cavallo di battaglia anche delle autorità cinesi, alla ricerca di un'ideologia per colmare il vuoto lasciato dal maoismo. Così come il comunismo fu la risposta più "efficiente", importata da Occidente, per dare un collante alla modernizzazione necessaria, oggi il nazionalismo han, con qualche spruzzo di Confucio e molta economia del benessere, vorrebbe svolgere lo stesso ruolo. Ma è lo stesso governo ad accorgersi degli eccessi di certi nazionalisti han - ne sono pieni i blog e i forum online - e svolge un'azione moderatrice: tutti siamo Cina, nelle sue molteplici sfaccettature e facce (nel senso di tipi etnici). Un mio amico uyghuro, colto, di mentalità scientifica ma profondamente musulmano, mi parla della possibilità di un nuovo impero basato sulla biodiversità: il suo modello è quello di Alessandro il Grande. Cosa significa oggi? Significa una Cina che preservi la propria diversità dall'Occidente (per esempio non assimilando pedissequamente lo stesso concetto di democrazia) ma che, al suo interno, sappia tutelare lo stesso grado di di biodiversità tra i popoli che la compongono. Il che significa difesa delle specificità etniche, pari opportunità per tutti i "cinesi", crescita economica armoniosa. Purtroppo la realtà materiale non corrisponde ai sogni del mio amico. Gli han sono il 96% della popolazione cinese, gli altri rischiano di essere marginali. La sua etnia è penalizzata in tutta la Cina e a Shanghai, così come a Pechino, gli uyghuri sono spesso accusati delle peggiori malefatte: scippatori e stupratori. I giovani uyghuri che studiano e lavorano nel resto della Cina si sentono chiedere ovunque se sono lì "a vendere barbecue" (la carne di agnello alla griglia è la specialità del luogo), più o meno come un nostro immigrato nordafricano potrebbe sentirsi chiedere a Milano se è lì per commerciare cammelli. Non solo. I giovani scontano un ritardo culturale dovuto alle difficoltà linguistiche. La lingua uyghura è fonetica, i giovani si spaccano la testa sui caratteri cinesi per poi spesso tornare a casa e non avere nessuno con cui parlare. Il piccolo Sadiq o Eimer o Utuq non può spesso comunicare con il nonno, che parla solo uyghuro.

E così il gap culturale rafforza la discriminazione nell'immaginario collettivo. Il progetto "go west" lanciato da Pechino nel 2000 dovrebbe colmare questi ritardi, con investimenti e invio di tecnici specializzati e insegnanti nel Far West cinese. Purtroppo, si è tradotto anche nella pacifica invasione han dello Xinjiang. Per molti versi è un processo inevitabile. L'ex Turkestan Orientale è la più grande regione della Cina (circa come cinque Italie e mezza) e ha solo venti milioni di abitanti. Le province orientali sono invece congestionate. Milioni di han si sono riversati a occidente, aprendo attività commerciali, trasformando le città, imponendo "di fatto" le proprie usanze. Oggi, nello Xiniang, gli han sono numerosi quasi quanto gli uyghuri e Urumqi è già una città a maggioranza han. Così i giovani uyghuri vivono l'umiliazione di essere "non all'altezza" in casa propria e discriminati quando, da cittadini cinesi, vanno altrove. Da qui la facile presa, in alcuni casi, del fondamentalismo islamico. L'autunno scorso, un post pubblicato su un blog cinese ha avuto un successo clamoroso. Raccontava di uno Xinjiang discriminato, svuotato e spossessato delle sue risorse naturali (petrolio e minerali vari), senza nessuna forma di risarcimento. Lo Xinjiang ha sempre fatto parte dell'universo cinese, inteso come una civiltà e un'organizzazione amministrativa che si è espansa lungo la via della Seta. Ma è anche in parte Asia centrale, etnicamente e culturalmente. Qui si gioca una partita chiave per le autorità cinesi e il nuovo corso della "società armoniosa". La versione ufficiale parla già di un complotto orchestrato dall'esterno, nella fattispecie da Rabiya Kadeer, l'ex imprenditrice ora esule in America che sta allo Xinjiang come il Dalai Lama sta al Tibet. Ma questo è il gioco delle parti: da adesso bisognerà saper leggere tra le righe delle future politiche di Pechino verso il suo Far West.

Fonte: Peacereporter

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/16549/Uyghuristan,+la+difficile+periferia

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