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lunedì 23 novembre 2009

Pisa, cade aereo militare, nessun superstite tra i 5 a bordo


PISA - Un aereo militare C130 è caduto nei pressi dell'aeroporto Galileo Galilei di Pisa. A bordo c'erano cinque militari della 46esima Brigata dell'Aeronautica in volo di addestramento: due piloti e tre operatori di bordo: sono tutti morti. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha espresso al Ministro della Difesa Ignazio La Russa le sue condoglianze, affinché le estenda alle famiglie delle vittime.

I vigili del fuoco hanno ricevuto la chiamata di soccorso alle 14:10, subito dopo il decollo. L'aereo è precipitato dopo essersi rialzato dalla pista al termine di una manovra di addestramento chiamata "touch and go", che prevede un atterraggio e, di seguito senza sosta, una "riattaccata", cioè un nuovo innalzamento in volo, ha spiegato l'Aeronautica militare. Dopo essersi rialzato da terra, l'aereo ha fatto una virata, poi si è inclinato sulla destra ed è precipitato. "E' ancora presto - ha detto Giorgio Mattia, responsabile comunicazione della 46esima Brigata Aerea - per ipotizzare qualsiasi causa". L'impatto è avvenuto immediatamente fuori la zona aeroportuale, in località Le Rene, vicino a Coltan, sulla linea ferroviaria Pisa-Collesalvetti-Cecina, una tratta secondaria: prima di precipitare, il velivolo ha urtato e strappato alcuni fili dell'alta tensione. L'incidente ha anche causato problemi alla circolazione dei treni. Due elicotteri dei carabinieri hanno sorvolato a bassa quota la zona campestre tra Coltano e l'aeroporto militare in cerca del disperso che è stato trovato distante dalle altre vittime. I resti dell'aereo erano sparsi in un raggio di circa 150 metri. L'aereo è esploso in vari pezzi, i vigili del fuoco hanno trovato sostanzialmente intatti un troncone della coda e la cabina di pilotaggio, con i piloti legati al loro posto.

Le testimonianze. Il C130 è stato visto da alcune persone prima avvitarsi, poi precipitare e prendere fuoco. Il titolare di un ristorante vicino ha invece detto di aver notato "un principio di incendio sul C130 poco dopo il decollo". Secondo altri testimoni, persone che vivono nei pressi dell'aeroporto e stavano scrivendo su un forum dedicato all'aviazione proprio durante l'incidente: "C'era un A319 della EasyJet che faceva il giro largo per atterrare sulla pista 23, proprio mentre il C130 cercava di tirare su il muso per poi virare verso destra, toccando l'ala per terra e in un attimo schiantandosi in una palla di fuoco, colpendo anche la ferrovia". E continua un altro testimone: "Stava arrivando un treno da Livorno in direzione Pisa che ha frenato in emergenza, riuscendo a fermarsi prima del punto d'impatto dell'aereo". L'Aeronautica Militare nominerà una commissione d'inchiesta per accertare le cause dell'incidente.

Problemi all'aeroporto. E' stato riaperto intorno alle 16:45 il traffico aereo civile da e per l'aeroporto Galileo Galilei di Pisa. Lo rende noto l'ufficio stampa della Sat. Il traffico era stato chiuso nell'immediatezza dell'incidente aereo per consentire agli elicotteri delle forze dell'ordine di sorvolare l'area interessata senza il disturbo del traffico civile. I due elicotteri di polizia e carabinieri che per ore avevano sorvolato a bassa quota la zona per cercare il corpo del disperso. Sono stati cancellati quattro i voli in partenza.

Circolazione treni a singhiozzo. Ferrovie dello Stato ha informato che la circolazione tra le stazioni di Pisa e Livorno, è al momento problematica, dopo essere stata del tutto sospesa per circa un'ora dalle 14.05 alle 15:05. Al momento tutti i treni a lunga e media percorrenza della linea Tirrenica Roma-Genova transitano e fanno servizio nella stazione di Pisa S. Rossore. Da lì i viaggiatori possono raggiungere Pisa Centrale utilizzando i treni del trasporto metropolitano.

Il Lockheed C130 Hercules. E' un aereo da trasporto militare quadrimotore, utilizzato prevalentemente per trasporto o aviolancio di truppe e materiali in forza all'USAF e alle aeronautiche militari di mezzo mondo, fra cui l'Aeronautica Militare Italiana che ne he in servizio 22 esemplari dal 2000, 12 nella versione standard e 10 in quella allungata. Con i C130 vengono effettuati anche i trasporti di organi per trapianti e di persone in imminente pericolo di vita, che molte volte devono essere caricate a bordo del velivolo con tutta l'ambulanza. "I velivoli a nostra disposizione sono 34, di cui 22 C-130J, quello precipitato oggi - ha spiegato il maggiore Giorgio Mattia -. Sono aerei sottoposti a scrupolose manutenzioni e dotati di impianti elettronici che inviano diagnosi continue alle nostre centrali. Ogni aereo viene smontato e rimontato ogni 438 giorni. Finora non c'erano mai stati problemi, così come non ve ne erano stati per la manovra di 'touch and go'".

Fonte: la Rpubblica.it

Come uscire dalla crisi


SPENDERE MEGLIO, NON MENO

di Giuseppe Pisauro 

È ricorrente l’idea che non sia difficile recuperare margini di manovra per la politica fiscale eliminando sprechi e spese improduttive, senza con ciò ridurre il volume dei servizi erogati. In realtà, i margini di intervento per una riduzione della spesa sono limitati. Per la spesa sociale si può perseguire un obiettivo di riequilibrio nel tempo, tenendo sotto controllo la dinamica delle pensioni per fare spazio a prestazioni rivolte a coprire rischi sociali diversi, per i quali rispetto ad altri paesi spendiamo molto meno: dalla disoccupazione, alla povertà e al sostegno ai non autosufficienti.
Lo spazio di intervento potenziale si riduce essenzialmente a quel 40 per cento della spesa pubblica costituito da retribuzioni e acquisti che finanzia la macchina amministrativa e i servizi pubblici. Si dovrebbe promuovere una grande riorganizzazione del settore pubblico partendo dalla sistematica comparazione dei singoli uffici (Asl, scuole, tribunali, commissariati di polizia e stazioni dei Carabinieri, comuni, università, eccetera) per far convergere i meno efficienti verso i migliori, in termini di costi e risultati. Ciò andrebbe fatto nella consapevolezza che da questi interventi potranno non derivare risparmi, ma una migliore qualità della spesa. Anche così non sarebbe affatto un risultato disprezzabile.

UN NUOVO CREDITO PER LE PMI

In campo finanziario la ripresa dell'Italia dipende in larga parte da fattori che non vengono decisi all'interno dei confini nazionali. Basti pensare alla politica monetaria della Bce e soprattutto all'accordo sulle nuove regole per il sistema finanziario mondiale. Le riforme in campo finanziario appaiono sempre più urgenti non solo per rendere altre crisi meno probabili, ma soprattutto per ristabilire il principio che anche le banche, come tutte le altre imprese, possono fallire. Altrimenti, si continueranno ad alimentare incentivi perversi ad assumere rischi finanziari che poi alla fine ricadono sui contribuenti. E questo naturalmente vale anche per l'Italia. Sul piano interno, bisogna pensare a misure che consentano di attenuare la stretta del credito sulle imprese e in particolare su quelle piccole e medie. Il governatore della Banca d'Italia ha proposto da qualche mese forme di cartolarizzazione (questa volta "dal volto umano"), con l'assistenza di qualche forma di garanzia da parte dello Stato. Si tratta di una soluzione molto interessante, anche dal punto di vista politico. Finora, non solo in Italia, sono state solo le banche a godere di garanzie pubbliche.

CENTO CATTEDRE PER LA RICERCA

Si finanzino cento cattedre di ricerca ogni anno per coloro che vogliono lavorare in Italia (stranieri o italiani) selezionati con un giudizio positivo dall'Erc, European Research Council, ma non finanziati dall'Unione Europea per mancanza di fondi. Ogni cattedra costa circa 0,4 milioni di euro; quindi sarebbe un intervento annuale di 40 milioni di euro, e a regime di 200 milioni di euro se si vogliono finanziare ogni anno cento cattedre per cinque anni.
Si potrebbero anche raddoppiare i fondi per il bando “Futuro in ricerca” per i giovani: attualmente sono solo 50 milioni di euro, ma le domande sono state oltre tremila. Se ci fossero fondi aggiuntivi, bene. Altrimenti si potrebbe attingere alla quota del 7 per cento di incentivo alla ricerca previsto dal Fondo ordinario per le università (Ffo), attualmente distribuiti con criteri molto opachi. Le regioni, invece che attribuire fondi su base clientelare o a pioggia, facciano lo stesso.

BANDA LARGHISSIMA E PIANO CAIO

Da marzo è stato consegnato al Governo il piano Caio sulla rete di telecomunicazioni di nuova generazione. Si tratta della banda "larghissima", 5-10 volte più veloce di quella attuale, che alcuni paesi stanno già installando fino alle abitazioni. Occorre far partire questa, che è la principale infrastruttura di cui il paese ha veramente bisogno.  E' un investimento consistente, da studiare dal punto di vista finanziario (nel piano Caio sono descritte alcune opzioni) ma con un importante ritorno per il paese, e molto più capace di creare posti di  lavoro delle altre "grandi opere" di cui si parla. Il piano Scajola è un inizio, ma una goccia nel mare: il vero rinnovo della rete costerebbe forse 20 volte quanto il governo mette sul piatto.  Non sono risorse che ci si può aspettare che il Governo possa spendere oggi, ma dire quale rete si vuole e cominciare a organizzare l'operazione sono passi fondamentali per non perdere altro tempo.

UN FUTURO SOSTENIBILE

Fare ripartire il paese per riprendere il corso precedente significa sprecare una grande opportunità. L'occasione da cogliere è quella di indirizzare lo sviluppo in una diversa direzione, più improntata alla sostenibilità. Importante è fare interventi di tipo strutturale.
Un intervento, in linea di principio neutrale rispetto al bilancio statale, è quello di detassare il lavoro e tassare maggiormente l'energia in base alle emissioni generate. Si dovrebbe rispolverare la proposta di carbon tax introdotta nella Legge finanziaria per il 1998 dall'allora ministro Ronchi. La proposta è in linea con quanto si va prospettando in Europa.
Un secondo tipo di intervento è di natura regolamentare per omogeneizzare il regime di autorizzazione e controlli legati alla diffusione delle energie rinnovabili e alle misure di efficienza energetica, al fine di favorire lo sviluppo di nuovi settori di attività economica che portano con sé occupazione e iniziativa imprenditoriale. Qui è importante migliorare i meccanismi di coordinamento e raccordo tra l’amministrazione centrale e quelle locali.
Infine, si tratta di disegnare opportuni incentivi alla ricerca e innovazione nel campo delle nuove tecnologie sulle fonti energetiche alternative e su quelle di risparmio ed efficienza energetica. Dovrebbero essere incentivi sia alla ricerca di base e applicata, sia di riorientamento delle abitudini di consumo energetico. 

LE PRIORITÀ PER FAMIGLIE E IMPRESE

L’indicazione principale è per politiche a favore di soggetti che non possono soddisfare la propria domanda di consumo o di investimento in quanto vincolati, per motivi di reddito o di liquidità. Sono invece sconsigliate misure generalizzate di riduzione fiscale, perché destinano risorse anche a soggetti che consumerebbero o investirebbero comunque, a prescindere dall’aiuto ricevuto. Sul fronte delle imprese sono prioritari: la restituzione dei crediti che le aziende vantano nei confronti delle amministrazioni pubbliche, che hanno come ricaduta l’allungamento dei termini di pagamento reciproco fra le imprese stesse, e il rafforzamento dei fondi di garanzia sul rischio di credito, in modo da ridurre l’esposizione a tale rischio da parte delle banche. Su fronte delle famiglie è prioritaria l’estensione degli ammortizzatori sociali ai lavoratori precari. Si può poi pensare a una riduzione del carico Irpef sui lavoratori a basso e medio reddito, ad esempio attraverso un aumento della detrazione per lavoro che possa essere trasformata in trasferimento positivo in caso di incapienza.

Link: laVoce.info

domenica 22 novembre 2009

Iran,la questione del buco


"Nulla di cui preoccuparsi [...] L'idea era di usarlo come un bunker sotto la montagna per proteggere le cose. E' un buco in una montagna". Con queste parole, in una intervista al New York Times, il direttore generale dell'AIEA Mohammed El Baradei ha giudicato i risultati delle ispezioni effettuate al sito nucleare iraniano di Qom che tanto allarme aveva destato in Occidente.
In una successiva intervista in esclusiva a La Repubblica (1), sempre El Baradei ha avuto modo di chiarire ed ampliare il concetto. Confermato che le ispezioni avevano dato esito negativo sulla pericolosità del sito, il direttore dell'Agenzia atomica ha accolto come credibile la versione iraniana secondo cui l'impianto altro non sarebbe che un bunker difensivo entro cui accogliere, in futuro, centrifughe per l'arricchimento dell'uranio in modo da proteggerle contro eventuali bombardamenti nemici. A domanda precisa dell'intervistatore in merito alla possibilità che l'Iran nasconda altri siti, El Baradei ha dichiarato che gli ispettori devono basarsi su dati oggettivi e non su illazioni o indiscrezioni, pertanto allo stato attuale quella eventualità è esclusa. Ed in ogni caso controlli ed ispezioni dell'Agenzia sono continui.
A tal proposito, El Baradei ha svolto un richiamo a diffidare delle voci incontrollate, che possono apparire ciclicamente sui mezzi di stampa, volte a creare allarmismi spesso ingiustificati. In particolare il direttore ritiene che taluni dossier forniti da servizi segreti, come ultimamente da quelli statunitensi, che sostengono come Teheran continui la sua corsa alla costruzione della bomba, siano da ritenersi falsi. Non è del resto la prima volta. El Baradei continua ricordando che nel 2003 le Nazioni Unite e l'opinione pubblica mondiale erano state deliberatamente ingannate con false prove allo scopo di provocare l'invasione dell'Iraq, e che all'Agenzia era stato impedito di svolgere le opportune verifiche sul campo.
Da ultimo il britannico The Guardian aveva rivelato una scoperta "mozzafiato", ovvero che gli iraniani avrebbero testato una nuova tecnologia denominata "two-points explosion" che consente la produzione di testate atomiche più piccole e agili, facilmente implementabili nell'ogiva di un missile di medie dimensioni che Teheran già possiede. Nella fattispecie il Guardian ha citato un dossier proprio della AIEA ("Possible Military Dimensions of Iran's Nuclear Program") ma che si basa su informazioni fornite dai servizi segreti di potenze occidentali. In casi come questo il modus operandi è ripetitivo: l'intelligence fornisce ad agenzie di controllo informazioni artefatte che finiscono in un dossier; tali informazioni sono fatte trapelare ad organi di stampa che li rendono pubblici; le stesse agenzie, e autorità dei paesi le cui intelligence hanno creato le informazioni, senza confermare o smentire, dichiarano di stare valutando attentamente il caso. Intanto tali notizie si propagano contribuendo a creare un clima di diffidenza nel mondo diplomatico e timori nelle opinioni pubbliche.

Quando ai margini dello scorso G-20 di Pittsburgh, Obama, Sarkozy e Brown "rivelarono" al mondo l'esistenza di un sito nucleare segreto in Iran (quello appunto di Qom) e lanciarono una sorta di ultimatum all'Iran, il presidente Ahmadinejad dichiarò che, una volta accertata la verità, tale errore si sarebbe ritorto contro le potenze occidentali e Obama avrebbe dovuto chiedere scusa.
Il leader iraniano si è sbagliato in entrambi i casi: i risultati delle ispezioni della AIEA hanno avuto ben poca risonanza rispetto lo show mediatico di Pittsburgh; e Obama, lungi dallo scusarsi, sta invece spingendo a pieno ritmo nella attività diplomatica volta a isolare ed accerchiare l'Iran, puntando dritto su Russia e Cina.
Con la Russia l'impegno ottenuto da Washington pare ormai acquisito. Nei giorni scorsi il quotidiano russo Kommersant, citando fonti vicine all'amministrazione del presidente Medvedev, ha affermato che Mosca è "pronta" a sostenere sanzioni più aspre contro l'Iran, ciò che modificherebbe tutte le precedenti cautele del Cremlino che aveva giudicato "controproducenti" eventuali nuove misure punitive. Un altro segnale è giunto dal ministro dell'energia, Sergey Shmatko, che ha annunciato l'annullamento dell'avvio della centrale nucleare iraniana di Bushehr che i russi stanno costruendo. Nei mesi scorsi il capo dell'agenzia nucleare russa, Kirienko, aveva invece assicurato che la centrale sarebbe stata pronta entro la fine del 2009.
Il recente viaggio in Cina di Obama forse non resterà storico per i risultati ottenuti ma alcune dichiarazioni rimarranno negli annali. Obama si è infatti presentato come il "primo presidente Usa del Pacifico" dopo che il secolo scorso era vissuto sull'asse dell'Atlantico tra America ed Europa.
Tra Stati Uniti e Cina rimangono ancora profonde divisioni, eppure si sta consolidando sempre più quell'idea strategica di Henry Kissinger (già fautore negli anni '70 dell'incontro epocale tra Nixon e Mao) di "integrare la Cina in un nuovo ordine mondiale imperniato sull'asse statunitense" (2).
Non a caso Obama ha tenuto a rassicurare la classe dirigente economico-finanziaria cinese, con le sue visite a Shanghai e Hong Kong, che obiettivo americano non è quello di "contenere la Cina" ma di farne un pilastro strategico, un socio di minoranza dell'Impero. L'accoglienza nel mondo della finanza è infatti stato caloroso per il presidente americano, molto più freddo e prudente da parte della leadership politica, il presidente Hu Jintao ed il premier Wen Jiabao.
In agenda sono rimasti i dissidi sul rapporto dollaro/yuan che Pechino usa come arma politica ma anche una sorta di accordo bilaterale a danno dell'Europa sul clima (ovvero niente riduzioni coattive di inquinamento e quindi di produzione industriale). Sulla questione dei diritti umani Obama ha fatto riferimento soprattutto alla condizione delle minoranze in Tibet e Xinjang, trascurando completamente la condizione dei lavoratori nelle zone economiche speciali, dove il capitalismo di stato cinese lascia porta aperta allo sfruttamento intensivo del turbo capitalismo occidentale. Anche in questo caso l'America non vuole cali nella produzione cinese, vuole piuttosto assicurarsi un controllo politico sfruttando la destabilizzazione in quelle regioni (a cui si deve aggiungere il Myanmar, ex Birmania) che sono le cerniere verso occidente di Pechino e snodi fondamentali per il passaggio delle rotte energetiche con l'Asia centrale ed il Medio Oriente.
In questa fluida situazione di confronto/scontro, Obama ha strappato a Hu Jintao un atteggiamento di prudente distacco sul dossier iraniano. Durante la dichiarazione stampa congiunta dei due leader, Obama ha così potuto dire: "Abbiamo concordato che Teheran deve dare assicurazioni alla comunità internazionale sul fatto che il suo programma nucleare è pacifico e trasparente. L'Iran ha un'opportunità per presentare e dimostrare le sue intenzioni pacifiche ma se non riesce a sfruttare questa occasione dovrà affrontare le conseguenze".
Del resto la Cina non ha ancora la forza per spingersi troppo avanti nella difesa dell'Iran, puntando ad esempio a ricattare gli Usa sul suo enorme debito pubblico che Pechino detiene in larga parte. Come ha ben fatto rilevare l'analista economico Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph: "Va di moda parlare dell'America come se si trattasse di un mendicante. Tutto questo dà un'idea sbagliata dell'equilibrio strategico. Washington può mettere la Cina in ginocchio in qualunque momento chiudendo i mercati. Non esiste alcuna simmetria. Qualunque mossa di Pechino per liquidare i propri pacchetti di Buoni del Tesoro americani potrebbe essere neutralizzata - in extremis - dai controlli sui capitali. Gli stati sovrani ben armati possono fare quello che vogliono.
Se venissero provocati, gli Stati Uniti hanno l'accortezza economica di ritirarsi in una quasi autarchia (con il NAFTA) e riorganizzare le proprie industrie dietro a delle barriere doganali, come fece la Gran Bretagna negli anni Trenta sotto l'Imperial Preference. In simili circostanze, la Cina crollerebbe. Le statue di Mao verrebbero rovesciate dalle sommosse nelle strade" (3).

Cosa accade, nel frattempo, sul fronte interno iraniano? L'unica presa di posizione degna di rilievo dell'ultimo periodo è stata del Capo di stato maggiore delle Forze armate iraniane, il generale Hassan Firouzabadi, che lo scorso 13 novembre ha rilasciato una dichiarazione all'agenzia di stampa Mehr sulla possibilità per la Repubblica islamica di accettare lo scambio con l'Occidente sul combustibile nucleare: "L'Iran non patirà le conseguenze di uno scambio [...] al contrario, ottenendo combustibile al 20% per il reattore di Teheran, un milione di nostri cittadini beneficerà di cure mediche e, allo stesso tempo, proveremmo la buona fede sulle nostre attività nucleari pacifiche. La quantità di uranio arricchita al 3,5% che sarà inviata all'estero per ottenere in cambio il combustibile non è tale da provocare pregiudizio ai nostri interessi".
La netta presa di posizione del generale Firouzabadi giunge probabilmente troppo tardi per poter influenzare una decisione in tal senso. Più che sul piano interno questo intervento sembra destinato ad essere ascoltato all'estero. Il generale si è così accreditato come un esponente aperto al dialogo smarcandosi profondamente dalle posizioni di altre strutture di sicurezza iraniane, come i Guardiani della Rivoluzione, dimostrando che non tutto l'apparato militare si trova su posizioni oltranziste. Una ulteriore crepa su cui il cuneo della diplomazia occidentale può puntare per spaccare l'unità interna del paese.


di Simone Santini
Link:Clarissa.it
(1)http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/esteri/iran-9/baradei-intervista/baradei-intervista.html
(2)Le parole sono di Pepe Escobar, analista geopolitico di "Asia Times"
(3)Ambrose Evans-Pritchard, "China has now become the biggest risk to the world economy" http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/6575883/China-has-now-become-the-biggest-risk-to-the-world-economy.html

sabato 21 novembre 2009

Petizione per la riapertura della formazione iniziale dei docenti


Lo scorso anno la legge 6/8/2008, n. 133, art. 64, comma 4 - ter ha stabilito la sospensione delle Scuole di Specializzazione per l´Insegnamento Secondario (S.S.I.S.).

Per effetto di questo provvedimento si è determinato un vuoto che ha privato, e tuttora priva, gli interessati di qualsivoglia canale ordinario di formazione iniziale del personale docente.

Questa situazione ha determinato e determina gravi conseguenze per le persone interessate e per il sistema scuola, fra cui ricordiamo: l'interruzione violenta e improvvisa della possibilita' di formarsi per il secondo anno accademico consecutivo; la perdita di opportunita' di lavoro e di reddito; l' incertezza sui tempi e la disciplina di futuri percorsi di formazione; lo stravolgimento della vicenda esistenziale dei molti interessati che si trovano nell' impossibilita' di progettare il loro futuro; l'aumentare di precariato non formato.

Inoltre, i docenti che avevano superato il concorso SSIS ed avevano sospeso legittimamente la frequenza ai corsi - i cosiddetti "congelati" - si trovano a tutt'oggi nell'incertezza sulla loro sorte non essendo formalmente normato se ed entro quali tempi sarà garantito il loro diritto alla formazione iniziale nel nuovo sistema.

Petition:

All' On. Ministro dell' Istruzione, Universita' e Ricerca

e, per conoscenza

Agli On. Membri della VII Commissione Permanente - Camera e Senato della Repubblica

Agli On. Membri del Parlamento Italiano


CONSIDERATI

i danni alle persone interessate ed al sistema scuola che la prolungata assenza di un canale ordinario di formazione docente e di certezza di tempi e regole per l'accesso ad esso ha provocato e provoca

CHIEDIAMO

- di disciplinare e attuare concretamente e materialmente il percorso ordinario di formazione iniziale del personale docente ai sensi dell' art. 2 c. 416 L. 244/07 entro e non oltre la fine del corrente Anno Accademico;

- di normare chiaramente, tempestivamente e senza penalizzazioni, entro detta regolamentazione, la condizione dei "congelati S.S.I.S.", in particolare garantendo loro l’accesso al nuovo canale di formazione senza ripetere il concorso d’ammissione;

- di rendere pubblici le date, i documenti e le discussioni inerenti la proposta di disciplina dei requisiti e delle modalità della formazione iniziale del personale docente, ai sensi dell´ art. 2 comma 416 L. 244/07;

- di disciplinare l'attivita' procedurale per il reclutamento del personale docente, ai sensi dell' art. 2 c. 416 L. 244/07: 1) nel più breve tempo possibile e comunque entro il conseguimento delle prossime abilitazioni; 2) fissando regole chiare ed eque, che garantiscano ai prossimi abilitati le stesse opportunità iniziali di accesso alla professione (anche in termini di punteggio) di cui godono attualmente i docenti abilitati S.S.I.S.



Con l'auspicio di ricevere cortese e sollecita risposta, ringraziamo per l'attenzione.



giovedì 19 novembre 2009

Il detonatore yemenita tra Arabia Saudita e Iran

Diversi analisti, ormai da mesi, stanno lanciando l’allarme sul preoccupante deterioramento della situazione yemenita, nel relativo disinteresse della stampa internazionale. L’unità stessa del paese è minacciata su due fronti: a nord dalla guerra civile con i ribelli Houthi – un movimento sciita così chiamato dal nome del suo fondatore, Hussein al-Houthi – e a sud da un movimento secessionista che ha il suo centro nell’antica città portuale di Aden, che è anche la capitale commerciale del paese.

La crisi yemenita ha tuttavia compiuto un ulteriore salto di qualità nei primi giorni di novembre, con il diretto coinvolgimento militare dell’Arabia Saudita al confine nord-occidentale del paese, attraverso un’operazione bellica ufficialmente finalizzata ad impedire le infiltrazioni di ribelli Houthi in territorio saudita.

L’intervento militare saudita rischia di conferire definitivamente una dimensione regionale al conflitto nel nord dello Yemen, visto che i ribelli Houthi, di confessione sciita, sono accusati da Riyadh di essere sostenuti dall’Iran. Al punto che molti commentatori nel mondo arabo, e non solo, si sono affrettati a definire il conflitto yemenita come la nuova guerra “per procura” fra Iran e Arabia Saudita, dopo la crisi libanese, le ingerenze iraniane in Palestina, e la guerra civile a sfondo settario che ha avuto luogo in Iraq.

In realtà, il caso yemenita è emblematico dei problemi di cui soffre in generale il mondo arabo, visto che quanto sta accadendo attualmente nel paese ha delle caratteristiche comuni a quanto è accaduto in passato, ad esempio, in Libano e in Iraq, e a quanto potrebbe accadere in futuro in altri paesi della regione.

Come diversi commentatori arabi hanno fatto osservare , lo Yemen condivide con altri paesi arabi alcuni elementi fondamentali: la struttura tribale della società, le divisioni confessionali al suo interno, l’assenza di un regime democratico, e – come conseguenza – la tendenza all’internazionalizzazione dei conflitti interni (elemento, quest’ultimo, a cui contribuisce in maniera determinante il fatto che il Medio Oriente nel suo complesso è una delle regioni strategicamente più importanti a livello mondiale, e dunque è costantemente al centro dell’attenzione delle potenze regionali ed internazionali).

L’assenza di democrazia, e di un concetto di cittadinanza che sia al di sopra delle affiliazioni settarie e tribali, fa sì che le diverse componenti della società, non ricevendo dallo stato un’adeguata risposta alle loro legittime rivendicazioni, suppliscano all’inefficacia delle istituzioni richiudendosi nell’appartenenza tribale e confessionale, ma anche cercando sostegno e appoggio all’esterno del paese. E’ opinione di numerosi analisti che questa sia certamente una delle ragioni principali per cui il mondo arabo è così facilmente permeabile alle ingerenze straniere.

Tornando al caso yemenita, cerchiamo di riassumere per sommi capi come le caratteristiche appena citate abbiano portato alla crisi odierna.

L’attuale conflitto nel nord del paese fra lo stato centrale e i ribelli Houthi ebbe inizio circa cinque anni fa, trascinandosi fino ad oggi con fasi alterne di maggiore o minore violenza. L’episodio che può essere considerato come il punto di svolta che fece degenerare la crisi in un conflitto aperto fu l’uccisione del leader del movimento sciita, Hussein al-Houthi, ad opera delle forze governative del presidente Ali Abdullah Saleh.

Ma in realtà, un movimento sciita di protesta aveva cominciato a delinearsi nel paese già a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, per contrastare la crescente penetrazione salafita di ispirazione wahhabita proveniente dall’Arabia Saudita. L’esportazione del wahhabismo saudita (una forma di sunnismo assai rigida e intollerante) fu a sua volta la mossa con cui Riyadh cercò di rispondere alla Rivoluzione islamica di matrice sciita che aveva avuto luogo in Iran nel 1979.

Va ricordato che lo Yemen è un paese misto, da un punto di vista confessionale. Gli sciiti, che costituiscono circa il 40% della popolazione, sono concentrati soprattutto nella parte settentrionale e nord-occidentale del paese, e si riconoscono principalmente nella scuola zaidita, una ramificazione dello sciismo molto vicina al sunnismo, dal punto di vista dottrinale.

I giovani zaiditi che costituirono il primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato il movimento Houthi, cominciarono a svolgere azioni propagandistiche sotto il nome di “giovani credenti”, opponendosi alla penetrazione wahhabita e chiedendo maggiori diritti per le regioni zaidite (va ricordato che il nord dello Yemen, che era stato sede di un ‘imamato’ zaidita per centinaia di anni, è stato tenuto ai margini dal governo centrale repubblicano).

I “giovani credenti” furono inizialmente addirittura finanziati dal governo di Sana’a, che aveva interesse a evitare che le correnti wahhabite filo-saudite nel nord acquisissero un’influenza eccessiva. Il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha sempre cercato di mantenere una forma di equilibrio fra le diverse componenti settarie e tribali dello Yemen, adottando tuttavia una tattica del “divide et impera” che si è rivelata estremamente controproducente per il paese.

Tanto per fare un esempio, mentre Saleh cercava di contenere il wahhabismo di origine saudita nel nord finanziando il movimento sciita zaidita, nel 1994 egli si servì, fra l’altro, proprio di gruppi wahhabiti per schiacciare un primo tentativo di secessione che già all’epoca si era manifestato nel sud del paese.

Quando Hussein al-Houthi prese la guida del movimento sciita nel nord, tale movimento si allontanò progressivamente dallo zaidismo, da un punto di vista dottrinale, avvicinandosi sempre più allo sciismo duodecimano, il ramo sciita che è predominante in Iran. Questa evoluzione ha portato a due conseguenze: la prima è che molti sciiti yemeniti non si sono più riconosciuti nel movimento, rimanendo fedeli alla tradizione zaidita; la seconda è che i sauditi hanno cominciato a vedere i seguaci di al-Houthi come una quinta colonna dell’Iran.

Il movimento Houthi elaborò una dottrina molto più estrema rispetto allo zaidismo tradizionalmente prevalente nel nord dello Yemen. Tuttavia, quando il governo represse gli Houthi, si scagliò senza fare distinzioni, non solo contro di essi, ma contro l’intero movimento dei “giovani credenti”, e contro gli abitanti sciiti del nord nel loro complesso. Oltre 3.000 persone furono imprigionate, accusate spesso ingiustamente, e le loro abitazioni furono distrutte. La reazione indiscriminata del governo, alienandosi la popolazione sciita, non fece altro che rafforzare gli Houthi, soprattutto nella città di Saada, considerata la roccaforte del movimento.

Il conflitto si è protratto, con alterne vicende fino ad oggi, facendo sì che lo Yemen scivolasse progressivamente in un’economia di guerra, fondata sul traffico di armi e su altre attività illecite, e favorita dai finanziamenti provenienti dagli altri paesi arabi del Golfo. Questi ultimi (ed in particolare la confinante Arabia Saudita) condividono con lo Yemen una caratteristica: la presenza di minoranze sciite al loro interno. Essi nutrono inoltre il comune timore che tali minoranze possano essere strumentalizzate dall’Iran, ed impiegate come elemento di destabilizzazione.

Negli ultimi tre decenni, lo Yemen, a causa della sua posizione geografica, è venuto ad essere coinvolto – suo malgrado – nel quadro complessivo della contrapposizione regionale che si è venuta a delineare dopo la Rivoluzione iraniana del 1979.

La guerra Iran-Iraq degli anni ’80 (nel corso della quale l’Iraq di Saddam ricevette aiuti e finanziamenti dai paesi della penisola araba per combattere contro il regime di Teheran) diede l’avvio alla progressiva militarizzazione del Golfo Persico, con una presenza crescente della flotta americana, che divenne via via più consistente con la prima guerra del Golfo, con l’acuirsi della crisi somala, e poi con gli attacchi dell’11 settembre e con l’invasione americana dell’Iraq. L’ascesa dell’Iran aveva infatti accomunato le preoccupazioni dei paesi arabi del Golfo e degli Stati Uniti.

Alcuni mesi fa, il presidente yemenita ha deciso di scatenare una nuova offensiva militare su vasta scala che, nelle intenzioni del governo, in poche settimane avrebbe dovuto debellare definitivamente il movimento ribelle sciita nel nord del paese.

Nei primi giorni dell’agosto scorso, l’operazione “Terra Bruciata” (un nome che lascia facilmente intuire quali siano le tattiche militari adoperate dalle forze governative yemenite) ha avuto inizio contro i ribelli del nord. La città di Saada, considerata la roccaforte del movimento, ma abitata da oltre 750.000 persone, è stata colpita da bombardamenti indiscriminati e da un assedio che ha determinato una spaventosa crisi umanitaria. Gli sfollati nella regione sono oltre 150.000.

A quasi tre mesi e mezzo dall’inizio dell’offensiva, il governo di Sana’a non è affatto riuscito ad annientare la ribellione Houthi, ma ha ulteriormente destabilizzato il paese. All’inizio di novembre, infine, l’Arabia Saudita, che già da tempo sosteneva il governo yemenita con aiuti finanziari e militari, è entrata direttamente nel conflitto bombardando le postazioni Houthi e lanciando una pesante offensiva di terra al confine fra i due paesi, in corrispondenza della località di Jebel Dukhan, ufficialmente in risposta allo sconfinamento di alcuni ribelli sciiti.

Riyadh accusa più o meno esplicitamente Teheran di fornire armi e sostegno finanziario al movimento ribelle nel nord dello Yemen. A questa accusa, ed alla campagna militare saudita, il regime iraniano ha risposto abbastanza duramente, condannando ogni ingerenza straniera (ovvero “araba”) nel paese.

Fino a questo momento, l’Iran ha mostrato molta simpatia nei confronti del movimento Houthi soprattutto a livello mediatico. Tuttavia, le prove schiaccianti a favore di un sostegno iraniano più cospicuo a beneficio dei ribelli non sembrano essere molte. Ma un maggiore coinvolgimento dell’Iran non è da escludere, soprattutto alla luce delle reazioni ufficiali del regime. Comunque stiano le cose, quel che è certo è che il conflitto nel nord dello Yemen è nato come un conflitto interno, ed ha acquisito progressivamente una dimensione regionale a seguito del modo in cui è stato gestito.

Il nocciolo del problema, non solo nello Yemen, ma in tutta l’area del Golfo, e del Medio Oriente in generale, sta nel modo in cui sia l’Iran che l’Arabia Saudita cercano di imporre la loro influenza a livello regionale. L’Iran cerca di farlo sfruttando le minoranze sciite nel mondo arabo, come avviene in Libano, in Iraq, ed ora forse nello Yemen. L’Arabia Saudita a sua volta cerca di imporsi esportando la propria versione wahhabita dell’Islam sunnita, e sostenendo quei movimenti che si ispirano a questa interpretazione rigida e intollerante. Riyadh ha portato avanti questa politica non solo nel caso appena citato dello Yemen, ma anche in Afghanistan e in Pakistan (non va dimenticato che i Talebani sono stati abbondantemente finanziati dai sauditi). La stessa ideologia salafita jihadista che ispira al-Qaeda ha visto la luce essenzialmente in base a questo meccanismo, e rappresenta un tipico caso in cui la “creatura” si è rivoltata contro il proprio “creatore”.

La progressiva destabilizzazione dello Yemen fa di questo paese un potenziale rifugio proprio di quell’al-Qaeda che Riyadh teme in modo particolare. Il recente fallito attentato ai danni del principe saudita Mohammed bin Nayef era stato organizzato proprio nello Yemen. Eppure, come alcuni commentatori hanno fatto osservare, Riyadh non rinuncia a diffondere in questo paese la propria ideologia wahhabita, invece di promuovere la propria influenza cercando di esportare una cultura non settaria.

Per inciso, bisogna tuttavia osservare che il rapporto fra l’Arabia Saudita e lo Yemen è un rapporto complesso, che va al di là della lotta per la supremazia regionale fra Teheran e Riyadh. Lo Yemen è di gran lunga il paese più povero della penisola araba. A differenza della maggior parte dei paesi della penisola, non può contare su riserve petrolifere significative. Questo paese poverissimo è allo stesso tempo il più popoloso della penisola (ed ha storicamente costituito un serbatoio di manodopera a basso costo per l’Arabia Saudita). Esso è inoltre pericolosamente vicino ad un altro stato fallito, la Somalia, da cui giungono ondate di profughi assolutamente sovradimensionate per un paese indigente come lo Yemen (si pensi che solo nel 2008 sono giunti dal Corno d’Africa circa 50.000 profughi, e che nel 2009 questa cifra potrebbe raddoppiarsi). Per l’Arabia Saudita, e per gli altri paesi del Gulf Cooperation Council (GCC) (organizzazione di cui lo Yemen è l’unico, fra gli stati della penisola araba, a non far parte), si pone dunque il problema di stabilizzare e di integrare economicamente questo paese, per evitare che esso diventi a sua volta una pericolosa fonte di destabilizzazione per tutta la penisola.

Finora le politiche adottate dai paesi del GCC a questo scopo non sembrano aver avuto grande successo. In particolare, la strategia adottata ultimamente da Riyadh – basata in gran parte su un approccio “militare” e sull’uso della forza come deterrente – sembra destinata a fallire, come sempre avviene in questi casi. L’Arabia Saudita vuole costruire una barriera ad alta tecnologia lungo la frontiera yemenita, per evitare che l’instabilità dello Yemen possa propagarsi oltreconfine, e inoltre intende imporre un pattugliamento delle acque yemenite per impedire che eventuali rifornimenti di armi giungano ai ribelli Houthi nel paese.

Ciò che Riyadh teme di più è che l’instabilità yemenita a lungo andare possa contagiare le regioni orientali dell’Arabia Saudita, dove si trova una consistente minoranza sciita ampiamente discriminata dal regime (le regioni orientali del paese, fra l’altro, sono estremamente ricche di petrolio).

In ogni caso, come le politiche del presidente yemenita (che Riyadh ha ampiamente sostenuto) hanno fin qui dimostrato, un approccio basato sull’esclusivo uso della forza non porterà la stabilità nello Yemen. Al contrario, è destinato ad inasprire ulteriormente la crisi del paese, ed a fare in modo che essa assuma una dimensione regionale ed internazionale, come già sembrano confermare le tensioni di questi giorni fra Riyadh e Teheran.

Va sottolineato, tuttavia, che il problema yemenita non è all’origine di tali tensioni. Esso è più che altro un ulteriore sintomo della loro esistenza. La crisi yemenita è infatti una crisi locale sulla quale le tensioni irano-saudite si sono innestate (grazie ai fattori interni al paese che hanno permesso che ciò avvenisse).

Lo Yemen, a causa dei suoi problemi interni, rischia dunque di diventare uno dei tanti teatri in cui le tensioni tra Riyadh e Teheran trovano sfogo. Ma il panorama di tali tensioni è ben più ampio. Sembra dimostrarlo la guerra mediatica attualmente in atto fra i due paesi. Recentemente l’emittente satellitare iraniana in lingua araba al-Alam TV è stata oscurata dai satelliti arabi Nilesat e Arabsat, proprio perché accusata di promuovere una retorica settaria e antisaudita. Nel frattempo, sui giornali sauditi è in atto una durissima campagna contro il regime di Teheran.

L’unico paese che per il momento sembra essere risparmiato da questo scontro è il Libano, dove è appena nato un governo di unità nazionale. Tuttavia, è opinione di molti analisti che tale governo sia essenzialmente il risultato della riconciliazione fra Riyadh e Damasco, mentre l’Iran avrebbe avuto un ruolo secondario in proposito. La Siria ha ultimamente ritrovato il suo tradizionale ruolo di “arbitro” nelle questioni del Levante arabo, in equilibrio fra le diverse potenze della regione. La riconciliazione con Riyadh, i rapporti sempre più stretti con Ankara, e la fine dell’era Bush, hanno permesso alla Siria di ritrovare una maggiore indipendenza rispetto a Teheran, che le ha consentito di ristabilire il proprio peso politico in Medio Oriente.

Del resto, Riyadh ha cercato di riappacificarsi con il regime di Damasco proprio nella speranza di riportare quest’ultimo nell’alveo arabo, sottraendolo alla morsa di Teheran. L’operazione di riappacificazione sembra per il momento essere riuscita, ma questo non significa che Damasco pensi di allontanarsi più di tanto dall’Iran. La politica del regime siriano è infatti proprio fondata sul tentativo di essere “l’ago della bilancia” degli equilibri regionali, grazie alla posizione strategica della Siria, che le permette di giocare su più fronti.

Il Libano ha beneficiato ultimamente proprio del riavvicinamento siro-saudita, che ha permesso la costituzione di un governo di unità nazionale nel paese. Del resto, la sensazione generale, anche alla luce della crisi interna che sta vivendo la coalizione filosaudita del 14 Marzo, è che gli equilibri nel paese dei cedri si siano comunque spostati a favore delle forze filosiriane.

Tuttavia, se le tensioni fra la monarchia saudita ed il regime iraniano dovessero ulteriormente inasprirsi, anche il neonato governo libanese potrebbe subirne le conseguenze . Nei giorni scorsi il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha rivolto un appello sia a Teheran che a Riyadh affinché o l’una o l’altra compiano il primo passo, aprendo un dialogo che potrebbe stemperare la crisi fra i due paesi.

Un ammorbidimento della retorica settaria portata avanti dalle due principali potenze mediorientali darebbe alla regione un po’ di respiro, una boccata d’aria di cui il Medio Oriente ha estremamente bisogno.

Fonte: medarabnews.com

Chi comprerà i beni della Mafia?


Il governo fa cassa con i beni confiscati alla mafia. Un emendamento alla Finanziaria prevede che possano essere venduti gli immobili di cui non sia effettuata la destinazione entro i novanta giorni imposti dalla legge. Ma complessità delle procedure e carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione rendono molto difficile rispettare questi termini. Dunque, la norma abolisce di fatto l'uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, rischia di restituirli alle organizzazioni criminali, già pronte a riacquistarli dallo Stato.

La settimana scorsa il Senato ha approvato un emendamento alla Finanziaria che consente la vendita dei beni confiscati alle mafie. Don Ciotti ha subito lanciato un appello a tutte le forze politiche perché la proposta, “che rischia di tradursi in un ulteriore regalo alle mafie, venga abolita nel passaggio alla Camera”.

IMPOVERIRE LE MAFIE ATTRAVERSO LA CONFISCA

Impoverire le mafie attraverso la confisca dei loro patrimoni è una strategia che aveva già capito bene più di venti anni fa, Pio La Torre, parlamentare ucciso a Palermo nel 1982. Non a caso, la legge che introduce la confisca dei beni mafiosi porta il suo nome, insieme a quello dell'allora ministro dell'Interno, Virginio Rognoni. (1)
Successivamente, le norme introdotte nel 1996, con la legge 109 di iniziativa popolare, sostenuta dalla raccolta di oltre un milione di firme, e nel 2007 con la Finanziaria, prevedono la destinazione a finalità istituzionali o sociali dei beni confiscati.
L’utilizzo a fini sociali di tali patrimoni ha un valore rilevante e insostituibile: in primo luogo di riaffermazione dell’autorità dello Stato, che restituisce alle comunità locali i beni illecitamente sottratti dalle organizzazioni criminali. E in secondo luogo di promozione di iniziative sociali (educative, culturali, di lotta all’emarginazione, di sostegno alla legalità, eccetera) volte a ricostruire parte di quel tessuto sociale depauperato dalla criminalità. 

CHE COSA PREVEDONO LE NORME IN VIGORE

La legge attuale prevede che i beni e le aziende dei quali sia stata accertata la proprietà da parte di soggetti appartenenti a organizzazioni mafiose vengano confiscati, cioè sottratti definitivamente ai proprietari, e possano essere destinati a finalità di carattere sociale.
Ciò si realizza attraverso l’assegnazione dei beni immobili confiscati a comuni, province, regioni, associazioni di volontariato, cooperative sociali, e cos via per realizzare scuole, comunità di recupero, case per anziani, centri per rifugiati politici, e altro ancora. Frequenti sono anche i casi di terreni destinati a cooperative sociali di giovani, che hanno così modo di avviare una attività lavorativa, di produzione di prodotti agricoli, in territori dove la prossimità fra disoccupazione e criminalità è fattore di rischio per le giovani generazioni.
I beni mobili e le aziende confiscate vengono per lo più trasformati in denaro contante e il ricavato viene versato nel Fondo unico per la giustizia.

CHE COSA È STATO FATTO FINO AD OGGI

Grazie all’attività del commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alla mafia, reintrodotto dal governo Prodi nel 2007 dopo che il governo Berlusconi l’aveva soppresso nel 2003, è possibile oggi avere un quadro sufficientemente chiaro delle dimensioni del fenomeno. I dati sono aggiornati al 30 giugno 2009.
Il valore economico dei beni confiscati è molto elevato. Complessivamente, si stima che siano stati destinati beni per un valore di 725 milioni di euro, di cui ben 225 negli ultimi diciotto mesi, grazie all’attività del commissario straordinario, e solo 500 nei dodici anni precedenti.
I beni immobili confiscati sono 8.933, di cui ben 46 per cento in Sicilia, 15 per cento in Campania e 15 per cento in Calabria. Di tutti i beni immobili confiscati, il 60 per cento ha già trovato una destinazione: la maggior parte è stata consegnata agli enti locali per finalità sociali, il restante è stato mantenuto allo Stato per fini istituzionali.
Le aziende confiscate alla criminalità sono 1.185, di cui 38 per cento in Sicilia, 19 per cento in Campania e 14 per cento in Lombardia. Operano principalmente nel settore delle costruzioni, della ristorazione e del turismo. Di tutte le aziende confiscate, solo il 33 per cento ha trovato una destinazione: attraverso la vendita o l’affitto e, più frequentemente, attraverso la liquidazione (una azienda su tre risulta infatti già in liquidazione prima della confisca definitiva).
I dati indicano la difficoltà a procedere alladestinazione dei beni confiscati, difficoltà particolarmente rilevanti fino al 2007, mentre in epoca successiva l’azione di coordinamento del commissario straordinario di governo ha notevolmente accelerato laconsegna agli enti locali degli immobili confiscati (vedi grafico).I problemi sono, ancora oggi, legati alla complessità delle procedure(per esempio, inagibilità, ipoteche o procedure giudiziarie in corso, occupazioni, contenziosi causati dalle impugnazioni delle ordinanze di sgombero) e alla carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione dei beni. Al superamento di tali ostacoli dovrebbero in primo luogo essere orientate le azioni del governo. Ma l’emendamento va nella direzione opposta.

 

Fonte: http://www.beniconfiscati.gov.it/dati-sui-beni-confiscati/dati-e-statistiche/andamento-destinazioni.aspx

LA NORMA INSERITA IN FINANZIARIA

L’emendamento appena approvato dal Senato prevede che possano essere venduti i beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione entro i termini previsti dalla legge, cioè entro novanta giorni dalla proposta dell’Agenzia del demanio, che possono diventare centottanta in casi particolarmente complessi.
Viste le difficoltà a portare a termine le procedure di destinazione, la norma abolisce di fattoinfluenza dei clan”.
In sintesi, l’emendamento ignora, anzi penalizza, gli sforzi messi in atto negli ultimi anni per accelerare l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati e apre la strada alla vendita alle organizzazioni criminali dei beni a loro sottratti.
l'uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, la prevista vendita rischia di favorire la restituzione del patrimonio “alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’

(1) La legge 13 settembre 1982, cosiddetta Rognoni–La Torre, integrando la legge 31 maggio 1965 n. 575 “Disposizioni contro la mafia”, introduce accanto alle misure di prevenzione di carattere personale quelle di carattere patrimoniale del sequestro e della confisca dei beni.

di Nerina Dirindin

Fonte: laVoce.info

mercoledì 18 novembre 2009

San Pietroburgo, questioni di democrazia


Dal primo ministro russo Vladimir Putin sono indirettamente arrivate nelle ultime ore due prese di posizione interessanti in materia edilizia (e non solo). La prima è che – come ha lasciato intendere il portavoce del premier in una dichiarazione alla stampa – il grattacielo di San Pietroburgo progettato da Gazprom non si farà più, o perlomeno non con le caratteristiche dimensionali che hanno provocato una insolita e aspra opposizione popolare di massa. La seconda è che – come si evince dai verbali di una riunione del governo sul problema delle abitazioni – sta per essere lanciata una nuova campagna di costruzioni residenziali, in cui si realizzeranno centinaia di migliaia di case “popolari”: per la prima volta da sempre (si può dire) caratterizzate dalla modesta altezza. Basta con i palazzoni da dodici, sedici, venti piani con cui sono state edificate le periferie delle città russe (e dell’intera Urss e dei paesi socialisti) dagli anni sessanta in poi, e via a costruzioni di due-tre piani sul modello largamente diffuso nel mondo anglosassone, con costi di costruzione e di manutenzione nettamente inferiori.

Salvo che per l’argomento “edile” e per la fonte, le due notizie non hanno molta relazione tra loro, ma è comunque abbastanza significativo che siano venute a coincidere temporalmente, perché testimoniano entrambe di un’accresciuta sensibilità della società russa (e delle autorità come conseguenza) nei confronti del rapporto costruzione-ambiente. Una sensibilità che tende a quanto pare a tradursi sempre più in azione.

Emblematico ovviamente il caso San Pietroburgo-Gazprom, di cui abbiamo già parlato in questo blog, dove il delirio di potenza e la volontà di realizzare opere faraoniche si è scontrato con un’ondata di indignazione popolare talmente forte da condizionare anche le massime sfere del potere politico. A dire no alla realizzazione di un colosso alto più di 400 metri sulle rive della Neva, a poca distanza dai palazzi settecenteschi della città-gioiello baltica, sono stati per primi e con più forza proprio i pietroburghesi, spalleggiati poi da istituzioni culturali russe e straniere, dall’Unesco, da vari media e infine da diversi membri del governo federale (il ministro della cultura e poi quello delle regioni): adesso anche Putin, che all’inizio aveva appoggiato il progetto di Gazprom (sia pure senza esporsi troppo pubblicamente), sembra essersi convinto che non vale la pena di sfidare l’indignazione generale: il suo portavoce Dmitrij Peskov ha riferito ai giornalisti che “il primo ministro è sempre stato contrario all’idea di imporre la sua opinione ai cittadini e a coloro che nelle città si occupano di questioni di architettura”.

Va anche detto che negli ultimi due mesi per la prima volta il rating di Putin è diminuito nei sondaggi e un incaponimento sulla questione del grattacielo potrebbe trascinare l’indice di gradimento ancora più in basso; e d’altra parte, già una volta in passato Putin aveva fatto propria una seria istanza ambientalista, costringendo i progettisti del grande oleodotto est-siberiano a cambiarne il tracciato che passava troppo vicino alle rive del lago Bajkal (una delle meraviglie naturali del mondo), accogliendo con ciò le proteste dei gruppi ecologisti locali.

Quanto alle “case basse” da realizzare – che andranno a completare il piano per 52 milioni di metri quadri abitativi lanciato l’anno scorso e rimasto quasi fermo per la crisi – il cambiamento rispetto alla tradizionale logica del palazzone riflette evidentemente diverse tendenze: da un lato quella ad approfittare di tecnologie costruttive più semplici che non richiedono industrie “pesanti” alle spalle e permettono di realizzare edifici dal costo per mq molto più basso (le nuove case basse dovrebbero costare meno di 30.000 rubli – 670 euro – al metro quadro), dall’altro quella a venire incontro a gusti popolari che sono molto mutati nel corso degli anni. Resta da vedere se e come il programma verrà effettivamente realizzato.


di Astrit Dakli

Link: ilManifesto.it

martedì 17 novembre 2009

Gli Stati Uniti ammassano militari a Panama


Procede senza sosta la controffensiva del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti in America Latina. Dopo aver firmato un accordo con il governo colombiano per l'utilizzo di sette basi aeree, Washington ha ottenuto dalle autorità panamensi l'autorizzazione a reinstallare proprie unità militari in quattro stazioni navali di fondamentale importanza per il controllo del Canale di Panama e dei Caraibi. Lo ha denunciato il diplomatico Julio Yao, presidente del Servicio de Paz y Justicia, durante il discorso ufficiale pronunciato il 3 novembre scorso in occasione dell'annuale festa di commemorazione del "padre dell'indipendenza" panamense, Manuel Amador Guerrero. Alla presenza del presidente Ricardo Martinelli e delle maggiori autorità civili e militari del paese, Julio Yao ha lanciato parole durissime nei confronti del governo, stigmatizzando la decisione che "viola apertamente la sovranità nazionale". "Le basi aereonavali e della polizia panamensi messe segretamente a disposizione degli Stati Uniti per lanciare possibili operazioni in tutta la regione - ha dichiarato il diplomatico - accentuano la militarizzazione di un ampio spazio territoriale e sono una franca cospirazione contro la pacifica convivenza tra i popoli e la soluzione pacifica dei conflitti".

La cessione di infrastrutture militari alle forze armate Usa era trapelata già a fine settembre, dopo la visita a Panama della Segretaria di Stato, Hillary Clinton. Allora, il ministro alla Giustizia, Jose Raúl Mulino, aveva però ammesso solo la firma di un accordo di cooperazione bilaterale per rafforzare la presenza delle forze di sicurezza panamensi in due basi navali, a Bahía de Piña nella provincia del Darién, al confine con la Colombia, e a Punta Coca (Veraguas), nella parte sud-occidentale del paese.
"Si tratterà esclusivamente di stazioni interforze panamensi, a disposizione dei Servizi di Frontiera e Aeronavali e della Polizia Nazionale, per rispondere all'esigenza di maggiori controlli delle coste panamensi contro il traffico di stupefacenti", dichiarava il rappresentante dell'esecutivo.
Un mese dopo le basi militari sono divenute quattro e il loro uso è stato concesso alle forze armate statunitensi. "Si sono pure moltiplicate le finalità di queste installazioni militari", commenta Marco Gandásegui, docente dell'Università di Panama e ricercatore del Centro di Studi Latinoamericani (CELA) "Justo Arosemena".

"Accanto alla "lotta al traffico di droga", compare il riferimento all'obiettivo di "frenare il traffico di persone illegali" e il "terrorismo", eufemismo che i funzionari nordamericani possono interpretare come vogliono". Oltre alle due basi navali di Bahía de Piña e Punta Coca, le forze armate Usa potranno contare sull'utilizzo di un'infrastruttura aeronavale che sorge nell'isola di Chapera, nell'arcipelago de "Las Perlas", e della base di Rambala, nella provincia di Bocas del Toro. Con l'accordo sottoscritto con il governo panamense, le forze armate statunitensi tornano ad assumere il controllo di Panama, dieci anni dopo aver abbandonato le 14 basi e stazioni radar che detenevano nel paese da tempo immemorabile.
L'articolo V del Trattato di Neutralità firmato nel 1977 dagli allora presidenti Omar Torrijos (Panama) e Jimmy Carter (Usa) aveva stabilito che Panama avrebbe riacquisito il pieno controllo del Canale a partire dell'1 gennaio 2000 e che solo le autorità di questo paese avrebbero potuto mantenere forze e installazioni militari di difesa all'interno del territorio nazionale.

Nel 2002, però, un accordo tra il governo di Panama e l'ambasciatore James Becker, aveva disposto che i porti e gli aeroporti del paese centroamericano potessero essere utilizzati dalle forze armate statunitensi per esercitazioni militari o trasferimenti transitori di truppe e armamenti. "Un accordo senza alcun fondamento costituzionale che consente pure agli Stati Uniti d'America d'invitare paesi terzi a fare ingresso nel nostro territorio con il proposito di cooperare nella guerra contro il terrorismo, il narcotraffico e altri delitti internazionali", spiega il diplomatico Julio Yao. "Secondo questo accordo, Panama è pure costretta a non poter esercitare alcuna giurisdizione sui funzionari civili e militari USA accusati di crimini di guerra, né può sottometterli a giudizio del Tribunale Penale Internazionale".
Nell'ultimo triennio, la presenza di unità navali Usa si è fatta sempre più frequente nelle acque territoriali e nei porti panamensi, in particolare quello di Vasco Nuñez de Balboa, all'interno del Canale, confinante con una (ex) stazione di trasmissione dell'US Navy utilizzata per le comunicazioni con i sottomarini in transito negli oceani. Panama, in particolare, è sede fissa delle operazioni della IV Flotta Usa e della "Southern Partnership Station", la missione navale attivata periodicamente nei Caraibi e in America Latina dall'US Southern Command (il Comando Sud delle forze armate Usa) con finalità di addestramento e cooperazione militare per la "sicurezza di teatro" e l'interdizione del narcotraffico e delle migrazioni. Dall'11 al 22 settembre scorso, il Canale di Panama ha ospitato una delle più grandi esercitazioni aeree e navali mai realizzate a livello internazionale, Panamax 2009, a cui hanno partecipato 4,500 militari, 30 navi da guerra e decine di cacciabombardieri di 20 nazioni straniere.

"Con l'esercitazione sono state sperimentate tutta una serie di risposte alla richiesta di protezione e assicurazione della libertà di transito attraverso il Canale", si legge in una nota diffusa dall'US Southern Command, che ha pure enfatizzato l'importanza strategica di questo corridoio interoceanico per l'economia e il commercio Usa e mondiale.
Gli Stai Uniti rappresentano oggi il maggior partner economico di Panama; si tratta però di un rapporto fortemente sbilanciato a favore di Washington. Nel 2008 il surplus degli scambi con il paese centroamericano è stato infatti di 4,3 miliardi di dollari, l'ottavo in ordine di grandezza a livello mondiale degli Stati Uniti. La concessione delle quattro basi panamensi alle forze armate Usa viene considerata proprio in funzione del rafforzamento del controllo economico di Washington sul paese e sul Canale. Parallelamente al nuovo patto militare, la nuova amministrazione Obama e il governo di Panama hanno concluso un importante accordo di libero commercio (Free Trade agreement - FTA).
"Il nuovo trattato di libero commercio incoraggerà l'espansione e la diversificazione del commercio USA con Panama eliminando le barriere doganali e facilitando la movimentazione di beni e servizi a favore delle imprese statunitensi", ha commentato James M. Roberts, ricercatore in "Libertà economiche e Sviluppo" del Centro per il Commercio Internazionale della ultraconservatrice Heritage Foundation. "L'FTA USA-Panama offrirà un insieme di regole chiare e vincolanti che favoriranno stabilità e prevedibilità. Le regole dell'accordo di libero commercio per servizi, attività, investimenti, commesse governative, diritti di proprietà intellettuale e risoluzione di dispute saranno maggiori di quelle previste dagli standard dell'Organizzazione per il Commercio Mondiale. L'FT A garantisce un trattamento non discriminatorio per i capitali stranieri e legittima la preparazione di ulteriori trasferimenti di tecnologie e migliori pratiche tra i paesi partner".
Sempre secondo il ricercatore dell'Heritage Foundation, il nuovo accordo di libero commercio dovrebbe permettere alle imprese Usa di recuperare lo "svantaggio competitivo" nella gestione del traffico attraverso il Canale, dopo che "la società cinese con sede a Hong Kong, Hutchison Whampoa, Ltd., ha firmato accordi di affitto a lungo termine con il governo panamense per operare nei porti commerciali strategici di Cristobal sull'Atlantico e Balboa sul Pacifico".
Washington punta inoltre a spostare a proprio favore l'esito negativo della gara per i lavori di ampliamento del Canale di Panama (costo stimato 5,25 miliardi di dollari), gara appena aggiudicata ad un consorzio europeo che vede capofila l'italiana Impregilo. "Assicurato l'FTA, le compagnie Usa potrebbero posizionarsi meglio per i lucrativi appalti di costruzione", scrive ancora James M. Roberts.
"La maggior parte delle attrezzature che saranno utilizzate per costruire il nuovo sistema di chiuse, ad esempio, potrebbero essere prodotte negli Stati Uniti". Immancabili, infine, le considerazioni di ordine geo-strategico, finalizzate all'isolamento e alla sconfitta dei nuovi "nemici" di Washington negli scenari latinoamericani.
"L'accordo di libero commercio con Panama - conclude il ricercatore - aiuterà a contrarrestare la crescente corrente rappresentata dal Chavismo che ha fortemente circondato la Colombia e provocato l'odierna crisi in Honduras, e che minaccia di minare gli interessi emisferici Usa"

di Antonio Mazzeo

lunedì 16 novembre 2009

Fine della corsa per la Spagna


Ve lo ricordate, vero, quando la Spagna era l'esempio da seguire, Zapatero o non Zapatero?

Il treno in corsa, la Cina d'Europa, con tassi di crescita prodigiosi, il debito pubblico più basso d'Europa, un avanzo di bilancio statale dell' uno e mezzo per cento... beh: è finita.

Quella crescita era insostenibile, non si basava su una economia REALE, sana, ma su un boom veramente smodato del settore immobiliare, un boom che finiva di devastare le parti di costa non ancora ricoperte dal cemento, che si basava sul turismo mordi e fuggi, che generava poca professionalità e molto sottolavoro malpagato etc etc.

Saprete certo che la Spagna ora è il vero buco nero d'Europa, che ingoia speranze, soldi e vite a milioni. La sua economia non si è fermata: si è disintegrata contro un muro di cemento (ironia della sorte). I pezzi stanno ancora volando per aria.

Solo Ad Ottobre, ultimo dato disponibile, si sono persi quasi centomila posti di lavoro.

di Pietro Cambi

Link: http://crisis.blogosfere.it


domenica 15 novembre 2009

Raccuglia, un arresto eccellente in barba ai tagli sulla sicurezza


Di Domenico Raccuglia non ne parlava nessuno. «E’ un mafiosazzo di provincia», mi disse un giorno, quasi tre anni fa, un pm (grazie al cielo non di Palermo). Nessuno lo cercava, se non la Catturandi lasciata dopo l’arresto dei Lo Piccolo praticamente senza mezzi e qualche carabiniere della zona di Partinico-Borgetto che avevano intuito quanto l’uomo fosse pericoloso.


Perché lo dicevano i dati, lo dicevano addirittura i pentiti, lo dicevano le intercettazioni e anche la semplice analisi dei movimenti che Raccuglia era molto di più di quello che si pensava. E infatti il boss di Altofonte era in procinto a fare la scalata, forse non da solo, di Palermo e anche il luogo del suo arresto, in provincia di Trapani, dice molto di quanto fosse il suo vero peso. Perché a Trapani regna il suo nemico-alleato Matteo Messina Denaro, e che Raccuglia avesse trovato proprio rifugio a Calatafimi , racconta di un’allenza più che di una tregua fra i due boss.
Bene. L’uomo ha avuto il tempo di crescere. Gli è stato lasciato il tempo. Perché nessuno lo seguiva, lo “puntava”, lo cercava, e lui faceva affari, ordinava omicidi, traffici illeciti, gestiva racket e appalti. Nel silenzio. Uno dei primi a parlarne è stato Pino Maniaci di TeleJato a Partinico, poi mi ci sono aggregato anche io a raccontare il personaggio e la sua pericolosità con una lunga serie di inchieste (pubblicate sia su left/Avvenimenti che riprese dalla stampa estera) che con il libro A Schiena dritta che proprio su Raccuglia si centrava. E poi anche un giullare, Giulio Cavalli, ne ha parlato nei suoi spettacoli e nei suoi interventi. Gli altri? Silenzio.
Oggi, a poche ore dall’arresto, è iniziato il teatrino delle dichiarazioni. Dichiarazioni, oltre a quella del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, che ritengo abbastanza tardive e in alcuni casi imbarazzate e imbarazzanti. Ripercorriamo, quindi, le dichiarazioni grazie alle agenzie di stampa….

MAFIA: ARRESTATO RACCUGLIA; MANTOVANO,È LINEA FERMEZZA STATO (ANSA) – ROMA, 15 NOV – «L’arresto del pluriergastolano Domenico Raccuglia conferma dell’intensificazione della lotta alle mafie». Lo dichiara il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano. «L’opera di disarticolazione dei vertici e delle ramificazioni del tessuto mafioso ha conosciuto negli ultimi mesi un incremento sul terreno dell’aggressione ai patrimoni illeciti – sottolinea Mantovano – ma non ha mai abbandonato l’impegno per la cattura dei più pericolosi latitanti». L’arresto di Raccuglia, prosegue, «è l’ennesima importante conferma della efficacia degli sforzi quotidiani che gli appartenenti alle forze di polizia pongono in essere per il ripristino della legalità in aree caratterizzate da storiche ed agguerrite presenze criminali». Per questo Mantovano si augura «che l’operazione odierna, che sottolinea la linea di fermezza che lo Stato ha assunto e continuerà ad assumere, sia affiancata e seguita da una moltiplicazione di fiducia delle popolazioni di tali aree, col coinvolgimento attivo di tutte le istituzioni interessate». «Esprimo gratitudine e compiacimento al Capo della Polizia, prefetto Manganelli – conclude Mantovano- e a tutti coloro che hanno permesso l’arresto di Raccuglia».

RACCUGLIA; GRASSO, SUCCESSO INVESTIGATIVO IMPORTANTE (ANSA) – PALERMO, 15 NOV – «Ho fatto le mie congratulazioni al ministro Maroni, al questore di Palermo e ai ragazzi della sezione catturandi dela mobile. La cattura di Raccuglia è un successo investigativo importantissimo». Così il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha commentato l’arresto del boss palermitano Mimmo Raccuglia. «Quando, poco fa, ho sentito il questore – ha raccontato – era insieme ad alcuni degli agenti della sezione catturandi, ragazzi che conosco bene e con cui ho lavorato quando ero procuratore a Palermo. Ho potuto complimentarmi anche con loro». «Raccuglia – ha spiegato Grasso – è considerato il numero due, per peso criminale, nella lista dei ricercati di Cosa nostra dopo Matteo Messina Denaro. In questi anni ha esteso il suo dominio da Altofonte fino al confine con la provincia di Trapani, come conferma il fatto che si nascondeva proprio nel trapanese».

MAFIA: MARONI,ARRESTATO NUMERO 2 COSA NOSTRA ++ (ANSA) – ROMA, 15 NOV – «L’arresto di Raccuglia è uno dei colpi più duri inferti alle organizzazioni mafiose negli ultimi anni perchè era di fatto il numero due di Cosa Nostra». Lo afferma il ministro dell’interno Roberto Maroni. Il responsabile del Viminale ha telefonato al Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, per congratularsi dell’operazione eseguita dalla Squadra Mobile di Palermo che ha portato all’arresto del boss ricercato da quindici anni, già condannato a diversi ergastoli e inserito nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi.

RACCUGLIA; SCHIFANI, ARRESTO NUOVA VITTORIA STATO (ANSA) – ROMA, 15 NOV – Appresa la notizia dell’arresto del pericoloso latitante, Domenico Raccuglia, il presidente del Senato, Renato Schifani ha inviato le sue congratulazioni al ministro dell’Interno Roberto Maroni. Il Presidente Schifani ha anche espresso il suo compiacimento per la brillante operazione telefonando personalmente al Capo della Polizia Antonio Manganelli e al Questore di Palermo Alessandro Marangoni. «L’arresto del boss Raccuglia – si legge in una nota del senato – rappresenta un evento importantissimo e un’ulteriore vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata».

MAFIA: RACCUGLIA; VIZZINI, ORA STRINGERE SU MESSINA DENARO (ANSA) – ROMA, 15 NOV – «Complimenti al Capo della Polizia Prefetto Manganelli, al Questore di Palermo Marangoni, agli uomini della Polizia di Stato ed a tutti coloro che hanno lavorato per la cattura di Domenico Raccuglia». È quanto afferma Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. «L’arresto del boss, uno dei latitanti più pericolosi, rappresenta – spiega Vizzini – un ulteriore colpo verso la disarticolazione totale dei vertici di cosa nostra. Credo che non bisogna assolutamente fermarsi e continuare, costi quel che costi, ad assicurare alle patrie galere ogni mafioso. Mi auguro che si stringa sempre di più il cerchio attorno a Matteo Messina Denaro. I latitanti troveranno ad attenderli il nuovo carcere duro del quale invano si lamentano perchè continueremo nell’azione di contrasto con grande determinazione e senza paura».

MAFIA: RACCUGLIA; LOMBARDO, GRANDE SUCCESSO SOCIETÀ CIVILE (ANSA) – PALERMO, 15 NOV – «Un altro grande successo delle forze dell’ordine, dello Stato, della società civile. L’arresto del boss ricercato da anni perchè accusato di efferati crimini, è una bella notizia per tutti i siciliani che sperano e vogliono con forza che questa terra sia liberata dalla mafia. A nome di tutto il governo regionale voglio congratularmi con il ministro dell’Interno e con il capo della Polizia: questa importante operazione testimonia la voglia di non abbassare la guardia». Lo ha detto il presidente della Regione Raffaele Lombardo dopo la cattura del boss mafioso Domenico Raccuglia.

Oggi tutti si congratulano. Anche Vizzini (che recentemente inseguito dalle polemiche si è dovuto dimettere dalla Commissione parlamentare antimafia). Si congratulano anche Maroni e Mantovano, che hanno fatto tagli devastanti alla sicurezza e alle forze di polizia. Ricordiamoci che gran parte degli straordinari e delle spese anticipate dai singoli funzionari e agenti nelle missioni per gli arresti di Provenzano e Lo Piccolo il ministero degli Interni si è stranamente scordato di pagarli e rimborsarle. La politica salta come al solito sul carrozzone.
Ora tutti a battere le mani, poi si dimenticheranno. Mentre il giovane Nicchi e Messina Denaro continueranno a tessere le trame della riorganizzazione di Cosa nostra.

Tratto da: orsatti.info
di Pietro Orsatti

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